L’esenzione dal pagamento del bollo di circolazione può compensare temporaneamente il caro carburanti senza passare dal prezzo alla pompa. Ma favorisce chi usa poco l’auto. E le coperture, costituite solo in parte da economie del Pnrr, valgono per un solo anno.
Rimborso o taglio di una “tassa odiata”?
Il governo ha annunciato un provvedimento che esenta nel 2027 dal pagamento del bollo una sola auto a benzina o gasolio fino a 80 kW per contribuente e, a certe condizioni, motocicli e ciclomotori. Riguarda circa 14,5 milioni di veicoli e la compensazione alle regioni e province autonome costa 2,2935 miliardi. La misura è stata poi definita strutturale dalla presidente del Consiglio. Potrebbe essere difesa come risposta temporanea al rincaro dei carburanti; il decreto, però, la finanzia soltanto per il 2027 e ricorre solo in parte a economie del Piano nazionale di ripresa e resilienza.
Non è però molto chiaro se la risposta al rincaro carburanti sia la reale motivazione del provvedimento, visto che almeno a livello comunicativo la ratio sembra essere data dal fatto che il bollo sugli autoveicoli sarebbe una “delle tasse più odiate dagli italiani” e che quindi andrebbe abolita in modo permanente. Tuttavia, questa convinzione, che sta maturando nel dibattito italiano, non trova una giustificazione evidente nel confronto internazionale. La maggior parte degli stati europei applica un’imposta periodica sul possesso o sulla circolazione, spesso collegata a peso, emissioni o cilindrata.
Un rimborso che non entra nel prezzo
Sostituire il taglio delle accise con un beneficio fisso sul bollo ha una logica. Lo sconto sull’accisa incentiva il consumo e non arriva necessariamente per intero agli automobilisti. Quando l’offerta è rigida, una parte può trasformarsi in margini più alti, come abbiamo mostrato per il gasolio. L’esenzione dal bollo è invece un trasferimento forfettario ai potenziali acquirenti di carburante. Non riduce il prezzo di ogni litro e offre ai produttori molto meno spazio per incamerare il beneficio.
Quanto guadagna chi guida poco
Assumiamo allora che l’obiettivo del governo sia compensare i contribuenti per la perdita di potere di acquisto dovuta all’aumento del prezzo dei carburanti pari a 17 centesimi al litro, così come fatto a luglio e agosto. Visto il fallimento della strategia che passava per l’abbassamento delle accise si decide di farlo sospendendo l’imposta del bollo sugli autoveicoli. Possiamo quantificare il risparmio sul prezzo del carburante nel caso in cui si abbassi il prezzo di 17 centesimi al litro tramite un bonus specifico per l’acquisto di carburante e confrontarlo con il guadagno medio dall’abolizione del bollo che è pari a 175 euro all’anno. Questo varierà a seconda dei chilometri percorsi. In particolare, una vettura da 65 kW riceve con l’abolizione del bollo più di quanto riceverebbe con un bonus specifico per l’acquisto di carburante, fino a un consumo di circa 1.030 litri l’anno. Con un consumo medio di 16 chilometri per litro, ciò vuol dire che chi percorre meno di 16.500 chilometri all’anno viene avvantaggiato dall’abolizione del bollo rispetto a un trasferimento specifico di 17 centesimi a litro di carburante consumato. Chi invece percorre più di 16.500 chilometri viene svantaggiato.
Tabella 1

L’esenzione sovracompensa quindi chi usa poco l’auto. A 8mila chilometri il vantaggio netto è circa 90 euro; a 19.200 chilometri si perdono 29 euro. Insomma, un pensionato che usa raramente l’auto può ricevere più di un pendolare che percorre ogni giorno molti chilometri. Inoltre, l’assenza di un requisito Isee (di cui si fa fatica a comprenderne le ragioni sostanziali) rende sì la misura semplice (da comunicare), ma poco mirata: non è affatto detto che possedere un’auto di potenza contenuta identifichi un reddito basso.
