I diritti di proprietà non sono immutabili ma emergono e si precisano quando il valore delle risorse aumenta. Le norme che li regolano devono però essere giuste, altrimenti diventano strumenti di esclusione e predazione. Vale anche nel caso dell’Artico.

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Come evolvono i diritti di proprietà

Negli ultimi anni l’Artico è tornato al centro dell’attenzione pubblica: il rinnovato interesse per la Groenlandia, la progressiva apertura di rotte marittime dovuta allo scioglimento dei ghiacci e le rivendicazioni su aree come l’arcipelago delle Svalbard ne sono segnali evidenti. A proposito di quest’ultimo, Eivind Vad Petersson, sottosegretario norvegese agli Esteri, ha sintetizzato al New York Times (11 gennaio): «Per troppo tempo Svalbard è stata vista da altre nazioni come una specie di far west, dove chiunque voglia può venire a fare quasi quello che vuole. Non è così. Questo è territorio sovrano norvegese. Quindi lo stiamo rendendo un po’ più chiaro». Di recente, infatti, Oslo ha limitato la vendita di terreni agli stranieri e ha rivendicato centinaia di miglia di mare attorno all’arcipelago, segnali concreti di una volontà di chiarire diritti e confini.

Questi sviluppi possono essere interpretati da molte prospettive e qui propongo una chiave teorica spesso trascurata nel dibattito pubblico: la teoria dei diritti di proprietà di Harold Demsetz. Secondo l’economista Usa, i diritti di proprietà non sono elementi immutabili ma istituzioni che emergono, si precisano e si rafforzano quando il valore delle risorse cresce tanto da rendere i benefici dell’esclusività superiori ai costi di definizione e enforcement. Dove una risorsa ha scarso valore o i costi di esclusione sono proibitivi, un regime di libero accesso può risultare più efficiente; quando invece il valore atteso aumenta – per ragioni tecnologiche, di mercato o ambientali – nasce l’incentivo a investire in regole, monitoraggio e sanzioni per gestire la risorsa in modo ordinato e catturarne i rendimenti.

Dalla caccia al castoro all’Artico

Il caso storico che Demsetz utilizza per illustrare questa dinamica è eloquente e convincente. Alcune popolazioni indigene del Nord America praticavano la caccia al castoro in regime di libero accesso; con l’arrivo di commercianti esterni la domanda di pellicce aumentò e il prezzo salì, spingendo a una caccia intensiva che minacciava l’esaurimento della specie. Per evitare il collasso della risorsa, alcune comunità introdussero diritti territoriali esclusivi: la proprietà divenne lo strumento per internalizzare i benefici della conservazione. Chi poteva escludere gli altri aveva infatti l’incentivo a contare e monitorare gli animali, e a limitare la caccia quando il loro numero calava eccessivamente. A conferma della teoria, dove la morfologia del territorio rendeva difficile delimitare e far rispettare i diritti o dove il valore commerciale era basso, la proprietà privata non si affermò.

Evidentemente, il caso empirico di Demsetz riguarda società con istituzioni informali, mentre l’Artico contemporaneo non è un “commons” indifferenziato: la sovranità sulla terraferma è in larga misura definita e il quadro giuridico che disciplina Zee- zone economiche esclusive, piattaforme continentali e rotte marittime è ben articolato. Tuttavia, la logica di Demsetz non è vincolata all’assenza o alla debolezza di istituzioni formali. Fornisce una logica degli incentivi – il trade‑off tra valore e costi di esclusione – che rimane valida ogni volta che mutano benefici e costi: stati, imprese e comunità reagiscono anche in contesti altamente istituzionalizzati.

L’intuizione centrale – che l’emergere o il rafforzarsi dei diritti di proprietà risponde a mutamenti nei benefici e nei costi dell’esclusività – è applicabile anche a regimi internazionali, diritti minerari, diritti di pesca e dispute territoriali. Esempi concreti includono l’introduzione di quote trasferibili nella pesca, la rinegoziazione di concessioni minerarie e l’estensione delle piattaforme continentali: tutte risposte istituzionali a un aumento del valore delle risorse e a una maggiore capacità tecnica di escludere e monitorare. Il punto di contatto con il caso storico, da prendere cum grano salis, è che un cambiamento esterno (il riscaldamento globale o l’arrivo di nuovi attori economici) aumenta il valore di risorse prima marginali, generando pressioni su diritti esistenti e incentivando gli attori a rafforzare, estendere o reinterpretare le proprie rivendicazioni. In questo senso, nell’Artico non si assiste alla nascita di diritti inediti, ma a una loro riformulazione accompagnata da un’applicazione più rigorosa.

Se mancano confini e regole chiare

L’intensificazione istituzionale solleva però questioni di legittimità, giustizia e sostenibilità che non possono essere ignorate. Il primo nodo è politico e distributivo: chi stabilisce le regole e chi beneficia delle nuove opportunità? Nel caso della Groenlandia, i diritti derivano da un intreccio complesso di norme internazionali, diritto danese e tutele per gli Inuit. Se i processi decisionali marginalizzano le comunità locali, la ridefinizione dei diritti rischia di tradursi in espropriazione di ricchezze e in conflitti sociali. Il secondo rischio, forse ancora più grave, è ambientale: l’Artico è un ecosistema fragile e cruciale per l’equilibrio climatico globale; l’aumento dell’estrazione e del traffico marittimo comporta pericoli concreti di inquinamento, perdita di habitat e sovrasfruttamento, con effetti difficili o impossibili da invertire. Colpisce l’ironia amara di un Artico che si scioglie per il riscaldamento globale offrendo nuovi giacimenti proprio a chi ne contesta le cause.

La teoria di Demsetz ci aiuta anche da questo punto di vista. Suggerisce che la proprietà può incentivare la gestione sostenibile solo se i titolari dei diritti hanno un orizzonte temporale lungo e se esistono istituzioni solide, trasparenti e capaci di far rispettare regole e sanzioni contro comportamenti predatori. Se manca un quadro normativo robusto, fondato su monitoraggio credibile, responsabilità chiare e una giusta condivisione dei benefici con le comunità locali, l’aumento del valore può generare costi rilevanti per la natura e per le popolazioni interessate. Confini e regole chiare possono ridurre le tensioni internazionali – good fences make good neighbours – ma le “recinzioni” istituzionali devono essere giuste e costruite con partecipazione e tutela ambientale; altrimenti diventano strumenti di esclusione e predazione e, nel peggiore dei casi, cause di conflitti armati. In questo scenario, le mire egemoniche delle superpotenze e un nazionalismo tanto diffuso quanto esasperato non appaiono come semplici posture retoriche, ma come segnali strutturali di una più ampia instabilità e incertezza sistemica.

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