I primi giorni di guerra in Medioriente rimandano lezioni di geopolitica e strategia militare che, per quanto provvisorie, non possono essere ignorate. Nella seconda guerra fredda, solo due paesi sembrano aver capito come difendersi in modo efficace.
Non il terzo conflitto mondiale, ma la seconda guerra fredda
I primi dieci giorni di guerra in Iran offrono molte e importanti lezioni di geopolitica e di strategia militare che non possono essere ignorate, anche se alcune dovranno trovare conforto nelle prossime settimane.
In primo luogo, quanti avevano previsto che un attacco all’Iran avrebbe scatenato la terza guerra mondiale sono stati decisamente smentiti. Al di là di qualche protesta formale, Russia e Cina non hanno fatto molto per aiutare il loro storico alleato, nonché strategico fornitore di petrolio e droni. La debolezza russa, impelagata nella guerra in Ucraina, e il mercantilismo pragmatico della politica cinese spiegano il loro comportamento. Che, tuttavia, mostra anche i limiti di entrambi come alleati affidabili sullo scacchiere internazionale.
Sebbene il conflitto in Medio Oriente sia rimasto geograficamente limitato, ha prodotto importanti effetti economici globali e può essere interpretato come un’ulteriore manifestazione della seconda guerra fredda. Questa vede gli Stati Uniti impegnati in una strategia di erosione delle zone di influenza russo-cinesi, iniziata con le operazioni in Venezuela, Panama e Siria, e che presto potrebbe includere anche un cambio di regime a Cuba.
Nuove e vecchie alleanze
La guerra sembra aver ricompattato i paesi arabi sunniti attorno allo storico alleato americano e al più recente partner israeliano (dal tempo degli Accordi di Abramo). La posizione di equidistanza economico-militare che avevano cercato di costruire negli ultimi anni viene forse definitivamente accantonata. L’America trumpiana rimane, per il momento, l’unico partner forte, anche se non sempre affidabile.
Il gruppo dei paesi Brics, che dal 2024 include anche l’Iran, ha mostrato tutta la sua irrilevanza. Non è stata programmata neppure una consultazione informale per gestire una situazione internazionale tanto complessa, che coinvolge molti dei suoi membri, fra cui l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, oltre ovviamente alla Russia e alla Cina. Un discorso analogo potrebbe essere fatto anche per l’Onu e per altre organizzazioni internazionali, dove le maggioranze che si formano sembrano molto influenzate da interessi contingenti.
I limiti del Trattato di non proliferazione nucleare
Il concetto di diritto internazionale ha tradizionalmente basi giuridiche più deboli rispetto al diritto interno, poiché manca sia di un insieme di regole pienamente vincolanti sia di un’autorità centrale in grado di imporle. Si fonda infatti su trattati, organizzazioni e tribunali internazionali, nonché su principi giuridici che richiedono il consenso degli stati. In un clima di guerra fredda, in cui alcuni stati compiono – direttamente o per procura – atti terroristici o vere e proprie aggressioni contro paesi terzi, diventa ancora più difficile definire i confini e l’effettiva applicazione del diritto internazionale.
Il Trattato di non proliferazione nucleare, a cui l’Iran si appella per giustificare il proprio diritto a sviluppare energia nucleare a scopi pacifici, ha mostrato i suoi limiti. Permette infatti ai firmatari di arricchire l’uranio sul proprio territorio, mentre la maggior parte dei paesi dotati di centrali nucleari trova più conveniente acquistarlo sul mercato internazionale a prezzi relativamente contenuti. Solo gli stati dotati di armi nucleari – come Corea del Nord, India e Pakistan, oltre a Russia, Stati Uniti, Regno Unito e Francia, e probabilmente Israele – dispongono di impianti nazionali di arricchimento dell’uranio.
Perché allora non vietare all’Iran di arricchire l’uranio, imponendogli invece di acquistarlo sul mercato internazionale? O almeno, perché permettergli di farlo in siti remoti e difficilmente accessibili, sotto le montagne, anziché in impianti pienamente trasparenti? Per anni, l’Occidente ha creduto – forse ipocritamente – che Teheran non avesse intenzione di costruire una bomba atomica e ha siglato accordi che, di fatto, gli avrebbero consentito di diventare rapidamente una potenza nucleare. Tutto ciò, unito alla comprovata capacità missilistica iraniana, rendeva il paese una minaccia oggettiva per la sicurezza internazionale.
