Quando l’università riduce le disuguaglianze di genere

Le ragazze cresciute in aree con scarsa partecipazione femminile al lavoro tendono a riprodurre quei modelli. Ma all’università possono incontrare studentesse provenienti da contesti molto diversi. E le cose cambiano.

Un divario che viene da lontano

Ormai da diversi anni la disuguaglianza di genere è entrata a pieno titolo sia nel dibattito accademico sia in quello pubblico. Gran parte dell’attenzione si concentra sulle conseguenze della maternità sulle carriere femminili. Eppure, in Italia – così come in altri paesi dell’Europa meridionale – le differenze nel mercato del lavoro emergono ben prima, risultando già marcate al momento dell’ingresso nel mondo del lavoro.

Lo mostrano con chiarezza i dati AlmaLaurea, che raccolgono gli esiti occupazionali dei neolaureati di oltre settanta università italiane. Fin dall’inizio della carriera, le donne guadagnano meno dei colleghi uomini. In parte ciò riflette scelte educative differenti – ad esempio la minore presenza nei corsi scientifici – ma il divario persiste anche confrontando studenti dello stesso corso di laurea magistrale: a un anno dalla laurea, le donne percepiscono in media l’11 per cento in meno al mese rispetto ai compagni di corso. La differenza dipende soprattutto dalle ore lavorate: oltre il 30 per cento delle laureate inizia con un contratto part-time, contro meno del 14 per cento degli uomini. Comprendere le cause di questi divari iniziali è cruciale: se le donne partono svantaggiate, la maternità rischia di amplificare disuguaglianze già esistenti. Quali fattori spiegano le differenze?

L’influenza del contesto di origine

In un mio recente studio, mostro che i divari riflettono, almeno in parte, i modelli osservati nel luogo in cui si è cresciute. L’Italia è un contesto ideale per studiare il fenomeno: il tasso di partecipazione femminile al mercato del lavoro varia tra il 29 e il 66 per cento a seconda della provincia, un’eterogeneità molto più marcata rispetto a quella maschile. Ragazze cresciute in territori diversi sono quindi esposte a esempi molto differenti di partecipazione femminile, formando credenze e aspettative che tendono a riprodursi.

Poiché quasi il 60 per cento degli studenti lascia la propria provincia per studiare altrove, mi concentro su chi studia e lavora fuori dal luogo di origine. Questo consente di confrontare ragazze che si trovano nelle stesse condizioni del mercato del lavoro locale (e che sono lontane dalla propria famiglia), ma che sono cresciute in contesti culturali diversi. Le ragazze cresciute in province con alta partecipazione femminile lavorano più ore e accettano meno frequentemente contratti part-time rispetto alle compagne provenienti da aree meno partecipative, pur lavorando nella stessa città e a parità di performance accademica, percorso di studi e background familiare. Questa relazione è quasi assente per gli uomini. Un’indagine che ho disegnato e condotto su un ampio campione di studenti aiuta a comprenderne le ragioni. Le ragazze cresciute in aree con bassa partecipazione femminile hanno aspettative più pessimistiche circa la probabilità di ricevere un’offerta di lavoro – soprattutto a tempo pieno – e percepiscono un giudizio sociale più negativo quando manifestano ambizioni professionali elevate. Queste aspettative contribuiscono alla loro maggiore propensione ad accettare offerte part-time rispetto alle colleghe cresciute in aree più egualitarie.

Il ruolo dei compagni di corso

Se il contesto di origine conta, l’università può attenuare questa persistenza? L’elevata mobilità studentesca rende i corsi di laurea magistrale un vero “melting pot”, in cui si incontrano studenti provenienti da contesti molto diversi. I dati AlmaLaurea permettono di ricostruire con precisione la composizione geografica degli iscritti a ciascun corso e di osservarne le variazioni tra un anno e l’altro. Anche se gli studenti scelgono il corso di laurea magistrale cui iscriversi, e quindi la composizione geografica dei compagni non è casuale, nel mio studio confronto coorti successive all’interno dello stesso corso. In pratica, considero studentesse iscritte al medesimo programma che si trovano esposte, da un anno all’altro, a quote leggermente diverse di compagni provenienti da aree più o meno egalitarie. Le variazioni nella provenienza geografica che si osservano tra una coorte e l’altra non seguono trend sistematici e non risultano associate alle caratteristiche iniziali delle studentesse. Questo rende plausibile interpretarle come fluttuazioni casuali nella composizione delle classi e consente di stimare l’effetto dell’esposizione a compagni cresciuti in contesti con maggiore partecipazione femminile al lavoro.

I risultati sono chiari: essere esposte a un numero maggiore di studentesse provenienti da province con alta partecipazione femminile aumenta significativamente le ore lavorate e la probabilità di occupazione a tempo pieno. L’effetto non si osserva per gli uomini. Le stime indicano che aggiungere a un corso nove ragazze provenienti da aree più partecipative riduce i divari di genere iniziali tra il 20 e il 40 per cento, a seconda dell’indicatore considerato. Gli effetti sono inoltre asimmetrici: beneficiano soprattutto le ragazze cresciute in aree meno egualitarie, mentre per chi proviene da contesti già più paritari la composizione delle compagne non produce cambiamenti significativi.

Quanto ai meccanismi, il miglioramento degli esiti occupazionali sembra dipendere sia da un cambiamento nelle preferenze di ricerca del lavoro – con minore peso attribuito a flessibilità e tempo libero – sia da un processo di apprendimento sociale. L’analisi dell’evoluzione temporale delle aspettative mostra che le ragazze cresciute in contesti meno partecipativi rivedono in senso più ottimistico le proprie aspettative. Questo suggerisce che l’ambiente sociale incontrato durante gli studi possa contribuire, almeno in parte, a modificare il loro comportamento di ricerca.

Promuovere la diversità

Il contesto di origine conta, ma la sua influenza può essere attenuata attraverso l’esposizione, durante gli studi universitari, a compagni e compagne cresciuti in aree con maggiore partecipazione femminile al lavoro. Politiche educative che promuovono la diversità nella composizione geografica degli studenti possono quindi contribuire a ridurre in modo significativo i divari di genere già all’inizio della carriera.

Più in generale, questi risultati mettono in luce una funzione importante, spesso trascurata, dell’università: oltre alla formazione del capitale umano, è uno spazio di incontro e socializzazione tra studenti di background diversi, in cui per molti si ridefiniscono ambizioni e si amplia ciò che appare possibile.

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Il Punto

  1. ANTONELLO OLIVA

    Questo ha avuto anche rilevanza per me, uomo, baby boomer, ora 65enne, nato e cresciuto “ai bordi di periferia” di una piccola borgata romana: già i turni o sedi improvvisate per la scuola dell’obbligo, poi ancora alle superiori, doppi turni (sì, una settimana la mattina ed una il pomeriggio, sabato incluso), sezioni fino alla Q, poi l’università, l’unica che c’era in quegli anni nella capitale d’italia, con 2-3 milioni di abitanti. Già al liceo, per quanto sempre in un quartiere periferico, ma “un po’ meno”, ho cominciato lo “svezzamento sociale”, per così dire. E queste nuove realtà con cui entravo in contatto hanno cambiato per sempre la mia esistenza, anche dal punto di vista degli studi e professionale, che è quello che qui interessa. Si sono intrecciati più “mondi vitali” come diceva Ardigò e gli effetti sono stati positivi.

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