Lep al Sud: un autogol il ricorso alla Consulta

Il ricorso alla Corte costituzionale della Regione Puglia sulle norme che regolano i livelli essenziali di assistenza investe l’intero impianto del sistema di garanzia. Si rischia così di perdere un’occasione per ridurre i divari territoriali.

Livelli verificabili per le prestazioni di assistenza sociale

La legge di bilancio 2026 (commi 696-714) introduce per la prima volta un sistema di garanzia dei livelli essenziali delle prestazioni dell’assistenza sociale, i Leps. L’innovazione, spinta molto dalla congiunzione astrale del Pnrr, è di metodo: si passa da livelli essenziali enunciati come principi, rimasti largamente inattuati, a livelli quantitativi e verificabili. Per ogni ambito territoriale sociale viene definita una soglia di spesa di riferimento, calcolata sui fabbisogni standard monetari dei comuni e non sulla spesa storica, con monitoraggio strutturato e potere sostitutivo statale in caso di inadempienza. Nessun territorio deve restare al di sotto di questa soglia.

L’architettura si completa con standard qualitativi (un assistente sociale ogni 5mila abitanti, équipe multidisciplinari, assistenza domiciliare per i non autosufficienti) e con il livello essenziale per l’assistenza all’autonomia e alla comunicazione degli alunni con disabilità (commi 706-711), dotato di un proprio meccanismo di finanziamento progressivo. La medesima legge, al comma 697, formalizza i livelli essenziali di assistenza sanitaria (Lea) come livelli essenziali ai sensi della Costituzione: un passaggio che apre prospettive nuove per il finanziamento della sanità nelle regioni meridionali.

Dove si concentrano i divari

La tabella confronta la spesa effettiva per i servizi sociali dei comuni (al netto della componente socio-sanitaria e degli asili nido) con la spesa di riferimento del nuovo sistema, proiettata al 2030, anno in cui il Fondo speciale per l’equità del livello dei servizi raggiunge l’importo a regime (763,9 milioni). L’ultima colonna misura il gap che il meccanismo di garanzia ha l’obiettivo di colmare.

I numeri sono eloquenti. Il Sud e le Isole spendono 88 euro per abitante, meno della metà del Nord (180 euro), e restano sotto la soglia di riferimento di oltre 16 euro per abitante. Il divario è interamente concentrato nelle regioni meridionali e insulari; Nord e Centro dispongono già di livelli di spesa superiori alla soglia. Per costruzione del meccanismo perequativo, le risorse aggiuntive sono destinate a colmare il gap, facendo leva sull’esperienza del programma “obiettivi di servizio” dei comuni che dal 2021 ha portato nel Mezzogiorno risorse aggiuntive pari in media a oltre il 40 per cento del fabbisogno standard.

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Il ricorso della Puglia

In questo quadro, dal Mezzogiorno giunge un segnale ambiguo. Il 24 febbraio 2026, la giunta regionale della Puglia ha deliberato l’impugnazione davanti alla Corte costituzionale dei commi 706-711 relativi al livello essenziale per l’assistenza all’autonomia e alla comunicazione. La Regione contesta l’assenza di un’adeguata istruttoria sugli impatti finanziari, la mancanza di copertura integrale statale e l’insufficienza delle risorse per la fase transitoria 2026-2027. Il ricorso, pur formalmente circoscritto, investe nella sostanza l’intero impianto del sistema di garanzia, poiché contesta il metodo stesso di definizione dei livelli essenziali e di quantificazione delle risorse.

Un ricorso contro i propri interessi

Le preoccupazioni della Puglia sul piano finanziario meritano attenzione. Tuttavia, la strategia del ricorso contiene una contraddizione. Le risorse aggiuntive del sistema di garanzia, assieme al meccanismo ordinario di perequazione nell’ambito del Fondo di solidarietà comunale, sono strutturalmente orientate a beneficiare i territori dove la spesa è più lontana dai livelli standard, ossia il Mezzogiorno. Impugnare la norma che istituisce il meccanismo equivale, per le regioni del Sud, a fare ricorso contro la propria opportunità di recupero. Il rischio concreto è che il ricorso blocchi l’intero impianto o ne ritardi l’attuazione, compromettendo anche il rispetto degli impegni assunti con l’Unione europea nell’ambito del Piano nazionale di ripresa e resilienza.

