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Votare per non votare

Negli ultimi anni l’astensione è aumentata. Ma è solo una parte della storia: ci sono infatti coloro che si astengono pur andando a votare: gli elettori che inseriscono nell’urna una scheda bianca oppure nulla. Come si è evoluto il fenomeno nel tempo?

Incentivi al voto e normativa elettorale 

“Mi si nota di più se non vengo a votare o se vengo ma metto scheda bianca?” Si può riassumere così, parafrasando il Nanni Moretti di “Ecce bombo”, il dilemma di quell’elettore che, indeciso sul da farsi e indifferente rispetto all’offerta politica, medita se dedicare la domenica elettorale al suo hobby preferito oppure se trovare il tempo necessario per cercare la scheda elettorale e recarsi alle urne. Per un elettore che ha scelto di non esprimere un voto valido, quali sono i pro e i contro delle due scelte, ossia non recarsi alle urne oppure andarci ma scegliere scheda bianca o nulla?

L’astensione ha l’ovvio beneficio di non dover raggiungere il seggio, lasciando tempo libero per altre attività. Ha il possibile costo, almeno per alcuni, di rendere palese la scelta di non esprimere un voto valido. È quindi opportuno partire da un’analisi della normativa che riguarda la non partecipazione al voto.

Il voto è un “dovere civico” (comma 2 art. 48 della Costituzione italiana) e nel corso del tempo, il legislatore ha tentato di sostanziare questo “dovere civico” con qualche pena, perlomeno simbolica. Con il Dpr 361/1957 (“Testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera dei deputati”), infatti, il legislatore innanzitutto ribadiva che “L’esercizio del voto è un obbligo al quale nessun cittadino può sottrarsi senza venir meno ad un suo preciso dovere verso il paese” (art. 4 comma 1). Non solo: il successivo articolo 115 prevedeva, per l’elettore che non avesse partecipato alle elezioni, l’obbligo di giustificare la propria astensione al sindaco. In base alle motivazioni addotte, il sindaco avrebbe poi valutato se inserire il nome dell’astenuto in un elenco che sarebbe rimasto esposto per trenta giorni all’albo comunale. L’onta non si esauriva qui. L’ultimo comma dell’articolo 115 prevedeva inoltre che “Per il periodo di cinque anni la menzione “non ha votato” è iscritta nei certificati di buona condotta che vengano rilasciati a chi si è astenuto dal voto senza giustificato motivo”: un periodo forse non casualmente identico a quello di una legislatura (o almeno di una legislatura non interrotta anticipatamente). La previsione è stata cancellata solo trentasei anni dopo, con il Dlgs 534/1993. L’art. 4, invece, è stato modificato due volte: la prima, nel 1993, eliminando il riferimento all’obbligo ed enfatizzando invece il fatto che il voto è un diritto. La seconda, che ha determinato il testo vigente, sancisce un parziale ritorno al passato, per il comma 1 che ora recita così: “Il voto è un dovere civico e un diritto di tutti i cittadini, il cui libero esercizio deve essere garantito e promosso dalla Repubblica”.

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In teoria, dal 1957 al 1993 (nove tornate elettorali su diciannove per la Camera dei deputati), un elettore che avesse voluto astenersi avrebbe avuto il disincentivo dell’onta pubblica di vedere il proprio nome esposto all’albo. Una pena forse irrilevante per alcuni, ma di sicuro non per tutti. Al contrario, prima del 1957 e dopo il 1993, l’esercizio del non voto avrebbe dovuto essere più libero. Ci sono state numerose altre variazioni alla normativa elettorale: basti pensare a quelle sul sistema di voto o all’abbassamento della maggiore età a 18 anni, nel 1975. Ma nessuna di queste ci sembra abbia influenza sul fenomeno di cui ci occupiamo in questo contributo.

I numeri

I dati dell’Archivio storico on line delle elezioni permettono di ricostruire la dimensione quantitativa del fenomeno. Va però notato, considerando i valori assoluti, che i tassi di partecipazione al voto sono stati calcolati in modo diverso a seconda dei periodi. Fino al 1976, infatti, gli italiani all’estero erano esclusi dal conteggio, sono poi stati inclusi fino al 2006, quando sono stati istituiti i collegi esteri. Dal 2006 i numeri sono riferiti nuovamente ai soli elettori residenti in Italia.

