Apple e Google hanno pubblicato le condizioni per aprire i loro app store a imprese concorrenti, in conformità col Digital Market Act europeo. La complessità delle procedure previste potrebbe spingere la Commissione a un intervento correttivo.

Due approcci per la regolamentazione

Il 7 marzo 2024 per le big tech scadevano i termini per conformarsi al Digital Market Act, la nuova legge europea per migliorare la competitività nei mercati digitali. Si tratta di un orientamento dei legislatori di tutto il mondo: agire per contrastare lo strapotere dei giganti del web con speciali norme antitrust e nuovi strumenti concettuali rispetto al tradizionale diritto della concorrenza. Riforme in tale direzione si registrano in Europa, Stati Uniti, Cina, India, Corea del Sud, Australia.

Le riforme legislative si muovono lungo due approcci generali alla regolamentazione della concorrenza nei mercati digitali: uno della piattaforma designata, l’altro specifico del mercato. Il primo fissa regole che ricadono su tutte le big tech che forniscono piattaforme di accesso ai mercati digitali e che soddisfano determinati criteri quantitativi e qualitativi. Il secondo, riconducibile all’approccio statunitense di intervento antitrust nelle corti e tribunali federali, definisce una serie di strumenti regolamentari appositamente progettati per affrontare problemi in mercati digitali in cui si riscontrano situazioni di significativo potere di mercato.

Il secondo approccio, a differenza del primo, non stabilisce regole uniformi o requisiti di condotta universali per tutte le piattaforme designate preventivamente; è proattivo piuttosto che reattivo ai problemi antitrust; è maggiormente flessibile e personalizzato nella ricerca delle soluzioni e richiede l’istituzione di un regolatore specializzato abilitato al dialogo costante e all’enforcement nei confronti dei soggetti con significativo potere nei mercati specifici. 

In Europa, l’Ue è precursore dell’approccio della piattaforma designata con il regolamento 2022/1925 (Digital Market Act). Il Regno Unito ha invece seguito la seconda via con una riforma avviata nel 2019 (Rapporto Furlam), proseguita nel 2020 con l’istituzione di un regolatore specializzato, la Digital Markets Unit, ed è in dirittura di arrivo con il Dmcc Bill.

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Il Digital Market Act dell’Ue

Dopo decenni di sanzioni antitrust (a partire dalla prima 2004-2008 verso Microsoft di 1,68 miliardi di euro, le tre comminate a Google nel triennio 2017-2019 per 8,31 miliardi, fino alla recentissima sanzione di 1,8 miliardi per Apple), l’Ue ha deciso di fare di più per aprire i principali mercati e scalfire la posizione delle big tech.

La risposta è il Digital Market Act, un insieme di regole di condotta a cui le big tech designate dalla Commissione come gatekeeper sono tenute a conformarsi e che, per ora sulla carta, mettono in discussione le pratiche sleali delle grandi imprese tecnologiche nei dieci servizi di piattaforma di base definiti nel regolamento.

In sintesi, il regolamento stabilisce come (criteri e obblighi) le imprese più grandi (fatturato, capitalizzazione, utenti finali e commerciali attivi) e sistemiche (posizione consolidata e duratura in almeno tre stati membri) – designate come gatekeeper – sono tenute a comportarsi per competere nel mercato dell’Ue. In prima applicazione, il 6 settembre 2023, la commissione europea ha designato come gatekeeper sei società (Alphabet, Amazon, Apple, ByteDance, Meta e Microsoft) in 22 servizi di piattaforma di base offerti dalle imprese designate.

Il 7 marzo, quando sono scaduti i termini per garantire e dimostrare l’effettiva osservanza del regolamento, i gatekeeper hanno pubblicato la relazione contenente le modalità adottate per rispettare gli obblighi relativi ai servizi di piattaforma di base da loro forniti, tra cui i negozi di applicazioni software (il cosiddetto app store).

Google Play e Apple Store gatekeeper nella fornitura di app store

Alphabet-Google Play e Apple Store sono state designate gatekeeper nella fornitura di app store con le decisioni della Commissione numero DMA.100002 e DMA.100013. Il regolamento europeo obbliga quindi le imprese ad aprire la piattaforma di distribuzione a negozi di app e a sistemi di pagamento di imprese concorrenti, assicurando agli utenti le stesse funzionalità offerte negli store proprietari (cosiddetto sideloading delle app).

Di conseguenza, il 7 marzo le società hanno pubblicato le condizioni per consentire agli utenti del loro ecosistema (software e hardware) l’accesso ad app store e sistemi di pagamento di imprese concorrenti. Si tratta di un complesso insieme di procedure, contratti e condizioni tecnico-economiche che gli sviluppatori sono tenuti a sottoscrivere per far parte delle offerte esterne o alternative rispetto al servizio in-app. Inoltre, entrambe le società gatekeeper richiedono pagamenti a copertura dei costi di sistema (sicurezza, privacy) e per la gestione dei rischi di integrità tecnologica; limitano le condizioni tecnico-economiche al solo mercato dell’Ue; esplicitano un diritto alla disabilitazione dell’accesso agli app store di terze parti in caso di violazione degli accordi o di non esercizio dell’opt-out da parte dell’utente.

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È probabile che la complessità delle procedure e gli oneri amministrativi scoraggeranno i piccoli sviluppatori, mentre la politica di prezzo (differenziata rispetto al periodo di ingresso o al numero di utenti) renderà meno vantaggioso il lancio di propri app store anche per le imprese più grandi, le stesse che per anni si sono scontrate con Google e Apple nei tribunali. Se così sarà, e si profilerà un intervento correttivo della Commissione europea per ogni servizio offerto dai gatekeeper, l’approccio della piattaforma designata rischierà di virare verso l’approccio market-specific, allungando i tempi di realizzazione degli obiettivi del Dma.

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