La capacità di raffinazione del petrolio e dei suoi derivati si è ridotta progressivamente in Europa. Si tratta però di prodotti indispensabili per l’economia. In un contesto geopolitico sempre più instabile, diventa un problema di sicurezza energetica.

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Decarbonizzazione e sicurezza energetica in Europa

La capacità di raffinazione del petrolio e dei suoi derivati si è ridotta progressivamente in Europa, ma questi prodotti continuano a essere indispensabili per l’economia del continente. Lo squilibrio pone un problema di sicurezza energetica, in un contesto geopolitico sempre più instabile.

Finché il petrolio e i suoi derivati resteranno indispensabili, ridurre la capacità europea di produrli senza garantire approvvigionamenti alternativi significa semplicemente trasformare una dipendenza interna in una dipendenza esterna.

Secondo FuelsEurope, nel 2009 in Europa erano attive quasi cento raffinerie. Da allora, 28 sono state chiuse o trasformate, cosicché alla fine del 2025 ne erano rimaste attive 72, con una capacità complessiva di circa 625 milioni di tonnellate l’anno.

La capacità di raffinazione non è però scomparsa: in larga misura si è spostata verso altre aree del mondo, dove sono stati realizzati impianti più grandi e competitivi. Il Financial Times ha evidenziato che la tendenza potrebbe proseguire: entro il 2035 la capacità europea potrebbe ridursi ulteriormente, mentre Medio Oriente, Asia e Africa continueranno ad aumentarla.

Tra i fattori che pesano sulla competitività delle raffinerie europee figurano gli oneri legati alla regolamentazione ambientale, gli elevati costi energetici e di manutenzione e l’incertezza sui margini.

Da problema industriale a questione geopolitica

È qui che la questione industriale diventa geopolitica. Se l’Europa produce meno carburanti, deve compensare la differenza con importazioni di prodotti raffinati. E acquistare petrolio greggio sui mercati internazionali non è la stessa cosa che acquistare benzina o diesel già raffinati: la disponibilità di capacità produttiva è essa stessa un elemento della sicurezza energetica.

La guerra in Ucraina e le crisi in Medio Oriente hanno mostrato quanto rapidamente la vulnerabilità possa diventare concreta. Nel 2026 la Commissione europea ha chiesto agli stati membri di coordinare le misure per rafforzare la sicurezza delle forniture di petrolio e prodotti raffinati, dopo le tensioni in Medio Oriente e la chiusura dello Stretto di Hormuz.

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In un momento di tensione sull’offerta, il valore della capacità di raffinazione aumenta molto. I numeri del mercato sono eloquenti: a settembre 2026 i margini di raffinazione della benzina in Europa, cioè la differenza tra il valore del prodotto raffinato e il costo del greggio, hanno superato i 62 dollari al barile, mentre quelli del diesel hanno raggiunto quasi 79 dollari.

L’Europa dovrebbe allora chiedersi quanto sia prudente ridurre la propria capacità industriale prima di disporre di approvvigionamenti alternativi altrettanto solidi. Importare carburanti significa infatti trasferire una parte della propria sicurezza energetica a paesi con interessi e condizioni geopolitiche diversi da quelli europei.

Ed è proprio mentre l’Europa riduceva la propria capacità che altri paesi investivano nella raffinazione. La nuova raffineria Dangote in Nigeria ne è un esempio emblematico. Entrata in funzione nel 2024 e oggi operativa a piena capacità, con circa 700mila barili al giorno, nel 2026 è diventata un importante fornitore di carburanti per l’Europa durante la crisi degli approvvigionamenti. Proprio di recente, il 14 settembre, è stata avviata la sua Ipo (offerta pubblica iniziale): l’offerta, da circa 1,6 miliardi di dollari, è la più grande mai realizzata in Africa. Mentre la società punta a portare la capacità a 1,4 milioni di barili al giorno nei prossimi anni.

La situazione in Italia

Il fenomeno è evidente anche in Italia. Nel 2010 il nostro paese aveva 16 raffinerie; oggi ne rimangono 13, di cui 2 sono bioraffinerie.

Diversi impianti hanno cessato la raffinazione o sono stati trasformati. A Venezia Porto Marghera la raffineria è stata convertita in una bioraffineria, operativa dal 2014. Anche Gela è stata riconvertita a bioraffineria nel 2019, mentre nel 2024 è stata avviata la riconversione di quella di Livorno, con l’obiettivo di completarla entro il 2026. 

Non si tratta quindi soltanto di impianti chiusi: in alcuni casi la capacità industriale è stata riconvertita verso la produzione di biocarburanti. La riconversione, tuttavia, comporta una riduzione della capacità di lavorazione del petrolio greggio e quindi della produzione di carburanti fossili.

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Già nel 2014 la stessa Camera dei deputati evidenziava la crisi della raffinazione italiana e ricordava che il settore aveva effettuato negli anni precedenti 3,4 miliardi di euro di investimenti necessari per l’attuazione delle norme di tutela dell’Unione europea.

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