C’è poi un altro aspetto. La formalizzazione dei livelli essenziali di assistenza sanitaria come livelli essenziali costituzionali aprirebbe, se solo si decidesse di imboccarla, la strada verso fabbisogni standard monetari specifici per macro-area sanitaria, analoghi a quelli già operativi per i servizi sociali. La domanda non sarebbe più come ripartire le risorse disponibili, ma quanto costa garantire le prestazioni promesse ai cittadini. Chiedere l’intervento della Corte significa perdere di vista l’opportunità concreta che la norma, con il passaggio dei Lea a Lep sanitari, può offrire da subito di incidere sui divari di risorse denunciati dalle regioni meridionali, agendo per via politica. Calcolare i fabbisogni monetari della sanità potrà essere utile per almeno per due motivi: primo, perché sapere esattamente quanto manca è il prerequisito per qualsiasi scelta politica seria di attribuzione delle risorse; secondo, perché un calcolo basato su costi efficienti potrebbe dimostrare che i soldi in realtà ci sono, ma vanno spesi meglio e dove serve davvero.
Le regioni meridionali potrebbero forse ottenere più risultati imboccando una strada alternativa: chiedere la piena applicazione del nuovo impianto, dimostrando nelle sedi istituzionali la necessità di risorse aggiuntive (che non necessariamente devono produrre un incremento di spesa pubblica complessiva, ma una revisione delle priorità). Risorse che, come emerge dai dati sul commissariamento dei comuni inadempienti verso gli obiettivi di servizio comunali, il Mezzogiorno talvolta fa fatica a spendere per carenze di capacità amministrativa: oltre il 75 per cento dei comuni commissariati ha poi completato i cronoprogrammi, a conferma che il problema risiede anche nella capacità gestionale, non solo nella dotazione di risorse.

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Gli standard della legge di bilancio non sono assoluti: sono tappe di un percorso progressivo. Negoziare dentro il sistema, tanto sui servizi sociali quanto sulla sanità, forti di norme che per la prima volta lo consentono su basi costituzionalmente solide: potrebbe essere una strategia efficace, al contrario del ricorso alla Consulta.

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  1. Savino

    Condivido quanto esposto in articolo, il problema è la lontananza dagli standard minimi essenziali di servizi, siderale storicamente per il sud, ma evidente anche per il nord di oggi che non cresce, non è competitivo ed ha diseguaglianze incredibili al suo interno. Tali standard possono solo essere centralizzati, anche in base a quanto detto dalla Corte Costituzionale. In quest’epoca storica bisognerebbe accantonare, tra l’altro, anche ogni desiderio federalista, in contrasto sia con le tante forme di sovranismo esistenti, sia con la rivisitazione dello Stato sociale e della spesa pubblica più in generale, che va governata evitando frammentazioni e sprechi.

  2. Marina Rinaldi

    Non condivido affatto il ragionamento: non mettete a rischio il meccanismo altrimenti non avrete nemmeno quel poco di soldi in più che il meccanismo stesso prevede. Il concetto è ben esposto e argomentato nell’articolo di marco Esposito https://steady.page/it/xilsud/posts/44a8500c-0b46-4c2a-9c3c-6bbdaab84656

    • Francesco Porcelli

      Cara Marina,
      segnalo la mia risposta all’articolo di Marco Eposito e la sua replica pubblicata sullo stesso Blog. In particolare, lo stesso Marco Esposito riconosce che la sua interpretazione dei dati da cui è stato derivato anche il titolo del suo intervento era errata. La prevo di vedere la risposta completa al commento successivo.

  3. nicola cataruozzolo

    Non condivido l’articolo Lep, Lo spiega Marco Esposito (13 marzo 2026) la disfida di Andria
    È una disfida nata in terra di Puglia e promette scintille. Da un lato c’è Antonio Decaro da Bari, battagliero presidente della Regione Puglia, dall’altro Francesco Porcelli da Andria, in apparenza grigio professore di Economia alla sede di Latina della Sapienza ma in realtà potente uomo dei numeri da oltre un decennio, da quando cioè si discute e soprattutto si applica il federalismo fiscale. Argomento della tenzone sono i Lep, ovvero i livelli essenziali delle prestazioni previsti dalla Costituzione per garantire una rete di servizi omogenea sul territorio nazionale. Una partita che si intreccia a doppio filo con quella per l’autonomia differenziata, in merito alla quale la Conferenza delle Regioni è impegnata in queste settimane a esprimersi sulle quattro preintese firmate dal governo con Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria.

