Quando la vittima è anche il principale testimone, come succede nelle violenze sessuali, una pena più alta per il reato può aumentare l’incentivo dell’aggressore a ucciderla. Per evitarlo, bisogna tener conto delle relazioni tra diversi crimini.

Aumentare la pena è davvero un deterrente?

Aumentare la pena per un reato dovrebbe renderlo meno conveniente. È una delle intuizioni più semplici dell’economia del crimine: nel modello beckeriano, se il costo atteso di un comportamento aumenta, quel comportamento dovrebbe diventare meno frequente.

Ma questa logica considera spesso ciascun reato isolatamente. Nella realtà, invece, un criminale può scegliere tra comportamenti diversi e una modifica della pena per un reato può cambiare anche gli incentivi a commetterne un altro.

Il problema è particolarmente evidente nel caso della violenza sessuale. Molte aggressioni avvengono senza di testimoni e la testimonianza della vittima può avere un ruolo decisivo nell’identificazione e nella condanna dell’aggressore. Una pena più severa aumenta quindi il costo atteso di una condanna, ma può contemporaneamente aumentare il valore, per il criminale, di impedire alla vittima di testimoniare.

La deterrenza non dipende soltanto dalla pena di un singolo reato

Immaginiamo, in modo volutamente schematico, che un individuo abbia già commesso un grave reato sessuale. Deve ora decidere se lasciare libera la vittima oppure commettere un ulteriore atto di violenza per ridurre il rischio di essere identificato. Se la pena per il primo reato aumenta molto, mentre quella per l’omicidio rimane invariata, cambia il costo relativo dell’escalation. La distanza fra ciò che il criminale rischia dopo il primo reato e ciò che rischia dopo il secondo si riduce.

È un problema di deterrenza marginale. Per evitare che un criminale passi da un reato meno grave a uno più grave, non conta soltanto che entrambe le pene siano elevate. Conta anche che il secondo reato continui a essere sufficientemente più costoso del primo.

In un nostro recente lavoro, studiamo questi problemi in un contesto particolarmente drammatico: il rapporto tra pene per violenza sessuale e omicidio della vittima, sfruttando due importanti cambiamenti nella legislazione statunitense sui reati sessuali. Il primo è l’abolizione, avvenuta in momenti diversi nei vari stati, delle esenzioni che storicamente limitavano o escludevano la perseguibilità dello stupro all’interno del matrimonio. Il secondo è l’introduzione, dopo il caso di Jessica Lunsford nel 2005, una minorenne vittima di una brutale violenza sessuale e omicidio, di pene minime obbligatorie estremamente severe (mandatory sentencing laws), spesso almeno 25 anni di carcere, per gli abusi sessuali sui bambini.

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Entrambe le riforme avevano un obiettivo evidente: proteggere di più le vittime aumentando il costo del reato. I dati mostrano però una conseguenza inattesa. Dopo l’inasprimento delle pene aumentano gli omicidi proprio nelle categorie di vittime interessate dalle riforme: i coniugi nel primo caso e i bambini nel secondo.

A supporto della nostra teoria, non osserviamo un analogo aumento degli omicidi di persone estranee alle fattispecie interessate dalle riforme, come per esempio vicini adulti, o adulti non coniugi. Pertanto, quando la vittima è anche il principale potenziale testimone, una pena più elevata per il reato sessuale può aumentare l’incentivo dell’aggressore a eliminare il testimone.

Il risultato non implica che la deterrenza non può essere valutata considerando ciascun reato isolatamente. Una politica che aumenta il costo di un comportamento criminale può modificare anche il rendimento relativo di altri comportamenti, compresa l’escalation verso forme di violenza più gravi.

Una lezione anche per il disegno delle pene

La severità della pena è soltanto una componente della deterrenza. Il disegno delle istituzioni deve tenere conto anche di come una nuova pena modifica gli incentivi del criminale dopo che il primo reato è stato commesso. Il legislatore tiene già conto, in parte, delle relazioni tra diversi reati. Il codice penale italiano, per esempio, punisce la violenza sessuale con il carcere da sei a dodici anni, mentre per l’omicidio volontario ne prevede una non inferiore a ventuno anni. Soprattutto, se l’omicidio è commesso in occasione di una violenza sessuale, l’articolo 576 prevede l’ergastolo. Anche l’omicidio del coniuge, della parte di un’unione civile o della persona convivente o legata al colpevole da una relazione affettiva è punito con l’ergastolo (tabella 1).

Tabella 1 – Pene per violenza sessuale e omicidio nel codice penale italiano

ReatoArticolo c.p.Pena
Violenza sessuale609-bisReclusione da 6 a 12 anni
Violenza sessuale su minore di 14 anni / di 10 anni609-terDa 9 a 18 anni / da 12 a 24 anni
Omicidio volontario575Reclusione non inferiore a 21 anni
Omicidio commesso in occasione di violenza sessuale576, n. 5Ergastolo
Omicidio del coniuge, della parte dell’unione civile, del convivente o del partner577, n. 1Ergastolo
Fonte: codice penale, testo vigente. Per i minori, aumenti dell’art. 609-ter applicati alla pena dell’art. 609-bis, senza attenuanti.

Se chi ha già commesso un reato grave sa che eliminarne la vittima comporta un salto molto forte nella sanzione attesa, resta un potente incentivo a non compiere il reato ulteriore. Lo stesso principio compare nel diritto statunitense, anche se le regole variano da stato a stato: nel diritto federale, per esempio, un omicidio premeditato, e anche un omicidio commesso durante determinati reati sessuali, costituisce “first-degree murder” ed è punibile con l’ergastolo o, nei casi previsti, con la pena capitale.

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Tuttavia, crediamo che il nostro lavoro supporti ulteriori considerazioni, dato il collegamento tra i due reati tramite il canale della testimonianza. Se l’aumento della pena della violenza sessuale rende più prezioso per il criminale il silenzio della vittima e l’omicidio, come dimostriamo nel caso degli Stati Uniti, questo suggerisce che una politica efficace deve intervenire anche sul margine della sopravvivenza della vittima di un reato sessuale.

Ciò può significare proteggere immediatamente la vittima dopo la denuncia, garantire un’effettiva separazione dall’aggressore, ridurre i tempi fra denuncia e procedimento e raccogliere più rapidamente prove utilizzabili anche senza una successiva testimonianza della vittima.

Quanto meno una condanna dipende dalla possibilità di intimidire o eliminare un singolo testimone, tanto minore è l’incentivo prodotto da questo meccanismo.

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