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L’affaire produttività*

Da anni l’Italia accumula ritardi nella crescita della produttività. A penalizzarci non è la struttura settoriale dell’economia, bensì una dinamica debole nella maggior parte dei settori, pur con qualche felice eccezione, e la fragilità degli investimenti.

Produttività e crescita economica

La questione della debole crescita della produttività del lavoro, pur in un contesto di rallentamento globale, è stata definita “il” male dell’economia italiana. È la principale causa della nostra minore crescita economica rispetto agli altri paesi europei (figura 1).

I miglioramenti registrati a partire dal 2014, concentrati nel settore privato e dovuti alla riallocazione a favore delle imprese più produttive innescata dalla doppia crisi del 2007-2013, non sono stati sufficienti ad azzerare il differenziale di crescita.

Figura 1 – Contributi alla crescita del Pil reale, 2000-2022 (variazioni percentuali)

Fonte: elaborazioni su dati Ameco.

In un recente studio si confronta la crescita della produttività del lavoro nel settore privato in Italia fra il 2000 e il 2019 con quella nei principali stati europei (Germania, Francia e Spagna) e nell’Eurozona, analizzandola nei diversi settori e valutando quanto le differenze fra paesi nella struttura produttiva e nel processo di accumulazione di capitale possano avere inciso sulla poco brillante performance italiana.

La dinamica della produttività nei settori produttivi

La caratteristica fondamentale che accomuna tutti i paesi è l’elevata dispersione settoriale della produttività, che in media è più alta (e cresce più in fretta) nei settori industriali rispetto a quelli dei servizi privati.

In Italia, fra il 2000 e il 2019, la produttività è cresciuta meno che nei paesi di confronto in tutti i settori (figura 2), prevalentemente a causa dei ritardi accumulati fino al 2014. A partire da quell’anno, nel settore industriale è aumentata allo stesso ritmo che in Francia e più che in Spagna (anche se comunque meno che in Germania). Nei servizi la performance è stata ancora più modesta e di fatto la crescita della produttività fra il 2000 e il 2019 è stata pressoché nulla.

Figura 2 – Produttività del lavoro (indici, 2000=100)

Settore privato non agricolo e non finanziario, escluso fitti figurativi (NACE: B-N, escluso K, L68A).
Fonte: elaborazioni su dati di contabilità nazionale Eurostat.

All’interno di questi macrosettori si celano grandi differenze e fra il 2014 e il 2019 alcuni settori hanno registrato in Italia aumenti della produttività perfino superiori a quelli degli altri paesi. Si tratta principalmente di comparti manifatturieri fortemente esposti al commercio internazionale, quali l’automotive, la produzione di macchinari, la chimica e la farmaceutica. Nei servizi, solo il commercio ha mostrato tassi di crescita considerevoli.

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La composizione settoriale non conta

La modesta dinamica aggregata della produttività italiana potrebbe essere riconducibile alla struttura produttiva, sbilanciata verso i settori a peggior performance.

Per valutare questa ipotesi è utile ricordare che la crescita della produttività aggregata è una media ponderata (per le quote di occupazione) di quella dei singoli settori. Il ruolo della struttura produttiva può essere quindi apprezzato ricalcolando la crescita aggregata applicando all’Italia i pesi di altri paesi. I risultati mostrano che la composizione settoriale non influenza gli andamenti aggregati. L’unico caso in cui la struttura italiana risulta penalizzante rispetto a quella tedesca è il sottoperiodo 2014-2019, con differenziali comunque modesti (il tasso di crescita cumulato è di circa il 4 per cento applicando la struttura tedesca, contro il 3,7 applicando quella italiana).

La struttura produttiva ha però un effetto sui livelli di produttività: con quella tedesca (o francese), la produttività nel 2019 sarebbe stata maggiore del 7,7 per cento (o 6,6 per cento) rispetto a quella osservata, mentre sarebbe stata minore del 2,3 per cento con la struttura spagnola.

La dinamica degli investimenti e la rilevanza degli intangibles

Dal 2014 la crescita dell’intensità del capitale (capitale per ora lavorata), che fino a quel momento aveva sostenuto quella della produttività, ha invertito rotta, diminuendo in Francia, azzerandosi in Germania e cambiando addirittura segno in Italia e Spagna, per effetto differito del calo degli investimenti durante la doppia crisi, più profondo e prolungato nel nostro paese che altrove. Anche la ripresa è stata più lenta nel nostro paese, tanto che a fine 2019 gli investimenti industriali erano a malapena tornati al livello del 2000 (nonostante fossero aumentati quanto in Germania e più che in Francia), mentre quelli del settore dei servizi ne erano ancora al di sotto (tavola 1). Inoltre, la ripresa non si è accompagnata a un aumento della quota di valore aggiunto destinata agli investimenti, drasticamente ridottasi durante la crisi, soprattutto nei servizi.