    Decaro ha avuto l’ardire di far ricorso alla Corte costituzionale (XilSud ha dato la notizia il 25 febbraio 2026) mettendo sotto accusa il sistema di conteggio dei Lep per gli studenti disabili previsto dalla manovra di bilancio del 2026. Un dettaglio, se vogliamo, rispetto al complesso sistema dei Lep in via di definizione, ma utile a far intervenire la Consulta sul punto chiave: l’asticella dei livelli essenziali deve fotografare l’esistente oppure garantire uguali diritti agli italiani, ovunque residenti?

    Secondo Porcelli il ricorso alla Consulta di Decaro è un autogol. E il suo pensiero è stato ospitato il 10 marzo dal sito http://www.lavoce.info. Secondo il professore di Andria, “il ricorso alla Corte costituzionale della Regione Puglia sulle norme che regolano i livelli essenziali di assistenza investe l’intero impianto del sistema di garanzia. Si rischia così di perdere un’occasione per ridurre i divari territoriali”.

    La tecnica di Porcelli è nota da tempo: quando il Mezzogiorno pretende equità, il suo suggerimento è accontentarsi del poco che arriva, perché potrebbe perdere pure quello. Quando nel 2015 fu istituito il fondo di solidarietà comunale, fu Porcelli in qualità di consulente della Sose (società del Mef, oggi incorporata in Sogei) ad andare in Parlamento a spiegarne il meccanismo (25 giugno 2015, audizione presso la Commissione bicamerale per l’attuazione del federalismo fiscale). La Costituzione prevede all’articolo 119 che l’intervento perequativo sia tale da coprire integralmente (ovvero il 100%) i divari di capacità fiscale, ma con un gioco di prestigio si tagliò quel 100% al 45,8%. “Questa è stata una scelta politica – spiegò Porcelli – che chiaramente può essere modificata: si può andare al 100 per cento, si può anche ridurre come target di perequazione”. Porcelli ovviamente aveva torto perché se la Costituzione dice integrale non c’è artificio tecnico o volontà politica che possa definire 45,8% come uguale a 100%. E infatti il target perequativo dopo le denunce di Zero al Sud (2018) e i ricorsi dei Comuni (2019) è stato portato al 100% sia pure con applicazione graduale entro il 2030.

    Entriamo adesso nel dettaglio dell’argomento Lep sociali, molto tecnico ma che in sostanza si riduce alla domanda se un cittadino residente ad Andria abbia diritto nonostante Porcelli al medesimo sostegno sociale di un cittadino residente ad Asti.

    Porcelli nel suo articolo spiega che “per ogni ambito territoriale sociale viene definita una soglia di spesa di riferimento, calcolata sui fabbisogni standard monetari dei comuni e non sulla spesa storica, con monitoraggio strutturato e potere sostitutivo statale in caso di inadempienza. Nessun territorio deve restare al di sotto di questa soglia”. Sembra un lodevole impegno all’equità. Ma il trucco c’è anzi ce ne sono due ed emergono dalla tabella prodotta dall’economista pugliese.

    La tabella parte dal 2022 e nella prima colonna numerica ci racconta quel che sappiamo: la spesa per abitante per i servizi sociali dei comuni (al netto della componente socio-sanitaria e degli asili nido) nel Mezzogiorno è a quota 88,10 euro ovvero molto sotto quella del Centro e del Nord. Cosa fa il nuovo meccanismo? Definisce la spesa di riferimento per tutti i territori al di sotto della media italiana di 138 euro. In pratica è come se si sostenesse che l’Italia oggi nel suo insieme ha un eccesso di servizi di assistenza sociale. Grazie a tale colpo di fantasia, Nord e Centro sono e restano allegramente sopra la soglia e nessuno ovviamente impedirà loro di continuare a spendere tali somme extra target, mentre al Mezzogiorno viene dato un contentino (Gap da colmare al 2030) di 16,30 euro per abitante.

    Si dirà: è comunque qualcosa e Decaro con il suo improvvido ricorso sta mettendo a rischio questa sommetta. In realtà c’è un secondo trucco: nella colonna finale è indicata la popolazione delle tre macroaree al 2030 con il Mezzogiorno a 18,5 milioni e l’Italia tutta a 56,5 milioni. Porcelli però ha fatto sparire ben 700mila meridionali. Il Mezzogiorno nel 2030 non avrà i 18,5 milioni indicati da Porcelli ma 19,2 milioni secondo le previsioni Istat, proiezioni peraltro, come sanno i lettori di XilSud, che contengono in sé un meccanismo deterministico che già danneggia l’Italia Mediterranea. Fatto sta che se si riduce in modo fittizio il numero di cittadini da assistere la somma per abitante apparirà più elevata. In realtà con il Lep-Porcelli il Sud avrebbe nel 2030 appena 8 euro procapite in più di adesso cioè si ridurrebbe meno di un decimo del divario con il Nord.

