Dimezzare il numero degli appelli d’esame, come ha fatto dal 2010-2011 la facoltà di economia dell’Università di Bologna, avvantaggia gli studenti. Diminuisce infatti il tasso di abbandono, la laurea arriva più spesso in corso e i voti non ne risentono.
I tanti appelli dell’università italiana
Una nota commedia di Eduardo De Filippo si intitola Gli esami non finiscono mai, ma quando ci riferiamo al sistema universitario italiano, sarebbe forse più appropriato dire che “gli appelli d’esame non finiscono mai”. Se parliamo con colleghi o studenti stranieri ci accorgiamo spesso della loro sorpresa di fronte all’elevato numero di appelli a disposizione degli studenti in Italia: raramente meno di sei per esame, possono anche superare i dieci per singolo anno accademico.
Nonostante l’estrema flessibilità nel programmare lo studio, l’Italia ha tassi di abbandono molto elevati nell’istruzione terziaria e una delle più basse quote di laureati: solo il 29,2 per cento della popolazione è laureata nella fascia d’età 25-34 anni (l’Italia è penultima nei dati Ocse, seguita solo dal Messico), ben 18 punti percentuali al di sotto della media Ocse (vedi figura 1). Sorge allora spontanea la domanda: l’elevato numero di appelli d’esame favorisce veramente gli studenti?
La letteratura scientifica ha ipotizzato che un numero molto elevato di appelli (o resit, nel contesto internazionale) possa influenzare negativamente la performance accademica, in particolare incentivando in alcuni casi gli studenti a procrastinare lo studio e il sostenimento degli esami, o a provare i primi appelli con scarsa preparazione (si veda a questo proposito “La lotteria degli esami” qui su lavoce.info). Questo comportamento contribuirebbe a uno dei fenomeni più noti e dibattuti dell’università italiana: i lunghi tempi di laurea. Tuttavia, queste previsioni derivano per lo più da modelli teorici o da evidenze sperimentali in contesti di laboratorio, mentre mancano studi empirici che ne valutino gli effetti in contesti reali.
La scelta di Bologna
In un recente studio abbiamo analizzato una riforma introdotta dalla facoltà di economia dell’Università di Bologna, che a partire dalla coorte di immatricolati del 2010-2011 ha ridotto il numero di appelli d’esame annuali da sei a tre. Utilizzando un disegno quasi-sperimentale basato sulla metodologia delle differenze-in-differenze (DiD), e impiegando come gruppo di controllo studenti iscritti a corsi di laurea simili offerti da altre facoltà della stessa università, il nostro studio mostra che la riforma ha migliorato la performance degli studenti nel primo anno: in particolare, si osservano una riduzione dei tassi di abbandono (-32 per cento), un aumento dei crediti formativi acquisiti (+33 per cento) e un incremento degli esami superati (+22 per cento).
Nel nostro lavoro mostriamo che questi effetti positivi non sono riconducibili, se non in minima parte, a meccanismi di selezione positiva, ovvero a un miglioramento della qualità media degli studenti immatricolati nei corsi in cui è stata introdotta la riforma.
I benefici non si sono esauriti nel breve periodo: la riforma ha avuto effetti positivi anche nel medio-lungo termine, aumentando la probabilità di conseguire la laurea in corso (+22 per cento) – uno degli obiettivi espliciti della riforma – o con al massimo un anno fuori corso (+10 per cento).
È importante sottolineare, inoltre, che il cambiamento non ha avuto effetti negativi sui voti medi degli esami sostenuti o sul voto finale di laurea. È un risultato rilevante, perché tra le principali preoccupazioni degli studenti vi era il timore che la diminuzione del numero di appelli potesse spingerli ad accettare voti più bassi, avendo meno opportunità di ripetere l’esame. I benefici osservati, inoltre, non si sono concentrati unicamente tra gli studenti provenienti da contesti familiari più agiati.
Pur con le cautele del caso – la nostra analisi è basata sull’esperienza di un singolo ateneo – il nostro lavoro suggerisce che riformare l’organizzazione delle modalità di valutazione all’università potrebbe rappresentare un efficace strumento per migliorare i risultati educativi degli studenti e affrontare il problema dei lunghi tempi di laurea nelle università italiane.
Figura 1 – Percentuale della popolazione 25-34 con istruzione terziaria

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Professore Ordinario di Economia Politica presso il Dipartimento di Economia Management e Metodi Quantitativi (DEMM) dell’Università degli Studi di Milano. Si occupa prevalentemente di ricerca empirica su temi di economia del lavoro, economia dell’istruzione, economia della popolazione ed economia sanitaria, con particolare riguardo alla valutazione delle politiche. Nel 2016-2018 ha svolto funzioni di Grant Holder presso il Competence Centre on Microeconomic Evaluation (CC-ME) della Commissione Europea fornendo supporto alla valutazione delle politiche pubbliche. E’ attualmente research fellow dei network Institute of Labor Economics (IZA), Global Labor Organization (GLO) e Centro Studi Luca d’Agliano (LdA). Ha ottenuto un Ph.D. in Economics all'Università degli Studi di Ancona e un Ph.D. in Economics alla University of Warwick.
Silvia Granato è economista e Visiting Researcher presso il Dipartimento di Economia dell’Università di Verona, dove svolge attività di ricerca e didattica. È affiliata al CAPP – Centro di Analisi per le Politiche Pubbliche. Dal 2019 al 2025 ha ricoperto il ruolo di Economic and Policy Analyst presso la Commissione Europea – Joint Research Centre, Competence Centre on Microeconomic Evaluation (CC-ME), dove si è occupata di valutazione controfattuale delle politiche pubbliche, con particolare riferimento agli ambiti dell’istruzione e del mercato del lavoro.
La sua attività di ricerca si concentra sull’economia dell’istruzione, sull’economia di genere e sull’econometria applicata. Ha coordinato e contribuito a valutazioni di programmi europei, tra cui l’Iniziativa per l’Occupazione Giovanile e il programma Erasmus+, collaborando con Direzioni Generali della Commissione Europea e con amministrazioni nazionali. Ha conseguito il PhD in Economics presso la Queen Mary University of London.
Enkelejda Havari è Professoressa Associata di Economia presso l’IÉSEG School of Management (Parigi) e affiliata al laboratorio di ricerca Lille Economics and Management (LEM, CNRS-9221). La sua attività di ricerca si concentra prevalentemente sull’econometria applicata, sull’economia del lavoro e sulla valutazione delle politiche pubbliche. Dal 2015 al 2021 ha ricoperto il ruolo di Economista presso il Joint Research Centre della Commissione Europea, contribuendo all’analisi e alla valutazione di politiche e programmi dell’Unione europea, tra cui Erasmus, Garanzia Giovani ed ERC grants. È attualmente Research Fellow dell’Institute of Labor Economics (IZA) e della Global Labor Organization (GLO). Ha conseguito il PhD in Econometrics and Empirical Economics presso l’Università di Roma Tor Vergata e la Laurea Magistrale in Economia presso l'Università di Bologna.
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