Il premio 2026 riconosce il contributo dei due studiosi alle “fondamenta microeconomiche della stabilizzazione macroeconomica”. Li unisce il ruolo delle aspettative sul futuro: consumatori e imprese decidono oggi in base a ciò che si aspettano accadrà domani.
Un’intuizione rivoluzionaria
Durante i miei studi di dottorato a New York cercavo un’idea per la tesi. Un giorno, uno dei miei mentor, Jordi Galí, mi diede alcuni documenti di Mike Woodford, che allora insegnava quel materiale a Princeton. Erano le basi della macroeconomia neokeynesiana, e quelle per il suo famoso libro Interest and Prices che diventerà la summa della disciplina. Quelle pagine ebbero un grande impatto su di me: mi spinsero a chiedermi come estendere quel quadro teorico alle economie “aperte”, dove il commercio e i mercati finanziari internazionali collegano le decisioni prese in paesi diversi. Il fatto che io stato così influenzato dal lavoro di Woodford, nonostante non fossi un suo studente, già dice molto dell’impatto scientifico del suo lavoro.
Il Nobel per le scienze economiche 2026 riconosce a Bob Hall e Mike Woodford il contributo alle “fondamenta microeconomiche della stabilizzazione macroeconomica”. In sintesi: per capire il comportamento aggregato dell’economia (come se la guardassimo dall’alto) è necessario partire dalle scelte dei singoli agenti. Da queste decisioni emergono i grandi numeri di cui sentiamo parlare ogni giorno – Pil, consumi, occupazione e inflazione. Il filo conduttore che unisce i due studiosi è il ruolo delle aspettative sul futuro: famiglie e imprese decidono oggi in base a ciò che si aspettano accadrà domani. Sembra quasi ovvio, ma in realtà è un’intuizione rivoluzionaria.
Il contributo di Robert Hall
Iniziamo da Hall. Il suo punto di partenza è l’ipotesi del cosiddetto reddito permanente di Milton Friedman: i consumi di oggi di un individuo dipendono dalle risorse su cui si aspetta di poter contare nel corso del tempo, non semplicemente dal reddito incassato questo mese. Se ricevo un bonus una tantum al lavoro, posso risparmiarne gran parte senza cambiare le mie abitudini. Una promozione che aumenta lo stipendio oggi, domani e negli anni successivi può invece spingermi a spendere di più già ora. Anche una notizia sfavorevole sulle prospettive di lavoro può ridurre la spesa prima che il reddito corrente diminuisca.
Ma come verificare questa teoria? Il reddito permanente si fonda su aspettative riguardo a un futuro che non possiamo osservare direttamente. Hall trovò una soluzione elegante: anziché cercare di misurare ciò che le famiglie pensano (quasi impossibile nell’aggregato), chiese quali tracce quelle aspettative debbano lasciare nei consumi osservati già oggi. Se è vero che le persone usano razionalmente le informazioni disponibili e possono distribuire le spese nel tempo, la spesa di oggi dovrebbe riflettere già ciò che gli agenti sanno: il reddito di ieri, le prospettive professionali e le notizie già arrivate sui mercati, come l’andamento delle azioni o delle case. Un’informazione vecchia non può essere una sorpresa domani; se conta davvero per il reddito futuro, deve aver già influito sulla decisione di oggi.
Nella teoria di Hall, la migliore previsione del consumo di domani, fatta oggi, è dunque il consumo di oggi. Domani si potrà spendere di più o di meno solo se arriverà una notizia nuova sul reddito futuro, ma quella notizia, per definizione, non è prevedibile oggi. In questo senso il consumo segue un “percorso casuale”, o random walk: non significa che le famiglie spendano a caso; significa che gli scostamenti dalla previsione dipendono solo da informazioni nuove. Una promozione inattesa può cambiare subito i consumi; l’aumento di stipendio di una promozione annunciata mesi prima dovrebbe, invece, essere già stato considerato.
Ne nasce un test empirico molto concreto: si osservano i consumi nel tempo e si verifica se il reddito passato o altre variabili note ieri aiutino a prevedere i consumi futuri dopo aver tenuto conto dei consumi di oggi. Se è così, la versione rigorosa della teoria incontra una difficoltà: sembra che le famiglie reagiscano con ritardo a informazioni che avrebbero già dovuto usare. Hall trovò che il reddito disponibile passato non offriva quel potere predittivo, mentre un indice dei prezzi azionari ne offriva un po’: un risultato a favore dell’intuizione di fondo, ma non della versione più stretta del modello. Il merito centrale però rimane: aver trasformato un’idea di Friedman sulle aspettative, altrimenti non osservabili, in un’ipotesi che i dati possono mettere alla prova.
La ricerca di Woodford
Il lavoro di Woodford è la summa della cosiddetta macroeconomia “neo-keynesiana”. Non solo il consumo degli agenti dipende dalle aspettative come nel modello di Hall, ma anche i prezzi fissati dalle imprese. Le imprese guardano alla domanda e ai costi futuri quando scelgono i prezzi, perché sanno che sarà costoso cambiare i prezzi fissati oggi. Perciò le condizioni future devono essere incorporate già nel presente. I consumatori guardano ai redditi futuri nel decidere il consumo (come in Hall). La banca centrale, fissando i tassi d’interesse e spiegando come reagirà all’inflazione e all’attività economica, influenza le aspettative di tutti gli agenti. La politica monetaria deve quindi considerare non soltanto il livello dei tassi di interesse deciso oggi, ma anche il percorso che famiglie e mercati si aspettano per i tassi futuri. Una promessa sul futuro, se credibile, può avere effetti prima ancora che i tassi d’interesse cambino. Nasce da qui il ruolo centrale della “credibilità” della politica monetaria.
