Strade che parlano: toponomastica senza donne

Sono pochissime le strade e le piazze dei nostri comuni intitolate a donne, soprattutto se non si considerano sante e beate. Ma la toponomastica urbana riflette la memoria collettiva e contribuisce a trasmettere valori culturali alle generazioni future.

A chi sono intitolate le vie italiane

In Italia, solo il 6,6 per cento delle strade dei capoluoghi è intitolato a una figura femminile e, se si escludono sante e beate, la percentuale scende al 3,9 Per cento. A prima vista può sembrare un dato curioso ma marginale. In realtà questi numeri raccontano qualcosa di più profondo: la toponomastica urbana, ovvero il modo in cui vengono scelti i nomi di strade e piazze, riflette la memoria collettiva e contribuisce a trasmettere valori culturali alle generazioni future.

In un nostro recente studio abbiamo indagato proprio questo aspetto: la toponomastica può contribuire alla trasmissione di valori socio-culturali, come l’equità di genere? E in che modo? E in che misura l’ambiente urbano, attraverso simboli e segnali nello spazio pubblico, influenza le percezioni individuali?

Quando il nome di una via diventa un messaggio

Dalle “vie Garibaldi” alle “piazze Cavour”, passando per i “viali della Vittoria” e “corso Roma”, l’intitolazione delle strade ha sempre avuto un significato politico e culturale. Nel corso del tempo, è diventata uno strumento attraverso cui una comunità seleziona e celebra figure e valori, costruendo così una narrazione condivisa. In questo processo, tuttavia, le donne sono rimaste ai margini, relegate a poche figure simboliche, spesso e volentieri di matrice religiosa.

Le decisioni sulla toponomastica non sono spontanee né automatiche: ogni nuovo nome di strada passa attraverso una proposta formale – avanzata da consiglieri comunali, giunte o associazioni – e successivamente vagliata dal consiglio comunale. la procedura è regolata da norme precise, tra cui parere obbligatorio della prefettura e il divieto di intitolare vie a persone decedute da meno di dieci anni, salvo eventuali deroghe.

Di tutto l’iter i cittadini sanno poco, eppure non sono aspetti marginali: dimostrano come la toponomastica sia il risultato di scelte politiche deliberate, e non di inerzia amministrativa, chiarendo come intervenire sui nomi delle vie non sia un mero gesto simbolico, ma un atto deliberato di “pedagogia civica”.

La nostra ricerca parte da questa constatazione e propone una chiave di lettura alternativa: la toponomastica non è solo uno specchio del passato, ma anche un veicolo attraverso cui i valori culturali vengono trasmessi nel presente, con uno sguardo al futuro. In particolare, ci siamo chiesti se vivere in un contesto urbano in cui le donne sono maggiormente rappresentate nei nomi delle strade possa essere associato a una maggiore consapevolezza sull’equità di genere.

Un’analisi empirica su oltre mille comuni italiani

Per verificare la nostra ipotesi, abbiamo incrociato due fonti di dati: Il censimento permanente delle strade di Istat, da cui abbiamo calcolato la percentuale di quelle intitolate a figure femminili in ogni comune; il Rapporto Giovani 2017, condotto da Ipsos per l’Istituto Giuseppe Toniolo, che raccoglie informazioni dettagliate su oltre 3mila giovani italiani tra i 20 e i 35 anni, rappresentativi della popolazione giovanile nazionale.

Abbiamo quindi stimato un modello statistico (probit), controllando per un’ampia serie di fattori individuali (età, istruzione, religiosità) e territoriali (dimensione del comune, reddito medio, capitale sociale, orientamento politico locale). I risultati mostrano una relazione significativa e robusta tra toponomastica e percezioni di genere: in media, un aumento di un punto percentuale nella quota di strade intitolate a figure femminili è associato a un incremento dell’1,4–1,7 per cento nella probabilità che un giovane dichiari di non ritenere gli uomini migliori leader politici delle donne.

Una cultura che si trasmette attraverso lo spazio

L’associazione tra toponomastica al femminile e percezioni di genere persiste anche utilizzando altre misure, come le opinioni sulla leadership femminile in azienda, e si conferma attraverso numerosi test di robustezza. Inoltre, l’effetto risulta essere particolarmente consistente: nei piccoli comuni, dove il legame tra individuo e spazio urbano è più diretto; tra i giovani che risiedono ancora nel comune di nascitae sono quindi più esposti alla cultura locale; tra i giovani con livelli di istruzione più bassi, per i quali il contesto locale pesa maggiormente nella formazione delle opinioni; nelle regioni del Nord, dove il capitale sociale è più elevato.

È vero che i giovani di oggi sono esposti fin da età precoce a contenuti digitali e ai social media, fattori che attenuano il peso del contesto territoriale nel formare valori e opinioni. Ciononostante, troviamo comunque una relazione significativa tra toponomastica e percezioni di genere, un risultato che rafforza ulteriormente la nostra ipotesi. Se l’associazione emerge oggi, quando lo spazio urbano compete con ambienti digitali molto più pervasivi, è plausibile che in passato il ruolo simbolico dei nomi delle strade fosse ancora più rilevante.

In altre parole, questi dati evidenziano come la presenza di nomi femminili nelle strade non sia solo un dato simbolico, ma un elemento concreto della “cultura vissuta” che contribuisce alla trasmissione di valori, in particolare tra le nuove generazioni.

Religione, laicità e rappresentazioni del femminile

Un ulteriore approfondimento ha riguardato la distinzione tra strade intitolate a figure femminili religiose (come sante o beate) e quelle dedicate a donne laiche (scienziate, artiste, politiche). Qui emerge un aspetto interessante: la correlazione positiva tra toponomastica e percezioni di equità è più forte nei comuni dove la maggioranza delle strade femminili è dedicata a figure laiche. Questo suggerisce che non è la presenza femminile in sé a fare la differenza, ma il tipo di modello valoriale rappresentato.

Un messaggio per le politiche locali

Occorre sottolineare che i nostri risultati non implicano un nesso causale diretto: non basta certamente cambiare il nome di una via per modificare le opinioni della cittadinanza. Tuttavia, mostrano chiaramente che la toponomastica riflette e contribuisce alla cultura locale, diventando uno strumento di trasmissione intergenerazionale dei valori.

In questo senso, le scelte delle amministrazioni comunali in materia di intitolazioni non sono mai neutre, ma possono orientare simbolicamente l’identità collettiva. Politiche di riequilibrio nella rappresentanza toponomastica – come quelle adottate da alcuni comuni italiani – non sono soltanto atti simbolici, ma parte di un processo più ampio di trasformazione culturale.

Cambiare i nomi per cambiare il futuro

In un’epoca in cui l’educazione civica è sempre più al centro del dibattito pubblico, guardare alla toponomastica come strumento di trasmissione culturale può offrire spunti preziosi. Le nostre città parlano, e lo fanno anche attraverso i nomi delle strade. Dare voce a più donne nello spazio urbano non significa solo sanare un’ingiustizia storica. Significa proporre modelli diversi, creare nuovi simboli e contribuire concretamente alla sfida, non banale ma necessaria, di costruire una società più equa.

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