Lavoce.info

Dalle gabbie salariali all’aumento dei consumi

Un ordine del giorno della Camera punta a differenziare i salari in base al loro potere d’acquisto, almeno nel pubblico. La proposta non è esente da critiche. Ma potrebbe essere un punto di partenza per adeguare il reddito alle esigenze di consumo.

La premessa

Con un ordine del giorno presentato il 5 dicembre 2023 alla Camera, il governo ha accolto una proposta della Lega che vorrebbe differenziare i salari in base al loro potere d’acquisto; quantomeno per i dipendenti pubblici. Non è detto che vi riesca, ma riteniamo comunque utile avanzare una critica e riflettere su un’opportunità.

Come premessa, bisogna innanzitutto ricordare che, secondo la teoria economica corrente, il salario remunera la produttività marginale del fattore lavoro. Tenderebbe perciò a essere differenziato in funzione della produttività e non del suo potere d’acquisto.

A questa teoria si è storicamente opposta la concezione, di ascendenze marxiane e quindi socialiste, per cui il salario remunera la forza lavoro a un saggio che è pari al livello di sussistenza dei lavoratori, e dunque funzione della sua capacità di acquistare un paniere di merci appena sufficiente alla vita del lavoratore, secondo gli standard di vita correnti.

C’è un paradosso, al quale abbiamo già assistito, che fa sì che i partiti di sinistra e i sindacati, storicamente più vicini alle istanze socialiste che a quelle liberali, si battano contro la differenziazione dei salari invece che per aumentare il paniere di sussistenza.

Ciò causa sicuramente un problema perché, in effetti, il salario che si stabilisce in un sistema economico è anche una remunerazione relativa rispetto agli altri fattori, ma concretamente non può prescindere dai prezzi dei beni che può acquistare. Questo è sintetizzabile nel dire che il salario è sia un salario relativo (espresso in termini di remunerazione degli altri fattori) che un salario reale (espresso in termini di beni acquistabili).

Ecco che l’economia è immediatamente politica e oltre al primo paradosso, politico-sindacale, si può rilevare direttamente almeno una criticità, ma anche un’opportunità da non sottovalutare, per considerare proprio il collegamento fra il salario e i prezzi.

Leggi anche:  Se è il giudice a stabilire il salario minimo

La criticità

I luoghi dove si producono le merci non sono necessariamente i luoghi dove sono vendute: quando si propone che i salari possano essere differenziati in modo da “aggiungere una quota variabile di reddito temporaneo correlato al luogo di attività”, non si considera che i costi di produzione sono sostenuti nel territorio A e quindi i salari continuerebbero a non essere pagati in funzione dei prezzi del territorio B.

Se invece si riscrivesse la proposta in modo da prospettare una differenziazione dei salari in relazione al luogo di vendita, le imprese “labour intensive” sarebbero incentivate a spostare le produzioni lontano dai mercati di sbocco più remunerativi. Con due possibili conseguenze: a) un effetto perverso di danno al tessuto commerciale, che si impoverirebbe per la riduzione del numero di acquirenti lavoratori; b) un rincaro dei salari per le imprese che rimarrebbero sul territorio, con il rischio che tali incrementi tendano a essere ribaltati sui prezzi finali, alimentando ulteriori rincari e una paradossale spirale inflazionistica a danno anche dei lavoratori.

L’opportunità

Partendo da questa critica, si potrebbe allora valutare un incentivo a emendare positivamente la proposta. Si potrebbe prevedere un salario differenziato non in base ai prezzi, o alla loro variazione, bensì in base al valore della spesa effettuata dai lavoratori. La minore spesa effettuata in determinate aree territoriali, rispetto ad altre, sarebbe così stimolata a crescere in collegamento coi salari che seguirebbero l’aumento della spesa. Questo potrebbe comportare che, anche senza inflazione, qualora i lavoratori consumassero di più e meglio, l’Istat sarebbe chiamato a certificare un loro diritto ad avere un successivo stipendio più alto.

Una premessa per indirizzare la proposta in questa direzione potrebbe essere l’apertura di una discussione sul livello attuale dei consumi e sulle variazioni relative e reali dei salari negli ultimi decenni. Una conseguenza, non necessariamente sbagliata, potrebbe consistere in un incentivo ai lavoratori a non comprimere la propria spesa per i vincoli di reddito attuali, ma considerando che l’anno successivo vedrebbero il proprio reddito adeguarsi alle esigenze di consumo espresse. Le imprese beneficerebbero anticipatamente di un incremento delle vendite, senza un’inflazione da salari, e si potrebbe realizzare uno stimolo alla domanda aggregata, rilanciando i consumi, che sono in riduzione da molti mesi, a causa dell’inflazione indotta dai prezzi energetici.

Leggi anche:  Dopo-pandemia: le donne tornano al lavoro, ma è di basso livello*

Lavoce è di tutti: sostienila!

Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molti altri siti di informazione, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!

Leggi anche:  Quali sono le professioni a rischio con l’intelligenza artificiale *

Precedente

La comunicazione ai tempi della guerra*

Successivo

Taiwan: la libertà garantita dai semiconduttori

  1. Savino

    E’ corretto, la questione reddito-potere d’acquisto- inflazione c’è, così come la necessità di arrivare in tempi brevi a strumenti simili alla scala mobile.

  2. I. C.

    L’autore propone una integrazione salariale in base al valore speso dal lavoratore?
    Forse l’autore pensa ad una certificazione statistica (provinciale?) ex-post dell’ISTAT.
    Mah… Nelle aree dove il nero domina, sarebbe innescato un circolo vizioso.
    Un’ultima considerazione sulla frase: “… consumare di più e MEGLIO ».
    Mi vengono i brividi. Chi giudica cosa sia “meglio”?
    Concordo con i punti deboli della differenziazione dei salari per aree, che porterebbe a fenomeni di migrazione produttiva nel Privato. Ecco perché il provvedimento si potrebbe applicare facilmente solo ai dipendenti pubblici. Al Nord ci sono tanti posti che trovano poca copertura per via dell’alto costo della vita. Tuttavia si potrebbe pensare ad una compensazione contributiva nel privato per minimizzare il rischio di delocalizzazioni sul territorio nazionale. Per esempio ISTAT certifica che a Milano devo alzare gli stipendi lordi del 5%, ma viene concessa una decontribuzione di pari entità per lNPS per un certo numero di anni, avendo cura di recuperare dall’aumento del gettito IRPEF il montante contributivo mancante.

  3. Gianni

    Chi ritiene conveniente spostarsi nelle zone con costo della vita più basso può farlo liberamente.

    • Mahmoud Abdel

      Ma non riescono ad essere garantiti i servizi nelle zone con costo della vita più alto se mancano i lavoratori (vedi PA) proprio poiché in molti tendono a spostarsi al sud lasciando i posti scoperti sempre in certe aree del Paese. Ci sono classi che cambiano svariati insegnanti ogni anno perché chi arriva non ha uno stipendio adeguato a vivere lì.

  4. antonio maggio

    Mi preme evidenziare alcuni aspetti contro la differenziazione dei salari;
    1) Le aree che sono ritenute fisiologicamente più “Povere” non sono omogenee . Gallipoli (Lecce) ha un valore medio a metro quadro superiore a 5.000 euro, quasi quello di Milano, con effetti anche sui canoni di locazione.
    2) L’assenza nei piccoli e medi Comuni meridionali di un sistema dei trasporti pubblici comporta l’esosa conseguenza che se un residente non dovesse disporre di un’auto propria sarebbe impossibilitato a spostarsi e quindi a lavorare. Il costo dell’auto rientra nei “consumi”?
    3) Le lacune nei piccoli e medi Comuni meridionali di un efficiente sistema di sostegno familiare. Ne consegue che una mamma lavoratrice, priva di asili nido, se volesse continuare a lavorare dovrà rivolgersi all’aiuto retribuito ( spesso in nero) di una baby sitter. Tali costi spesso non rilevano ai fini dei “consumi”.

    • ANGELO

      Buongiorno Antonio, premetto che sono confuso sulla questione delle gabbie salariali.
      Ho però un dubbio sulle sue argomentazioni.
      Non crede che il ragionamento vada ribaltato? E’ giustificabile che i lavoratori al sud percepiscano entrate maggiori rispetto al costo della vita di quelli del nord o non sarebbe meglio che i servizi di cui parla venissero erogati in maniera uguale nelle diversi parti d’Italia?
      In sintesi: ho dubbi sull’introduzione di gabbie salariale perché rendono ancora maggiore le differenze fra sud e nord, ma la questione si deve risolvere aumentando la qualità dei servizi al sud. Così come portando il sud ai livelli di contribuzione alla fiscalità pubblica del nord. Altre strade mi sembrano impercorribili.

  5. Francesco

    Come molte delle proposte dalla Lega, neanche questa ha senso. Si presume che il lavoro di un dipendente pubblico a Siracusa sia lo stesso di quello di un altro dipendente pubblico che fa lo stesso lavoro a Tarvisio. Differenziare i salari su base territoriale significa dire ad uno dei due lavoratori che il suo lavoro vale di meno. Mancano le fondamenta sul piano etico. Semmai uno stato funzionante dovrebbe analizzzare le cause della divaricazione nel costo della vita e disporre le politiche opportune per conseguire un riallineamento.

Lascia un commento

Non vengono pubblicati i commenti che contengono volgarità, termini offensivi, espressioni diffamatorie, espressioni razziste, sessiste, omofobiche o violente. Non vengono pubblicati gli indirizzi web inseriti a scopo promozionale. Invitiamo inoltre i lettori a firmare i propri commenti con nome e cognome.

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén