L’approvazione della legge delega non significa l’adozione automatica e immediata del nucleare. È l’atto con cui il Parlamento chiede al governo di scrivere le regole del gioco. Due le grandi decisioni da prendere: il tipo di reattori e dove localizzarli.
La legge delega sul nucleare
Il 23 settembre il Senato ha approvato, in via definitiva, la legge delega per il nucleare sostenibile. La politica si è immediatamente divisa: il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha annunciato le prime centrali nel 2033-2034, anche se in un momento successivo ha detto che ci vorranno “15 anni”. L’opposizione ha accusato il governo di perdere tempo in “chiacchiere atomiche”.
In realtà, qualunque cosa si pensi del nucleare, l’approvazione della legge delega non comporta alcuna decisione. È solo il primo passo in un lunghissimo percorso, al termine del quale si potrà valutare se vi saranno le condizioni per avviare investimenti in questa tecnologia. Una legge delega, infatti, è uno strumento attraverso cui il Parlamento affida al governo, su un tema circoscritto, il potere legislativo, per un periodo di tempo limitato e nel rispetto di alcuni principi e criteri direttivi. A questo punto, la palla torna nel campo dell’esecutivo, che ha dodici mesi di tempo per varare “uno o più decreti legislativi” che dovranno poi tornare in Parlamento. Il governo dovrà infine correggere i testi alla luce delle osservazioni ricevute e solo allora entreranno in vigore. Ma non sarà finita: i decreti legislativi, infatti, prevederanno verosimilmente numerosi provvedimenti attuativi, per esempio relativi all’individuazione e alla costituzione dell’Autorità di sicurezza nucleare, che a loro volta richiederanno tempo. Quando questo lavoro sarà ultimato – cioè quando il quadro normativo sarà completo e gli organismi deputati alla regolazione e alla sorveglianza del settore saranno operativi – si potranno prendere in considerazione eventuali investimenti.
Grandi o piccoli impianti?
La legge delega lascia aperti numerosi punti, su cui il governo mantiene una certa libertà di manovra. In particolare, vanno sciolti due nodi fondamentali: quali tecnologie ammettere e come effettuare la scelta dei siti. Dal punto di vista economico, sono le due questioni fondamentali.
La legge delega parla di “nucleare sostenibile” ma lo definisce in modo piuttosto ampio: di fatto, si rimette alla Tassonomia europea degli investimenti sostenibili. Si tratta di un regolamento europeo finalizzato a stabilire a quali condizioni un investimento (per esempio, nell’energia atomica) possa essere classificato come green ai fini della rendicontazione di sostenibilità. L’atto complementare delegato sul clima della Tassonomia subordina la possibilità di considerare “verdi” gli investimenti nel nucleare non solo al rispetto degli obblighi Ue e delle convenzioni internazionali, ma anche ad altri criteri, quali la disponibilità di un sito per i rifiuti radioattivi e la predisposizione di un fondo per finanziare lo smaltimento dei rifiuti e il decommissioning degli impianti a fine vita. La Tassonomia stabilisce condizioni ambientali e di sicurezza, ma non individua specifiche tecnologie. Agisce per sottrazione: non impone le tipologie di reattore, dice solo quali evitare.
Poiché la legge delega segue questo approccio, di fatto lascia aperta la porta agli stessi reattori cosiddetti di generazione 3+ che sono stati usati negli impianti più recenti o in via di costruzione in alcuni paesi europei (Finlandia, Francia, Regno Unito e Slovacchia). Questo sembra però contraddire la comunicazione del governo, che nelle dichiarazioni pubbliche ha sempre parlato di small modular reactors (Smr) o di “quarta generazione”. I primi sono una famiglia di reattori che, pur basandosi fondamentalmente sulle tecnologie esistenti, hanno ridotte dimensioni: la scommessa è di compensare, grazie alla serialità della produzione, quelle economie di scala che si perdono con la minore dimensione. Come spiega il giornalista e divulgatore scientifico Lorenzo Pinna, “A differenza dei grandi reattori, che sono dei ‘pezzi unici’ da ‘artigianato tecnologico’, costruiti quasi interamente nel cantiere, gli Smr sono progettati per essere assemblati, in serie, in fabbrica. Lavorare in un ambiente controllato come la fabbrica, invece che all’aperto riduce i ritardi dovuti alle condizioni meteorologiche e aumenta la precisione, limitando gli errori che nei grandi reattori portano a costosi rifacimenti”. Al momento, gli Smr sono ancora una tecnologia emergente: le aspettative sono elevate, ma l’esperienza commerciale è molto limitata. La quarta generazione comprende invece tecnologie diverse e innovative, molte delle quali sono ancora in fase di ricerca e sviluppo.
