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Il redditometro? Uno strumento utile contro l’evasione

Nella vicenda del redditometro, sono state rivolte critiche sbagliate allo strumento. Per ridurre l’evasione bisogna usare in modo sempre più massiccio l’analisi delle informazioni contenute nelle banche dati, anche attraverso le nuove tecnologie.

Incroci tra banche dati

Il dibattito scaturito dopo la recente pubblicazione in Gazzetta ufficiale, e la successiva sospensione, del decreto sul redditometro consente di puntualizzare alcuni aspetti sugli strumenti di contrasto all’evasione che vengono spesso assunti come verità acquisite, ma che in realtà non lo sono.

Il primo riguarda l’affermazione sintetizzabile in: “che bisogno c’è del redditometro, basterebbe incrociare le banche dati”. Infatti, già da svariati decenni l’Agenzia delle Entrate elabora i criteri di selezione per l’accertamento incrociando le banche dati in suo possesso, ottenendo risultati per nulla trascurabili in termini di recupero di gettito. Sono risultati indispensabili per controllare gli adempimenti dei contribuenti, ma non sono ancora abbastanza per ridurre significativamente il grande stock di evasione che differenzia l’Italia dai suoi principali partner europei. Se si intende incidere strutturalmente sul fenomeno è necessario passare a un incrocio “massivo” delle banche dati (e non del numero di soggetti da sottoporre a controllo), che richiede necessariamente l’impiego di metodiche analitiche che ci sono offerte dalle nuove tecnologie, tipo intelligenza artificiale. Quindi, la soluzione non è banalmente quella di incrociare le banche dati, ma di realizzare un avanzamento tecnologico tale da massimizzare la capacità deterrente che scaturisce dall’analisi di milioni di informazioni trattate con opportune metodologie analitico-statistiche.

Contrapporre i due strumenti appare poi come un nonsenso: il redditometro non è altro che un modello per incrociare le banche dati, applicando il criterio massivo indicato in precedenza. Il concetto di base è elementare e si fonda sull’identità tra il reddito disponibile di un soggetto e le sue spese più il suo risparmio. L’identità va qualificata con il corollario che le spese correnti possono essere finanziate da risparmi passati. L’amministrazione fiscale ha proposto di introdurre il redditometro in modo da effettuare controlli induttivi per contrastare quelle forme di evasione particolarmente odiose messe in atto da contribuenti “trasparenti” rispetto alle dichiarazioni fiscali.

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Anni fa un agente immobiliare mi raccontò che al bar di fronte alla sua agenzia sedeva una persona che, utilizzando unicamente il suo cellulare, faceva il suo stesso lavoro senza dichiarare nulla al fisco e attuando una concorrenza assolutamente sleale. Il paradosso era che l’agente immobiliare in chiaro era più esposto ai controlli di quello in nero, in quanto il primo lasciava più tracce negli archivi dell’Agenzia delle Entrate rispetto al secondo e, pertanto, era più facilmente selezionabile dal fisco.

Vero è che l’applicazione del precedente redditometro ha dato risultati modesti, essenzialmente perché conteneva due imprecisioni: la prima consisteva nel fatto che le spese erano confrontate con il reddito al lordo delle imposte e la seconda che il modello non aveva accesso ai dati che potessero quantificare il risparmio. La prima imprecisione è stata superata in quanto nell’allegato A al decreto del ministero dell’Economia e delle Finanze del 7 maggio 2024, relativo alla “Determinazione sintetica del reddito complessivo delle persone fisiche”, imposte, tasse e contributi sono indicate nella sezione “trasferimenti”. La componente del risparmio è, invece, menzionata nell’articolo 2 del decreto, che recita: “(…) per elemento indicativo di capacità contributiva si intende la spesa sostenuta dal contribuente e la propensione al risparmio determinata utilizzando anche l’archivio dei rapporti (…)”.

Reddito o patrimonio?

L’articolo di Alessandro Santoro pubblicato su lavoce.info consiglia invece di sostituire il redditometro con un “patrimonialometro”, ovvero suggerisce di verificare la coerenza tra il reddito percepito e il patrimonio disponibile. Come ammette lo stesso autore non esiste incoerenza tra i due approcci, in quanto il patrimonio non è altro che il risparmio accumulato negli anni precedenti. La motivazione addotta per preferire il “patrimonialometro” sta nel fatto che i patrimoni sono più facilmente tracciabili e quindi la selezione si semplificherebbe e produrrebbe risultati più attendibili. Questa affermazione, completamente condivisibile, si va però a scontrare con l’enorme variabilità di comportamenti intrinseca quando si analizzeranno milioni di posizioni. Per comprendere questa variabilità e governarla, al fine di non generare risultati distorti, è necessario un lungo periodo di sperimentazione che, nel caso del redditometro, ha impiegato anni per concludersi. L’esperienza maturata per mettere a punto questo strumento può essere preziosa per accorciare i tempi di realizzazione del “patrimonialometro”. Inoltre, in un’epoca digitale, dove si dispone di una enorme potenza di calcolo, è anche possibile non vedere i due approcci come mutuamente escludentesi, ma complementari al fine di ottenere selezioni sempre più accurate.