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Tavola 1

Fonte: elaborazioni su dati di contabilità nazionale Eurostat. (1) Tasso di crescita medio annuo degli investimenti fissi in valori reali. Investimenti in valori concatenati con anno di riferimento 2015. I tassi di crescita annuali sono calcolati come differenze di logaritmi. I tassi di crescita annui medi sono calcolati come medie aritmetiche dei tassi di crescita annuali. – (2) Servizi privati non finanziari, escluso fitti figurativi (NACE: G-N, escluso K, L68A).

Gli investimenti in capitale immateriale sono particolarmente importanti ai fini della crescita della produttività, in quanto più strettamente legati alla capacità di innovare. A differenza degli altri tipi di investimenti, questi non hanno risentito della crisi, crescendo ininterrottamente in tutti i paesi (sebbene, anche in questo caso, in Italia meno che altrove). La loro rilevanza, tuttavia, varia fra stati e settori. Il loro peso in Italia è inferiore a Francia e Germania, rappresentando il 18 per cento degli investimenti fissi, contro il 26 per cento in Francia e il 19 per cento in Germania. Il differenziale è più elevato nell’industria (47 per cento degli investimenti fissi in Francia, 43 per cento in Germania e 24 per cento in Italia), comparto nel quale gli investimenti in beni intangibili sono maggiormente rilevanti.

In conclusione, con alcune eccezioni concentrate nei settori manifatturieri esportatori, la dinamica della produttività in Italia, seppure ampiamente eterogenea fra settori, non regge bene al confronto internazionale. Per stimolare la crescita della produttività occorre investire, soprattutto in innovazione. Tuttavia, la ripresa degli investimenti dopo la lunga crisi degli anni 2007-2013 non è stata ancora sufficiente a riportarli ai livelli del 2000. In questo quadro, la nota positiva è costituita dagli investimenti in beni intangibili, che sono cresciuti anche durante il periodo di recessione, sebbene la loro incidenza sia ancora inferiore a quanto osservato in Germania e, soprattutto, in Francia.

* Le idee e le opinioni espresse in questo articolo sono da attribuire all’autore e non investono la responsabilità dell’istituzione di appartenenza.

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  1. Savino

    Non bisogna più parlare di settimana corta e smart working e bisogna avere idee chiare e piani industriali sia sul settore primario che secondario.

  2. Andrea

    Buongiorno, grazie per l’articolo interessantissimo. Sarebbe interessante anche capire quanto la produttività aggregata Italiana sia frenata dalla nano-impresa. L’Italia ha ottima produttività tra le aziende sopra i 10 dipendenti, anche superiori alla Germania, ma ha un intero tessuto di aziende nanoscopiche che occupano il 45% degli addetti, rispetto al 18% in Germania o UK. Queste imprese sono poco produttive, a conduzione familiare, e sono il reale motivo del gap di produttività rispetto a Germania o Francia. Sarebbe interessante capire se invece la produttività delle imprese oltre i 10 dipendenti sia cresciuta. Certo che anche la Spagna, che ha una struttura più simile alla nostra, ha mostrato una crescita. Quindi non può essere l’unica ragione

  3. Enrico

    In un mondo globalizzato e con capitali mobilissimi le tecnologie sono molto simili in tutti i paesi, quindi non c’è dubbio che la produttività tecnica (potenziale) sia più o meno la stessa a livello settoriale in tutti i paesi. Il nostro svantaggio deriva, semmai, dalla struttura dimensionale dei singoli settori, caratterizzata da troppe microimprese incapaci di sfruttare a pieno nuove tecnologie e di economie di scala.

  4. Pietro Della Casa

    Io mi domando sempre in che misura la produttività dipenda dai mercati in cui si opera, dato che il valore dei beni e dei servizi prodotti è in ultima analisi determinato dal mercato e non direttamente dalle loro qualità intrinseche. Fino a che punto la scarsa di produttività italiana è determinata dalla relativa povertà del mercato interno, a sua volta determinata da bassi salari e basso tasso di occupazione? Mi pare se ne parli troppo poco.

  5. Federico

    Mi domando se l’economia sommersa non possa assumere un qualche ruolo nella dinamica studiata. Ovvero se la prevalenza in Italia di piccole e micro imprese, dove si concentra una significativa percentuale di evasione, rispetto agli altri Paesi considerati nel presente articolo, non sia la causa di rilevazioni sottostimate dell’effettiva produttività, posto che una parte di questa non viene dichiarata e, pertanto, non risulta nei dati ufficiali. Oppure i dati raccolti includono già una correzione di questo tipo?

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