L’amministrazione Usa ha messo sotto accusa la Fed, rea di non adeguarsi alle richieste di taglio dei tassi di interesse. La vicenda richiama l’attacco politico-giudiziario che colpì la Banca d’Italia di Baffi e Sarcinelli alla fine degli anni Settanta.
Trump contro la Fed
La banca centrale americana è sotto attacco. A settembre 2025, Donald Trump ha chiesto il licenziamento della componente del board Lisa Cook, poi ha messo sotto accusa il presidente stesso della Fed, Jerome Powell, con il pretesto dell’esorbitante – a suo dire – aumento dei costi del rinnovamento della sede di Washington – il Marriner S. Eccles Building (che prende il nome dal governatore della Fed durante la presidenza Roosevelt).
Il dipartimento di Giustizia ha successivamente formalizzato l’apertura di un procedimento penale a carico di Powell per presunte malversazioni. Alla fine, le polemiche si sono placate, ma solo perché Powell è in scadenza e Trump ha già proceduto alla nomina del successore, Kevin Warsh. Il conflitto tra Trump e il vertice della banca centrale Usa nasce dal rifiuto di Powell di abbassare i tassi di interesse come richiesto esplicitamente dall’amministrazione.
La vicenda italiana
Se gli attacchi ai banchieri centrali in Turchia e Argentina sono considerati tipici delle autocrazie, nel mondo occidentale sembrava passata l’idea – sviluppata nel secolo scorso – che l’indipendenza delle banche centrali fosse sacra e intoccabile.
Non è così e quindi vale forse la pena tornare indietro nel tempo e guardare all’Italia per capire che quando la giustizia diventa leva di lotta politica, anche la magistratura perde credibilità.
Dopo anni di ricerca, colmando un’analisi storica che sorprendentemente mancava, ho ricostruito in un libro l’attacco politico-giudiziario che colpì la Banca d’Italia il 24 marzo 1979 (Attacco alla Banca d’Italia. La difesa di Paolo Baffi, 2025).
Paolo Baffi, governatore della Banca d’Italia, e Mario Sarcinelli, vicedirettore generale con delega alla vigilanza, in modo pretestuoso e grottesco vennero accusati dalla procura di Roma di interesse privato in atti d’ufficio e favoreggiamento personale per non aver trasmesso all’autorità giudiziaria le notizie contenute in un rapporto ispettivo sul Credito Industriale Sardo, istituto di credito pubblico che aveva largamente finanziato il gruppo chimico Sir del finanziere Nino Rovelli, oggetto di indagine da parte della magistratura. Nelle parole di Mario Draghi si trattò di un «attacco intimidatorio all’autonomia della Banca d’Italia».
Nei suoi diari, Cronaca breve di una vicenda giudiziaria – pubblicati da Massimo Riva su Panorama nel febbraio 1990 – Paolo Baffi definisce coloro che lo attaccarono con l’espressione “complesso politico-affaristico-giudiziario”. Allora non si sapeva che era all’opera in Italia un’organizzazione capillare e potentissima, la Loggia P2, capitanata da Licio Gelli e i cui membri erano generali dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, politici, magistrati, giornalisti (tra cui il direttore del Corriere della Sera Franco di Bella).
La Banca d’Italia di Baffi e Sarcinelli – ben diversa sul fronte della vigilanza da quella guidata da Guido Carli – dava fastidio. A chi? Alla P2 di Licio Gelli, a Michele Sindona, a Roberto Calvi che era a capo del Banco Ambrosiano, al gruppo Caltagirone, indebitato fino al collo con l’Italcasse, che verrà commissariata. Baffi aggiunge, in una lettera a Giampaolo Pansa – pubblicata nel volume – «i giornalisti come quelli del Fiorino, dell’Aipe, del Borghese; finanzieri vaticani e dirigenti di qualche istituto centrale di credito; uomini politici e loro caudatari; alti funzionari dello Stato; “magistrati”, e qui virgoletto perché applicati ad alcuni il nome stride».
Nel campo della vigilanza, sottolinea lo storico Alfredo Gigliobianco, «Baffi, insieme con il vicedirettore generale Mario Sarcinelli, contrastò i fenomeni degenerativi che si manifestavano in quegli anni, usando anche con efficacia e senza timori reverenziali lo strumento delle ispezioni». I banchieri di nomina politica, come Giuseppe Arcaini, direttore generale dell’Italcasse, vennero definiti da Mino Pecorelli «foche ammaestrate» perché nell’erogazione del credito eseguivano pedissequamente le volontà dei loro sponsor politici.
Grazie a un’ispezione iniziata nell’aprile del 1978 al Banco Ambrosiano di Roberto Calvi – dove il precedente governatore Guido Carli non ebbe il coraggio di andare nonostante gli inviti, per esempio, del presidente delle Generali Cesare Merzagora – Sarcinelli scoprì le malversazioni orchestrate dalla P2 ai danni del Banco, che lo portarono al fallimento. La relazione ispettiva, spedita dalla Banca d’Italia alla procura di Milano, finì sul tavolo del magistrato Emilio Alessandrini della sezione reati finanziari, ucciso dai terroristi rossi di Prima Linea il 29 gennaio 1979. Così il Banco Ambrosiano poté proseguire i suoi loschi affari, prima del fallimento dell’agosto 1982, successivo all’omicidio di Calvi da parte di Cosa Nostra a Londra sotto il ponte dei Frati Neri.
Il mio libro evidenzia come i mandanti dell’attacco alla Banca d’Italia siano gli stessi che verranno condannati in via definitiva quali mandanti della Strage di Bologna – Licio Gelli, in primo luogo, aiutato nel realizzare la “macchina del fango” da Michele Tedeschi, parlamentare del Movimento sociale italiano e direttore del Borghese – ai quali Baffi e Sarcinelli bloccarono le vie di finanziamento occulte provenienti dal Banco Ambrosiano.
Baffi e Sarcinelli verranno prosciolti da ogni accusa l’11 giugno 1981. Troppo tardi: il primo aveva ormai lasciato via Nazionale (ottobre 1979) e al secondo fu di fatto impedito di diventare governatore.
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Beniamino Piccone è private banker presso Nextam Partners Sgr e docente a contratto di Sistema Finanziario presso Liuc-Università Cattaneo. Laureatosi in Economia e Commercio all’Università Bocconi nel 1994, ha lavorato per diverse banche d’affari a Londra e a Milano. Collaboratore di Repubblica e del blog Econopoly del Sole 24 Ore, è l’animatore di Faust e il Governatore , blog di economia e spirito civico. Biografo di Paolo Baffi (1911-1989), una carriera in Banca d'Italia culminata con il Governatorato dal 1975 al 1979.
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