Una copertura solo per il 2027
Il decreto finanzia soltanto l’esenzione del 2027. Dei 2,362 miliardi di oneri complessivi (il rimborso del bollo rappresenta il 97, per cento del totale), di cui1,460 miliardi provengono da economie del Pnrr: il 61,8 per cento. La parte restante è coperta soprattutto riducendo fondi e accantonamenti già presenti nel bilancio dello Stato. Non si tratta necessariamente di tagli a servizi già erogati, ma di risorse che non potranno più essere destinate ad altri investimenti, a nuovi provvedimenti o ad esigenze impreviste.
Si tratta di risorse una tantum: usarle per il bollo consente di finanziare un solo anno, non un’abolizione permanente.
Dal 2028, infatti, il decreto non prevede alcuna copertura per proseguire l’esenzione. Definire strutturale l’abolizione richiede dunque una riduzione permanente di altre spese o un aumento permanente di altre entrate. Se così sarà, come pare emergere dalle dichiarazioni del governo, è necessario indicare le coperture dal 2028 nella prossima legge di bilancio. Altrimenti si tratta solo di promesse elettorali senza coperture finanziarie.
Il gettito del bollo confluisce nel bilancio generale delle regioni. La sanità è la loro principale voce di spesa: una perdita non compensata potrebbe eserciterebbe pressione anche sui servizi sanitari. Per il 2027 il governo ha previsto le coperture, dal 2028 con una misura strutturale e non una sospensione temporanea, il problema si ripresenterebbe integralmente. Senza un trasferimento statale permanente, l’abolizione potrebbe portare a restringere l’autonomia finanziaria regionale e costringerebbe le regioni a tagliare spese o aumentare altri tributi.
Con un trasferimento permanente, invece, la responsabilità finanziaria per coprire parte delle spese regionali, corrispondenti alle risorse che vengono meno con l’abolizione del bollo, si sposterebbe dalle regioni allo stato, come avvenuto con l’abolizione dell’Imu per la casa di residenza. Varrebbe la pena riflettere bene prima di intraprendere questa strada. Come proprio la storia dell’Imu insegna, dopo l’abolizione di un prelievo su cui gli elettori sono particolarmente sensibili, è molto difficile tornare indietro ed evitare di aggravare il prelievo sempre sulle solite basi imponibili.
In conclusione, una temporanea sospensione del bollo può essere uno strumento ragionevole per compensare il rincaro dei carburanti senza sovvenzionare direttamente ogni litro. Va però calibrata, perché favorisce chi percorre pochi chilometri e può eccedere il danno subito, senza tra l’altro necessariamente tenere conto della situazione reddituale di chi fruisce dello sconto. Le coperture individuate rendono possibile l’intervento per il 2027, ma non trasformano una misura temporanea in un taglio strutturale, né possono cancellare il fatto che il conto finale ricade sui bilanci pubblici e, in particolare, sul finanziamento dei servizi regionali senza via di ritorno.
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Si è laureato in Economia all'Università Cattolica di Milano. Ha conseguito il Master in Economics a Louvain-la-Neuve e il dottorato in Economia Politica all'Università Federico II di Napoli. E' stato Marie Curie post-doc fellow alla LSE. Si occupa di temi di economia pubblica e political economy con particolare riguardo alla finanza locale. Ha insegnato all'Università Cattolica di Milano e all'Università di Novara e Ferrara. E' professore ordinario di Scienza delle Finanze presso quest'ultima Università e research affiliate presso l'IEB dell'Università di Barcellona. Ha svolto e svolge attività di consulenza per vari enti pubblici. È stato membro del comitato direttivo della Siep (Società Italiana di Economia Pubblica) per il periodo 2015-2021. È redattore de lavoce.info. @leonziorizzo su Twitter.
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