Considerando le elezioni per la sola Camera dei deputati, i dati sulla partecipazione alle diciannove elezioni politiche del secondo dopoguerra sono riportati in tabella 1, mentre la figura 1 illustra l’andamento del tasso di astensione “pura”, che considera solo chi non ha votato, e del tasso di astensione “bianca”, che misura la quota di schede non valide (bianche, nulle o contestate) sul numero di aventi diritto. Possiamo anche definire il tasso di astensione “assoluta”, come somma dei due precedenti.

Figura 1 – Tassi di astensionismo (Camera dei deputati)

L’effetto “onta pubblica” nel 1958 non è molto evidente, anzi: ben prima di quell’anno sembra esserci una sostituzione tra astensionismo “puro” e “bianco”; nel 1958, addirittura, diminuisce l’astensione bianca a fronte di una sostanziale parità di quella “pura”. Dopo il 1993, prima timidamente, poi con decisione, è esploso il fenomeno dell’astensionismo puro. Dopo circa dieci anni, a partire cioè dal 2006, si è anche ridotto in maniera sensibile l’astensionismo bianco, probabilmente assorbito da quello puro.

La frazione di elettori che decide di non esprimere un voto valido è fortemente aumentata nel tempo, ma la modalità scelta è stata principalmente quella di non recarsi ai seggi. La percentuale di elettori che si recano alle urne per esprimere un voto non valido è calata drasticamente a partire dalla elezione del 2006 e da allora è rimasta relativamente bassa, rispetto ai valori storici (figura 2).

Questo andamento non pare strettamente legato a cambiamenti della normativa. È vero che gli interventi legislativi del 1993 hanno reso meno costosa la scelta di non recarsi alle urne, ma il decremento delle schede bianche e nulle arriva parecchio tempo dopo. Sono quindi presenti altri fattori rispetto al puro calcolo di convenienza.

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Figura 2

Un dilemma irrisolto

Questo non deve sorprendere. Una visione strettamente economicistica della scelta di votare chiaramente non funziona. Un individuo razionale sa che votare è costoso, in termini di tempo ma a volte anche in termini monetari. Mentre l’effetto che il voto del singolo elettore può avere sull’esito elettorale è sostanzialmente nullo, almeno alle elezioni nazionali. Questo significa che si sono altre motivazioni che spingono al voto.

La scelta di recarsi alle urne per esprimere un voto non valido appare tuttavia particolarmente bizzarra, specialmente in situazioni nelle quali votare è decisamente costoso, ad esempio perché occorre affrontare lunghe code ai seggi. Può essere giustificata (in assenza di norme legislative che penalizzano il non voto) solo se esiste una qualche pressione sociale e culturale a favore della partecipazione al processo elettorale.

Un altro esempio interessante è dato dalle recenti primarie del Partito democratico, dove 6.580 elettori hanno sborsato due euro per poter partecipare al voto, salvo poi inserire scheda bianca (o nulla) nell’urna. Anche in quel caso, potrebbe esserci un effetto di pressione sociale: tesserati e simpatizzanti potrebbero sentirsi obbligati a partecipare per spirito di appartenenza o, recuperando l’effetto “onta”, per evitare di essere considerati come poco coinvolti dagli altri iscritti e simpatizzanti. In alternativa, si potrebbe trattare di elettori non convinti dalla scelta residua (alle primarie riservate agli iscritti avevano votato per un altro candidato), ma che comunque vogliono testimoniare la vicinanza al proprio partito.

Per quanto riguarda le elezioni nazionali, invece, una ipotesi ragionevole, ma che al momento non siamo in grado di suffragare con i dati, è che le giovani generazioni non sentano affatto l’effetto “onta”, visto che non lo hanno mai sperimentato, mentre questo potrebbe essere persistente tra i più anziani. Infine, ma questo spiega solo l’astensionismo puro, non va dimenticata la grave inottemperanza dello stato che, nonostante l’articolo 4 modificato del Dpr 361/1957, non mette nella condizione di votare circa cinque milioni di cittadini, cioè coloro che, secondo il “Libro bianco sull’astensionismo”, non possono votare perché lavorano o studiano in un luogo troppo lontano da quello di residenza.