    “Le preoccupazioni della Puglia sul piano finanziario meritano attenzione – concede il pugliese Porcelli nel suo articolo -. Tuttavia, la strategia del ricorso contiene una contraddizione. Le risorse aggiuntive del sistema di garanzia, assieme al meccanismo ordinario di perequazione nell’ambito del Fondo di solidarietà comunale, sono strutturalmente orientate a beneficiare i territori dove la spesa è più lontana dai livelli standard, ossia il Mezzogiorno. Impugnare la norma che istituisce il meccanismo equivale, per le regioni del Sud, a fare ricorso contro la propria opportunità di recupero”. Chiaro adesso? Di fronte a un divario di 92 euro tra Nord e Sud (e di 50 euro tra il Sud e la media Italia) si introduce un meccanismo per dare gradualmente al Sud 16 euro in più che in realtà, depurati dell’effetto truccato della contrazione demografica, sono appena 8 euro. E, in nome di questo poco, si chiede ai meridionali di tacere e accontentarsi.

    La disfida si è appena aperta. Restate collegati.

    • Francesco Porcelli

      Caro Nicola,
      segnalo la mia risposta all’articolo di Marco Eposito e la sua replica pubblicata sullo stesso Blog. In particolare lo stesso Marco Esposito riconosce che la sua interpretazione dei dati da cui è stato derivato anche il titolo del suo intervento era errata.

      Risposta di Francesco Porcelli del 16 marzo 2026

      Caro Marco,
      ho letto il tuo pezzo su XilSud e ti rispondo sui dati, che è il terreno su cui preferisco stare.

      I 16 euro: non una miseria, ma una rivoluzione in corso
      Il sistema di garanzia dei LEPS introduce per la prima volta una spesa di riferimento nazionale per i servizi sociali, calcolata sui fabbisogni standard. È il frutto di oltre dieci anni di lavoro collettivo di tanti colleghi. Rivendico con soddisfazione il mio piccolo contributo a questo risultato. Definire 16 euro pro capite “una miseria” significa sottovalutare ciò che quel numero rappresenta andando a vedere il suo impatto disaggregato sui territori.

      Per farlo prendiamo i dati del monitoraggio del programma Obiettivi di Servizio, il meccanismo operativo alla base del sistema di garanzia LEPS. I dati sono pubblicamente disponibili sul sito del MEF [1][2][3] insieme al decreto sui comuni commissariati [4]. I dati si riferiscono al 2027 e coprono quindi solo una parte del percorso verso il 2030. Nell’aggregato Sud e Isole troviamo 2.246 comuni, di cui 1.483 (il 66%) con spesa inferiore al fabbisogno di riferimento. Il gap da colmare risulta pari a oltre 532 milioni di euro, coperto con risorse aggiuntive già indirizzate verso quei territori. Ma oltre 400 comuni del Sud dichiarano ancora spesa zero nei servizi sociali, nonostante le risorse siano già state assegnate. E 411 comuni risultano commissariati, il 63% del totale nazionale. Questi comuni non sono riusciti a spendere le risorse già arrivate e hanno dovuto presentare un cronoprogramma, un impegno politico formale a erogare i servizi nei prossimi anni man mano che le nuove risorse arriveranno.

      La domanda allora non è se le risorse siano poche, ma perché una quota significativa di esse non venga ancora spesa. Prima di chiedere di più, occorre tramutare le risorse già stanziate in servizi, e questo richiede capacità gestionale che non si costruisce dall’oggi al domani.

      Il sistema di garanzia LEPS introdotto con la legge di Bilancio si incardina sull’esperienza concreta del programma Obiettivi di Servizio con il quale, dal 2021, non solo si stanno potenziando le risorse a disposizione dei servizi socio educativi, ma si sta producendo una rivoluzione culturale in nei territori dove storicamente si spendeva poco per il sociale, anche perché si preferiva indirizzare le risorse verso altri settori. Un esempio dai dati OpenCivitas 2022. Comuni della Campania: spesa in affari generali più 11,5% sul fabbisogno, spesa nei servizi sociali meno 20%. Comuni dell’Emilia-Romagna: affari generali meno 3,3%, servizi sociali più 13%. Il problema non sono solo le risorse, è anche come vengono allocate nei bilanci comunali. E va ricordato che la spesa superiore al fabbisogno, osservata ad esempio mediamente nei comuni del Nord (ma anche in tanti comuni a Sud), è finanziata con lo sforzo fiscale dei residenti, non con trasferimenti statali.