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Merita un cenno anche la critica al redditometro in quanto “spia gli italiani”. Il fatto che un criterio di selezione sia “spionaggio” o “corretta metodica di indagine” non riguarda né i modelli né le tecniche analitiche adottate, ma le modalità con cui tutto questo si attua in concreto. Un governo ha tutte le leve possibili per definirle.

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Il Punto

  1. Carmine Meoli

    Aver chiarito che non si tratta di misura inefficace e obsoleta conferma che la figuraccia di Leo e della Meloni non ha rilevanza per le finalità che hanno motivato la retromarcia : le elezioni prossime richiedevano una. rassicurazione non a chi appartiene ad altro schieramento ma per recuperare voti da chi operando al margine della legalità profitta di ogni opportunità per “prendere” senza dare alla Comunità .
    Nella stessa direzione la sequela di condoni ., rottamazioni , rateazioni e ora la difesa della casa senza misure atte a prevenire che non vengano trasformate in abitazioni le cantine ,i box , i sottotetti e i lavatoi.
    Una istigazione a non rispettare le leggi e una incentivo a ricercare mezzucci di vantaggi indebiti anche ai cittadini che le rispettano .

  2. Enrico

    Non sono pregiudizialmente contrario a strumenti come il redditometro, nella misura in cui fornisca solo indizi di evasione da confermare con prove ben più solide. Invece resto scettico sull’uso della statistica a fini normativi perché le interpolazioni statistiche, per loro natura, possono assicurare il gettito complessivo desiderato, ma non generano incentivi corretti a livello individuale. Per esempio, un comune potrebbe ricavare lo stesso incasso da un autovelox oppure da un pedaggio per tutti quelli che transitano su un tratto dove statisticamente il 99,9% degli automobilisti supera i limiti di velocità. E gli automobilisti sarebbero felici di pagare un piccolo obolo fisso invece di una multa salata ogni tanto. Tuttavia il pedaggio, a differenza dell’autovelox, induce tutti a superare i limiti perché tanto pagherebbero lo stesso. Un accertamento su basi statistiche come il redditometro o il concordato preventivo ha gli stessi effetti perversi. A parte il moltiplicarsi di forme di elusione, diventerebbe conveniente dichiarare un reddito vicino alla soglia determinata dal redditometro, anche se palesemente inferiore a quello reale, e questo pregiudicherebbe anche l’accuratezza delle stime basate sui dati rilevati.

  3. Firmin

    L’ evasione fiscale è certamente un crimine verso la collettività (non una semplice irregolarità amministrativa come un divieto di sosta) e quindi va combattuta. Tuttavia l’inversione dell’onere della prova e gli accertamenti “induttivi” sono provvedimenti al limite della barbarie. Perfino l’impiego di agenti provocatori e spie sarebbe più civile. Di questo passo si potrebbe legittimamente pretendere da qualsiasi residente in una piazza di spaccio di dimostrare la sua personale estraneità al traffico di droga, solo perché quasi tutti lo sono. Oppure si potrebbe chiedere ad politico di dimostrare di non essere corrotto invece di inchiodarlo con prove ineccepibili. Anche la caccia alle streghe si basava su tecniche di indagine simili. Il redditometro (al pari del ritrovamenti di galli neri sgozzati a casa delle streghe) può evidenziare indizi di colpevolezza, ma non può rappresentare una prova (altrimenti i macellai specializzati in pollame finirebbero sul rogo).

  4. ugo romano

    Complimenti per la chiarezza e la capacità di sintesi. Condivido completamente, da ex funzionario in pensione dell’Agenzia delle Entrate , impegnato per tutta la vita lavorativa nel settore specifico dei controlli fiscali, le argomentazioni dell’Autore. Per diretta esperienza sul campo, so quanto è difficile se non impossibile effettuare accertamenti analitici sui redditi delle microimprese e professionisti – oltre 4 milioni di partite IVA!!! – platea di contribuenti che operando generalmente nei confronti di consumatori finali – non ha alcuna strutturale esigenza di documentare / fatturare le prestazioni effettuate. Infine, perfetta è la conclusione: il redditometro e il patrimoniometro sono due leve che possono / devono agire in sinergia.

    • Gaetano

      Per combattere l’evasione non sarebbe meglio una banale imposta patrimoniale, che è abbastanza facile da accertare, calcolare e riscuotere?

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