La riproduzione di immagini dei beni culturali è soggetta ad autorizzazione, per tutelare le opere più conosciute. Ma una liberalizzazione potrebbe avere effetti positivi per le collezioni meno famose, soprattutto in termini di visibilità e accessibilità.

Una questione da non sottovalutare

La recente osservazione mossa dalla Corte dei conti al ministero della Cultura – in seguito all’introduzione di un nuovo tariffario per la concessione d’uso delle riproduzioni dei beni culturali degli istituti statali – ha riacceso il dibattito sul libero riuso delle immagini di opere d’arte in pubblico dominio.

La questione, che può sembrare limitata agli addetti ai lavori, ha risvolti economici rilevanti, considerato che il patrimonio culturale è uno degli asset più strategici del nostro paese e la sua digitalizzazione può offrire interessanti opportunità per lo sviluppo sociale, culturale ed economico.

La riproduzione dei beni culturali pubblici è infatti regolamentata dal Codice dei beni culturali e del paesaggio che, negli articoli 107 e 108, prevede limitazioni al loro riuso. Per quanto negli anni, con la diffusione del web e dei social media, vi siano state modifiche volte a una liberalizzazione nell’uso delle immagini per scopi non commerciali, qualsiasi altro utilizzo è invece rimasto vincolato a un’autorizzazione e all’eventuale pagamento di un canone gestito dalle istituzioni culturali che custodiscono le collezioni. L’impostazione è stata confermata anche nel recente Piano nazionale di digitalizzazione (Pnd), che fa parte di un pacchetto più ampio di investimenti del Pnrr Cultura, rivolto proprio alla digitalizzazione e disseminazione del patrimonio culturale.

Se il quadro normativo favorisce o ostacola il potenziale sviluppo del patrimonio culturale digitale italiano rimane una questione aperta. È possibile però individuare alcuni fatti e argomentazioni economiche che potrebbero portare il dibattito, a volte polarizzato su posizioni ideologiche, a un livello basato sull’evidenza, concentrandosi sui costi e benefici associati a differenti modelli di gestione dei diritti delle immagini.

Il ritorno finanziario dalla vendita delle immagini: mito o realtà?

In un contesto di riduzione della spesa pubblica per il settore culturale, porre una “barriera di prezzo” per i riusi commerciali delle immagini può essere giustificabile con l’obiettivo di generare risorse utili alla preservazione e valorizzazione delle collezioni. Per quanto in Italia manchi un’evidenza chiara su quanto potrebbero valere i ricavi dalla vendita delle immagini, può essere d’esempio il caso francese, dove dal 2011 il ministero della Cultura ha centralizzato, anche in un’ottica di efficienza gestionale, la concessione delle immagini delle collezioni statali attraverso una agenzia fotografica gestita dalla società pubblica RMN-GP. Da una dettagliata analisi della Corte dei conti francese emerge chiaramente come gli introiti dalla vendita delle immagini costituiscano al massimo l’1 per cento delle risorse delle istituzioni coinvolte, inclusi musei superstar come il Louvre o il Musée d’Orsay.

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Il nodo della tutela da usi impropri

Anche senza un ritorno economico consistente, limitare o controllare mediante autorizzazioni i riusi delle immagini delle opere d’arte viene considerato da alcuni osservatori necessario per tutelarle da usi impropri. Il rischio di esternalità negative sul valore simbolico dei beni o sulla reputazione dell’istituzione è reale, ma probabilmente è limitato alle opere d’arte più iconiche, come dimostra il celebre caso del David di Michelangelo, utilizzato a scopi pubblicitari da una società statunitense produttrice di armi. Tuttavia, un’analisi su possibili alternative nella gestione dei diritti delle immagini non dovrebbe limitarsi solo alle esternalità negative per i beni più conosciuti, ma dovrebbe cercare di valutare i potenziali effetti positivi che si potrebbero generare per la maggioranza dei beni culturali e per le collezioni meno famose, soprattutto in termini di maggiore visibilità e accessibilità.

I costi di transazione

Il confronto tra approcci più aperti o restrittivi nel riuso delle immagini non può poi prescindere da un’analisi dei costi di transazione, sia quelli che ricadono sulle istituzioni culturali (il tempo e le risorse necessarie per gestire le richieste, concedere le licenze e monitorare gli usi), sia quelli per gli utilizzatori delle immagini (i costi informativi e il tempo per l’ottenimento della concessione). La messa a disposizione delle immagini attraverso piattaforme digitali può in parte risolvere il problema, ma il livello di burocratizzazione delle procedure rischia di mantenere elevati questi costi anche qualora la concessione delle immagini sia gratuita. Il costo sociale, in questo caso, non è solo dato da un dispendio di risorse eccessivo quando le immagini vengono concesse, ma anche da tutte le opportunità di riuso vanificate perché gli operatori ritengono troppo lungo o complicato richiederle.

In sintesi, il dibattito che vede contrapposte differenti visioni sul riuso delle immagini del patrimonio culturale potrebbe beneficiare da un’analisi economica più approfondita. Tuttavia, è mancata finora in Italia una sperimentazione di differenti modelli di accesso e riuso delle collezioni che permetta di comprendere a pieno come trovare un equilibrio tra l’accesso libero e i riusi commerciali del patrimonio culturale digitalizzato. In prospettiva, sarebbe quindi auspicabile una maggiore apertura del Codice dei beni culturali e del paesaggio all’autonomia delle istituzioni culturali pubbliche nella gestione dei diritti delle immagini.

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