      I presunti 700.000 abitanti scomparsi: facciamo bene i conti

      La popolazione nella mia tabella è quella del 2022, non le proiezioni al 2030 (avrei dovuto specificarlo meglio). L’Abruzzo, come indicato nella nota, è stato inserito nel Centro per le caratteristiche della spesa sociale. Le tre regioni a statuto speciale del Nord sono escluse.

      Risultato? Confrontando con i dati ufficiali 2025, nella mia tabella il Sud ha circa 81.000 abitanti in più, non in meno.

      La prossima volta che i dati non ti tornano, chiamami pure, come hai fatto tante volte, prima di arrivare a conclusioni un po’ affrettate. Non è da te, vista la tua consueta obiettività, precisione e professionalità.

      Il punto vero: il ricorso è la strada giusta?

      Non critico il diritto della Regione Puglia di presentare un ricorso costituzionale. Penso che non sia la strada più efficace per tutelare gli interessi meridionali, alla luce di un meccanismo che mette già a disposizione risorse crescenti e che troppo spesso non vengono ancora spese. Se si vuole alzare il livello dei LEPS, la strada è l’azione politica dentro il sistema, valorizzando un’innovazione di cui forse non si è compresa la portata: oggi la spesa di riferimento per i servizi sociali è un diritto che deve essere garantito uniformemente sul territorio. È un risultato importante: non sprechiamolo.

      Francesco Porcelli

      Fonti dei dati

      [1] Obiettivi di servizio sociale, comuni RSO 2026: https://www.mef.gov.it/export/sites/MEF/ministero/commissioni/ctfs/documenti/2_Allegato-1-Sociale-comuni-RSO-2026.pdf

      [2] Obiettivi di servizio sociale, comuni Regione Siciliana 2026: https://www.mef.gov.it/export/sites/MEF/ministero/commissioni/ctfs/documenti/4_Allegato-1-Sociale-comuni-della-Regione-Siciliana-2026.pdf

      [3] Obiettivi di servizio sociale, comuni Regione Sardegna 2026: https://www.mef.gov.it/export/sites/MEF/ministero/commissioni/ctfs/documenti/5_Allegato-2-Sociale-comuni-della-Regione-Sardegna-2026.pdf

      [4] Decreto comuni commissariati: https://dait.interno.gov.it/documenti/decreto-fl-05-11-2025-all-a.pdf

      Commento di Marco Esposito a Francesco Porcelli (16 marzo 2026)

      Caro Francesco grazie intanto della puntuale e garbata risposta. Hai ragione sul punto della popolazione perché mi era sfuggito e me ne scuso che hai spostato l’Abruzzo dal Mezzogiorno – al quale appartiene nelle statistiche ufficiali Istat – al Centro.

      Resta però il cuore del problema: assegnare un obiettivo al Mezzogiorno inferiore alla attuale media nazionale (104 euro contro 138) significa sì fare un passo avanti ma equivale a certificare che al Sud sui servizi sociali tocchi meno. E questo non è soltanto un problema di equità ma una scelta politica perniciosa in fase di crisi demografica. In pratica si certifica che per migliorare i servizi sociali in concreto disponibili bisogna trasferirsi dal Sud e in particolare dalle aree interne verso altri territori. Il divario a regime 180 al Nord e 104 al Sud (Abruzzo escluso) non è forse insopportabile?

      Il ricorso della Regione Puglia consentirà a mio parere di far chiarezza su tale punto, a beneficio di tutti. E, mi auguro, consentirà di spazzare via un sistema che sul “Lep assistenti sociali” per anni ha assegnato risorse fresche agli ambiti sociali che avevano raggiunto l’obiettivo lasciando a secco chi era molto indietro. Davvero un modo oculato di assegnare soldi pubblici.

      Vero che al Sud più che altrove ci sono amministrazioni che non spendono le somme del Fondo equità livello servizi, però in tale caso la strada è tracciata e tu stesso la richiami: commissariare chi sbaglia. L’inefficienza non può diventare l’alibi per negare un servizio sociale.

      In sintesi: non possiamo permetterci come sistema Paese di incentivare con servizi pubblici differenziati l’abbandono di aree già fragili.

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