Gli attacchi ucraini alle raffinerie hanno conseguenze misurabili sull’economia russa: l’attività economica diminuisce per chilometri, il calo persiste nel tempo e si trasmette alle esportazioni. Colpiscono quindi un’economia locale, non solo un impianto.

Gli attacchi visti dallo spazio

Con gli attacchi alle raffinerie russe, l’Ucraina cerca di indebolire l’economia che sostiene lo sforzo bellico di Mosca. Le raffinerie riforniscono il mercato interno dei carburanti, compresi i consumi militari, e producono i derivati destinati all’esportazione. Colpire un impianto, tuttavia, non ne compromette necessariamente il funzionamento a lungo. La Russia può riparare gli stabilimenti danneggiati, preservando le attività economiche connesse alla produzione di derivati nella zona dell’impianto. Può inoltre spostare parte della lavorazione su altre raffinerie e riorganizzare le spedizioni, mantenendo il volume complessivo delle esportazioni.

Valutare gli effetti degli attacchi ucraini richiede di andare oltre le immagini degli incendi e misurare che cosa accade all’economia. Non è semplice, perché le informazioni di parte russa sono incomplete e difficili da verificare. Per superare questa difficoltà, abbiamo usato dati indipendenti dalle statistiche ufficiali russe: una cronologia verificata degli attacchi costruita sui dati Acled, le luci notturne rilevate dai satelliti della Nasa, un indicatore dell’attività economica molto usato dove le statistiche sono carenti, dati sul vento e sulle spedizioni marittime di prodotti petroliferi. L’analisi considera 30 grandi raffinerie russe, 23 delle quali hanno subito almeno un attacco verificato tra giugno 2022 e maggio 2026.

Il nostro lavoro mostra che gli attacchi producono una contrazione ampia e persistente dell’attività economica nelle aree attorno alle raffinerie colpite. La contrazione si estende ben oltre il perimetro degli impianti e raggiunge anche i flussi di esportazione collegati alla raffineria.

Dopo il primo attacco verificato, la luminosità notturna cala di circa il 28 per cento nella fascia più vicina alla raffineria, del 15 per cento entro 5 chilometri e del 12 per cento entro 10 chilometri. L’effetto si attenua progressivamente con la distanza e a 25 chilometri non è rilevabile con precisione (figura 1). Il calo non riguarda quindi soltanto le luci dello stabilimento, ma l’economia che lo circonda per diversi chilometri, e persiste nei mesi successivi.

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Figura 1 – Dopo gli attacchi, il calo delle luci si estende oltre la raffineria

Nota: il pannello A mostra la luminosità notturna rilevata dai satelliti Nasa attorno alla raffineria di Volgograd negli stessi mesi dell’anno, prima e dopo il primo attacco, con la stessa scala di colori. Il pannello B riporta le stime medie per le raffinerie colpite entro distanze crescenti, escludendo i 500 metri centrali più esposti alle luci e agli incendi dell’impianto. Le linee verticali rappresentano il margine di errore.

Per dare un ordine di grandezza, applicando le elasticità tra luci notturne e Pil stimate in letteratura, il calo entro 5 chilometri corrisponde approssimativamente a una riduzione dell’attività economica locale di circa il 5 per cento, e di circa il 10 per cento nella fascia più vicina alla raffineria.

Quanto conta il vento

Le raffinerie non vengono colpite a caso. Gli ucraini scelgono gli obiettivi anche in funzione della loro importanza strategica. Questo rende difficile distinguere gli effetti degli attacchi da quelli delle caratteristiche dell’impianto e della zona circostante.

Le condizioni del vento offrono una fonte di variazione indipendente della probabilità di un bombardamento, che aiuta a isolare il rapporto di causa ed effetto. I droni ucraini volano per centinaia di chilometri e il vento lungo la rotta rende un attacco più o meno facile da portare a termine: quando è favorevole, la probabilità che una raffineria venga colpita aumenta in modo netto.

Il vento permette quindi di confrontare le luci intorno alla stessa raffineria in giornate più o meno favorevoli a un attacco, anziché tra impianti diversi per caratteristiche e importanza strategica. Le luci rispondono con un calo marcato nei 60 giorni dopo l’attacco, che si attenua gradualmente nei due mesi successivi. Ogni attacco aggiuntivo, dunque, deprime l’attività economica dell’area circostante per circa due mesi.

La campagna nel suo complesso ha però effetti molto più persistenti, perché le raffinerie vengono colpite più volte: tra un attacco e il successivo passano in media circa sei settimane, meno di quanto serva perché gli effetti del precedente si esauriscano.

Il calo è specifico delle raffinerie. Quando vengono colpiti altri obiettivi, come installazioni militari, depositi di carburante, impianti industriali, infrastrutture energetiche e nodi di trasporto, non emerge una contrazione persistente della luminosità notturna paragonabile.

Che cosa succede alle esportazioni

Ci siamo poi chiesti se il danno economico causato dai bombardamenti si propaghi nei mercati internazionali. Per rispondere abbiamo usato dati sui carichi di prodotti raffinati esportati via mare dalla Russia, forniti dal Centre for Research on Energy and Clean Air (Crea). Grazie ai rapporti commerciali osservati prima dell’invasione, abbiamo individuato i flussi di esportazione più legati alle singole raffinerie. Nel mese dell’attacco questi flussi diminuiscono rispetto alle altre spedizioni partite dallo stesso porto e il calo resta di entità simile nei due mesi successivi. La diminuzione riguarda anche il flusso diretto dalla raffineria colpita ai mercati esteri che serviva abitualmente prima dell’invasione. Nel totale delle spedizioni verso quei mercati, invece, non si osserva un calo significativo: tra un attacco e l’altro, altri terminal russi sembrano aumentare le proprie spedizioni verso le stesse destinazioni.

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I risultati documentano effetti che finora erano rimasti inosservati. Gli attacchi alle raffinerie lasciano un’impronta economica misurabile: nell’area che circonda gli impianti, l’attività economica cala per diversi chilometri, il calo persiste nel tempo e si trasmette ai flussi di esportazione collegati. Gli attacchi, in altre parole, colpiscono un’economia locale, non solo un impianto.

Il tema va oltre il caso russo. Le grandi infrastrutture industriali concentrano capitale, lavoro e relazioni produttive in pochi luoghi, e le tecnologie di attacco a lungo raggio le rendono vulnerabili anche a migliaia di chilometri dal fronte. Capire che cosa succede all’economia che le circonda quando vengono colpite sarà sempre più importante nell’economia dei conflitti.

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