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Immigrati: dal governo due pesi e due misure

Le norme varate dal governo dopo la tragedia di Cutro aprono a nuovi ingressi di lavoratori immigrati da paesi amici. Ma chiudono le porte ai richiedenti asilo. Mentre le restrizioni alla “protezione speciale” porteranno a un aumento degli irregolari.

L’immigrazione per lavoro

Il Consiglio dei ministri, convocato a Cutro con il chiaro intento di fornire una risposta al naufragio di fine febbraio, ha confermato che l’approccio all’immigrazione è una cifra identitaria della coalizione uscita vittoriosa dalle elezioni dell’autunno scorso e un terreno su cui rafforzare i legami con il proprio elettorato, soprattutto quello più sensibile alle istanze sovraniste in materia di confini.

Una parziale novità, già peraltro anticipata dal decreto-flussi del 2023, riguarda la maggiore apertura all’immigrazione per lavoro, oggetto della prima parte del decreto governativo. È soprattutto una risposta alle istanze dei datori di lavoro, non un’alternativa al diritto d’asilo. A voler essere ottimisti, i nuovi ingressi legali potrebbero raccogliere qualche interesse da parte di chi oggi arriva da paesi come Tunisia ed Egitto: se va bene, una parte dei richiedenti asilo. In realtà non offre soluzioni a chi fugge da paesi in guerra o dominati da regimi oppressivi. Quelli cioè da cui provenivano le vittime di Cutro, quasi tutti afghani. Il decreto-flussi non contemplava ingressi da questi paesi, ed è improbabile che le nuove norme li prevedano: gli ingressi per lavoro si concedono a paesi amici, in questo caso – secondo il decreto – anche disposti a collaborare a campagne mediatiche di dissuasione delle partenze, della cui efficacia è lecito dubitare. I profughi in cerca di asilo, invece, arrivano da paesi ostili o sconvolti da conflitti e repressioni.

Restano però da verificare due condizioni: la prima è l’effettivo snellimento delle procedure, posto che alla costante priorità delle istanze securitarie si è aggiunta la necessità di verificare la reperibilità di candidati italiani per i posti di lavoro vacanti. La seconda è la disponibilità dei datori di lavoro a negoziare le nuove assunzioni di lavoratori in modo diverso da come hanno fatto abitualmente: ossia assumendo dei perfetti sconosciuti, appena arrivati dall’estero, anziché persone conosciute che in realtà già lavorano presso di loro. A questo sono serviti fin qui i decreti flussi, a parte forse una parte delle assunzioni stagionali, quando sono riuscite a ultimare in tempo utile i vari passaggi burocratici previsti. In Francia, Spagna e, in modo un po’ diverso, in Germania, i governi stanno cercando di rispondere alle carenze di manodopera regolarizzando su base individuale gli immigrati irregolari già inseriti nel mercato del lavoro, senza l’appesantimento di verifiche e autorizzazioni all’ingresso.

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Gli ingressi per ragioni umanitarie

Sugli ingressi per ragioni umanitarie il governo invece si è mosso in senso contrario. Nelle norme approvate non si trova traccia dei corridoi umanitari, di cui sia il ministro Piantedosi sia la presidente del Consiglio Meloni avevano parlato subito dopo la tragedia. Anzi, la linea è quella di una maggiore chiusura dei confini nei confronti di chi non rientra nella categoria dei lavoratori autorizzati, donne e bambini compresi. Dopo il decreto anti-Ong di gennaio, che non ha impedito la triplicazione degli sbarchi, le nuove norme prevedono diverse misure di restrizione e allontanamento. La prima è il rafforzamento dei Cpr, ossia dei centri detentivi per gli immigrati che si vorrebbero espellere, con ciò certificandone l’inadeguatezza (l’Italia espelle circa 5-6 mila immigrati all’anno, anche con Matteo Salvini agli Interni). La seconda è l’inasprimento delle pene per i cosiddetti scafisti, su cui il governo ha cercato di canalizzare le accuse del naufragio. Si continua a pensare che le barche siano guidate da potenti boss del traffico di persone, ma in realtà si tratta dell’ultimo anello della catena. In genere giovanissimi, a volte minorenni, come uno degli arrestati di Cutro, a volte connazionali delle persone trasportate, ossia malcapitati che accettano di guidare le barche in cambio del costo del trasporto. I boss non si mettono in mare, rischiando la vita o l’arresto. Dal punto di vista di chi fugge, accompagnato magari da moglie e figli, in mancanza di mezzi di trasporto legale, i trasportatori illegali sono come minimo un male necessario. Se il viaggio va a buon fine, assurgono al rango di benefattori. Varie ricerche assicurano che i più noti ed esperti sono persone riconosciute, apprezzate e riverite nelle proprie comunità etniche. 

Più limiti alla protezione speciale

All’ultimo momento, sembra su pressioni leghiste, è stato inserito un po’ a sorpresa un altro intervento destinato a far discutere: la restrizione della “protezione speciale”, ossia di quella formula flessibile che consentiva di regolarizzare chi, pur non essendo accettato come rifugiato, aveva imparato l’italiano e trovato un lavoro, oppure aveva legami familiari con persone che vivono in Italia. Come è avvenuto con i decreti-sicurezza di Salvini, in sostanza si butteranno per strada persone che stavano integrandosi, dando un contributo alla nostra economia, oppure si erano ricongiunte ai familiari. La lentezza delle procedure, il sistema delle garanzie (come l’inalienabile diritto di appello), le difficoltà dei rimpatri, fanno sì che i richiedenti asilo rimangano sul territorio, quale che sia l’esito della loro domanda: al più, se ne vanno verso Nord attraversando le Alpi. Con meno possibilità di ottenere un esito favorevole alla domanda di asilo, aumenterà il numero degli sbandati e il degrado degli spazi pubblici nelle città. Grave e poco comprensibile è poi la penalizzazione dei legami familiari. L’argomento secondo cui la protezione speciale vige soltanto in pochi paesi dell’Ue trascura le regolarizzazioni caso per caso a cui ricorrono altri governi: non è la protezione speciale perché è più ampia, non si applica solo ai richiedenti asilo, ma anche ad altri immigrati in condizione irregolare. Magistratura democratica ha pubblicato un elenco di 20 paesi Ue su 28 in cui sono in vigore norme assimilabili alla protezione speciale. In sostanza, il governo Meloni asseconda la domanda di braccia, ma vuole chiudere le porte alle persone.

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Crisi bancarie, ci risiamo?

  1. Mahmoud

    Che una corrente ufficiale della magistratura, chiamata a decidere sugli innumerevoli ricorsi alle decisioni amministrative di rigetto delle domande di regolarizzazione (non si possono impugnare gli accoglimenti, solo le decisioni contrarie), si sia pubblicamente espressa contro una riforma politica la dice lunga sulla divisione dei poteri in questo disgraziato Paese, sempre più periferia del mondo sviluppato. Forse Magistratura Democratica omette di pubblicare dati su tempistiche e qualità delle decisioni negli altri Paesi UE dove esistono protezioni residuali a quella internazionale, dove gli accoglimenti giudiziari sono molti meno e dove i rimpatri nei Paesi di origine vengono eseguiti dalla forza pubblica con maggiore facilità.

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