I decreti legislativi dovranno chiarire se il quadro regolatorio sarà aperto alle tecnologie oggi disponibili purché coerenti con la Tassonomia, quindi inclusi i reattori di grandi dimensioni, oppure se consentire solo quelli di piccola dimensione e quelli ancora in fase di sviluppo.
La scelta non è solo tecnologica: dimensioni, tempi di costruzione, esperienza pregressa con altri impianti analoghi, possibilità di standardizzare i progetti e rischio di investimento incidono direttamente sul costo dell’energia e sulla disponibilità dei finanziatori a sostenere i nuovi impianti.
Dove localizzarli?
La seconda grande decisione riguarda la localizzazione delle centrali. Viste le sue caratteristiche, un impianto nucleare non può essere realizzato ovunque: occorre trovare un sito che abbia adeguate caratteristiche sismiche e idrogeologiche, che sia sufficientemente vicino a bacini idrici, che sia lontano da centri densamente popolati.
Un primo punto di partenza può essere l’esclusione delle aree che presentano caratteristiche incompatibili con la realizzazione del deposito nazionale dei rifiuti radioattivi, per le quali è già disponibile una mappatura. Applicando i medesimi criteri, rimangono svariate località potenzialmente adatte: come sceglierle? Anche qui sono possibili due strade. La prima, per analogia con le norme applicabili agli altri impianti di generazione di energia elettrica, lascia l’iniziativa ai proponenti: se un’azienda vuole realizzare un impianto nucleare, deve individuare un sito e avviare l’iter per ottenere la valutazione di impatto ambientale e gli altri titoli autorizzativi. Alternativamente, può essere il governo a stabilire i siti – per esempio quelli che ospitavano le vecchie centrali oggi dismesse – e successivamente assegnarli mediante procedure competitive. Ciascun modello ha pro e contro. Ma il governo non può sottrarsi dal dire quale approccio intende seguire.
In sintesi, l’approvazione della legge delega non è il fischio di inizio della partita: è l’atto con cui il Parlamento chiede al governo di scrivere le regole del gioco.
Lavoce è di tutti: sostienila!
Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molti altri siti di informazione, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!
Carlo Stagnaro (1977) è direttore delle ricerche dell'Istituto Bruno Leoni. Tra il 2014 e il 2018 si è occupato di concorrenza e liberalizzazioni presso il Ministero dello Sviluppo economico, occupando vari ruoli tra cui quello di Capo della Segreteria tecnica del Ministro Federica Guidi. Si è laureato in Ingegneria per l'ambiente e il territorio presso l'Università di Genova e ha conseguito un dottorato di ricerca in Economia, mercati, istituzioni presso IMT Alti Studi - Lucca. Dal 2007 cura per l'IBL l'Indice delle liberalizzazioni, un rapporto sul grado di apertura di diversi mercati negli Stati membri dell'Unione europea. Il suo ultimi libro, scritto a quattro mani con Alberto Saravalle, è "Contro il sovranismo economico" (Rizzoli, 2020). Fa parte della redazione delle riviste "Energia" e "Aspenia" ed è membro dell'academic advisory council dell'Institute of Economic Affairs. È editorialista economico per i quotidiani Il Foglio e Il Secolo XIX. È su Twitter @CarloStagnaro.
Lascia un commento