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  1. Giacomo Boschi

    Io prenderei anche in considerazione l’esistenza di una “inerzia” nell’adeguamento del comportamento alle nuove leggi… mi ricordo che un amico nel 2010 insisteva che era meglio andare alle urne e annullare la scheda perché secondo lui chi si asteneva veniva registrato in qualche modo (mi pare dalla questura, o qualcosa del genere). Ovviamente si trattava di un’errore, ma diciamo che su queste norme ci si regola molto spesso sul “sentito dire”, e anche se in teoria si può controllare su internet in pratica in pochi lo fanno (e prima del 2000 magari nessuno).

  2. Alessandro Cattaneo

    Ho sempre considerato la scheda bianca il modo corretto per adempiere, da un lato, al dovere morale e civile della partecipazione al voto, di esprimere, dall’altro, un dissenso trasversale da tutte le offerte politiche proposte.
    Al punto che spesso mi sono chiesto : se una votazione si concludesse con lo spoglio di un sessanta per cento di schede bianche, pur sapendo che al fine delle elezioni dovrebbero essere ignorate, sarebbe lecito ( e politicamente saggio!) ignorare una così eclatante espressione di dissenso da tutte le forze politiche in campo allo stesso tempo?

  3. Ci sono con tutti i sistemi elettorali schede bianche e nulle, un fenomeno grave se causato da regole troppo complicate per esercitare il diritto di voto. C’è poi l’astensione che può riflettere comportamenti contrastanti: l’indifferenza di fronte alle alternative può esprimere il consenso con il risultato atteso o il rifiuto di tutte le alternative. Solo l’ultima motivazione deve preoccupare. L’astensione rappresenta positivamente un enorme potenziale per proposte politiche nuove. Esiste una terza categoria che condiziona e falsifica il risultato elettorale: gli esclusi. Perché a condizioni sostanziali similari negli altri paesi è facile acquisire cittadinanza e diritti politici mentre in Italia le procedure sono burocraticamente proibitive? Quando il dossier per la naturalizzazione è completo (pochi documenti del paese di origine e casellari di tutti i paesi di residenza passata) in Lussemburgo il ministero deve rilasciare il titolo di cittadinanza entro 8 mesi (se no vale il silenzio assenso, perché si tratta di un diritto), mentre in Italia lo Stato si riserva 4 anni per rispondere facendo durare la procedura effettiva per la concessione discrezionale dei diritti politici spesso più di 5 anni. Dalla tabella 1 si evince che il numero di elettori decresce più rapidamente di quello della popolazione residente.

  4. Marcello Romagnoli

    Io credo sia segno solamente di disamoramento del voto. Non possiamo più votare un nome e per complicati meccanismi, il nostro potrebbe essere girato ad altri partiti.

    Proporzionale puro con preferenza, al max con soglia di sbarramento.

    Chi vota banca o nulla esprime un messaggio chiaro: io vado a votare, ma non trovo una offerta valida. Il resto sono elucubrazioni

  5. L’ottimo articolo sottovaluta lievemente l’impatto normativo: al di là delle sanzioni messe, tolte per chi non si presenta al seggio, occorre considerare che il crollo delle nulle deriva da fattori legislativi. Primo, la riformulazione delle disposizioni sullo scrutinio (che da tempo privilegiano la volontà dell’elettore: quando è sufficientemente chiara). Secondo, le formule elettorali e le modalità di espressione del voto: questo spiega il calo secco del 2006. La legge Calderoli aveva mille difetti, ma rendeva l’errore nel votare quasi impossibile.

  6. silvana cavallini

    Buona serata! È vero che nel momento della consegna delle schede, si può affermare la frase “ mi avvalgo il diritto di non votare “ con la dovuta motivazione e con un rilascio di un verbale scritto ?
    Grazie.

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