Talvolta l’apparato neo-keynesiano viene definito, a torto, come una mera estensione della macroeconomia neoclassica di Lucas-Prescott-Kydland all’ipotesi della rigidità dei prezzi (il tratto “keynesiano”). In realtà la macroeconomia neo-keynesiana è un apparato logico-formale che mostra come qualsiasi impulso all’economia, sia dal lato della domanda che dell’offerta, è “mediato” dalla risposta sistematica della politica monetaria, cioè condotta attraverso regole esplicite. È questo il cuore di tutto. Secondo Woodford, la banca centrale deve svolgere un ruolo simile a quello di un giudice nell’applicare le leggi. Agire secondo una regola di reazione trasparente, prevedibile, e quindi in grado di influenzare i comportamenti futuri: sapere o meno che verrò condannato alla prigione per un reato che devo decidere se commettere oggi influenza chiaramente la mia decisione di oggi.
Il valore del contributo di Woodford va oltre il modello accademico. Ha aiutato a costruire una grammatica comune tra la ricerca e il lavoro dei banchieri centrali. Prima di Woodford (e Galì, e altri) i macroeconomisti accademici parlavano un linguaggio diverso rispetto ai banchieri centrali. Dopo Woodford, il linguaggio è diventato comune, meno “qualitativo” e più “scientifico”. Un progresso enorme.
Le banche centrali e la logica della forward guidance
Torniamo alle aspettative, con un esempio. Per chi prende a prestito conta il tasso d’interesse al netto dell’inflazione attesa: se quest’ultima scende, il costo reale del credito può salire anche senza un aumento del tasso nominale fissato dalla banca centrale. Dopo la crisi finanziaria del 2008, con i tassi d’interesse nominali prossimi a zero, ridurli ancora era impossibile, perché non possono essere negativi – chi darebbe a prestito 100 euro se si aspetta di vedersi restituiti 99 euro?. È un problema di impotenza della politica monetaria chiamato “trappola della liquidità”. Quando deflazione (prezzi in calo) e trappola della liquidità colpirono prima il Giappone nei primi anni Novanta e gli altri paesi avanzati dopo il 2008, l’apparato teorico costruito da Woodford fu di enorme importanza per combattere la crisi. Con tassi nominali a zero e aspettative di deflazione futura (dovute a bassa domanda), l’economia si avvitava in un circolo vizioso: tassi reali positivi e crescenti, minori investimenti e consumi, e di conseguenza maggiore stagnazione, il che ratificava le iniziali aspettative di deflazione.
La teoria di Woodford rese più chiara la via d’uscita: agire sulle aspettative di inflazione futura quando il taglio dei tassi nominali oggi è impossibile. Annunciare in modo credibile che la politica monetaria resterà espansiva abbastanza a lungo, anche quando la trappola della liquidità sarà esaurita, può rialzare già oggi le aspettative di inflazione futura e quindi ridurre i tassi d’interesse reali, sostenendo già oggi consumi e investimenti e contrastando il rischio di deflazione. È la logica della forward guidance, entrata poi stabilmente nella pratica delle banche centrali insieme ad altri strumenti “non convenzionali”, come il Quantitative Easing. Per influenzare le aspettative di inflazione, la banca centrale deve comunicare una strategia comprensibile e convincere che agirà in modo coerente quando le condizioni cambieranno.
Il messaggio del Nobel è dunque chiaro: per attenuare le fluttuazioni aggregate dell’economia, bisogna descrivere in modo rigoroso come consumatori e imprese reagiscono alla politica monetaria e a ciò che credono del futuro. Hall lo ha mostrato studiando i consumi; Woodford ha collegato quelle scelte alle imprese e alla banca centrale, portando le aspettative al centro della teoria moderna della politica monetaria.
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Tommaso Monacelli è professore ordinario di Economia all'Università Bocconi di Milano, e Fellow di IGIER Bocconi e del CEPR di Londra. Ha ottenuto il Ph.D. in Economia presso la New York University, ed è stato in precedenza assistant professor a Boston College e professore associato all'Università Bocconi. E' Co-Editor del Journal of International Economics, ed è stato Co-Editor di Economic Policy. E' inoltre associate editor di riviste scientifiche internazionali, tra cui il Journal of the European Economic Association, il Journal of Money Credit and Banking, e la European Economic Review. E' stato adjunct professor presso la Columbia University, visiting professor presso la Central European University, e research consultant per Bce, Ocse, IMF, e Riksbank. I suoi interessi di ricerca riguardano la teoria e politica monetaria e la macroeconoma internazionale.
Tommi
A mio avviso forward guidance,sticky prices,togliere money dall’equazioni sono dei fallimenti totali. Incredibile. Credo serva solo a far sentire potenti i banchieri centrali e a dargli potere. A me pare che la direzione migliore sia heterogenous agents e FTPL…