Le divisioni nell’Unione europea
L’Unione europea è rimasta divisa, impaurita e incapace di compiere scelte decisive. In mancanza di un vero stato federale, ogni paese ha seguito la propria linea: la Spagna pacifista, il Regno Unito ancora scottato dall’avventura di Tony Blair nella guerra in Iraq, la Francia con l’ambizione di presentarsi come salvatrice dell’Europa offrendo di condividere il proprio ombrello nucleare, la Germania alla ricerca di un nuovo ruolo internazionale e l’Italia chiusa nel suo tradizionale equilibrismo. Se l’Europa non vuole condannarsi all’irrilevanza, deve non solo investire di più nella difesa, ma soprattutto deve evolvere verso una struttura dotata di una ben maggiore coesione politica.
Il destino di Teheran
Non è ancora chiaro se in Iran vi sarà un cambio di regime, né in quale modo potrà realizzarsi. Certo è che la teocrazia che ha governato il paese nell’ultimo mezzo secolo potrebbe uscire da questa guerra estremamente isolata sul piano internazionale e indebolita su quello interno. L’attacco diretto a numerosi paesi limitrofi – Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Oman, Azerbaigian, Turchia e Giordania – rappresenta una deliberata evoluzione strategico-militare rispetto a quella adottata durante la guerra dei dodici giorni di giugno 2025. Nel lungo periodo, tuttavia, la scelta rischia di ritorcersi contro lo stesso regime iraniano.
La crisi economica, che negli ultimi anni ha pesantemente impoverito la classe media, rischia inoltre di affamare letteralmente la popolazione se non si arriverà a una soluzione ragionevole che preveda la revoca delle sanzioni.
Rimane comunque la capacità dell’Iran di danneggiare gravemente l’economia globale attraverso la chiusura dello stretto di Hormuz, probabilmente l’unica arma davvero efficace che gli resta. Si tratta però di un’arma a doppio taglio: colpirebbe soprattutto l’Asia, e in particolare la Cina, che rappresenta ormai il principale partner economico rimasto a Teheran. Inoltre, strangolerebbe molto presto lo stesso Iran, che dipende fortemente dalle entrate petrolifere.
Oggi solo due paesi al mondo, Ucraina e Israele, pur dotati di risorse limitate, sembrano aver imparato a difendersi efficacemente dalle nuove logiche militari basate su tecnologie relativamente semplici, come droni e missili. Anche la bomba atomica, in un certo senso, è diventata una tecnologia relativamente accessibile, che paesi poveri o tecnicamente arretrati – come Corea del Nord, Pakistan e forse lo stesso Iran – possono sviluppare. La dimostrata superiorità tecnologico-militare degli Stati Uniti, soprattutto rispetto alle difese aeree fornite dai russi all’Iran, dovrà quindi confrontarsi con il nuovo scenario politico-militare.
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Andrea Hamaui è dottorando in economia e finanza presso Harvard University. Si occupa di empirical asset pricing e corporate finance. Dopo il conseguimento della laurea magistrale in Economia e Scienze Sociali presso l'Università Bocconi ha lavorato come Research Professional presso University of Chicago Booth.
Rony Hamaui è laureato all'Università Commerciale L. Bocconi e Master of Science alla London School of Economics. E’ professore a contratto presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, segretario generale de Assbb (Associazione per gli Studi Banca e Borsa), amministratore unico di Airosh S.p.a.s, Vice Presidente del Cdec (Fondazione Centro di Documentazione Ebraica contemporanea).
Ha ricoperto numerosi incarichi presso il gruppo Intesa Sanpaolo, quali Direttore Generale di Mediocredito Italiano, AD di Mediofactoring, responsabile Financial Institutions e del Servizio studi della Banca Commerciale Italiana nonché professore a contratto presso l' Università di Bergamo e l' Università Bocconi.
È autore di numerosi articoli scientifici e ha scritto e curato diversi libri riguardanti gli intermediari, i mercati finanziari internazionali, lo sviluppo economico finanziario nei paesi arabi e il populismo.
nick68
L’attualità economica, nella sua interezza compartimentale, ci darà nuovi risultati su cui elaborare perimetri contenitivi sull’effetto dell’aumento del prezzo / contrazione disponibilità del petrolio . Il prezzo di 200/300:$ barile diverrà nulla col perdurare del conflitto e di cui potrebbe anche ambire nell’estrema criticità dei tre zeri . Il gas segue a ruota penalizzando ancor più uno dei costi dei fattori produttivi europei già responsabile di perdita di competitività per via anche delle scelte e del tempismo dell’ intellighenzia nostrana quando ha lasciato propagare a valle e in ogni direzione cattivi tassi di inflazione , quando un infinitesimo immediato sussidio calmierante avrebbe strutturato ( rafforzato ? ) l’ intera economia europea . Le orecchie di tutti non odono confronti sull’argomento come si volesse ripetere , ma con insiemi completamente diversi, quel danno .
Ma anche sviluppo tecnologici energetici alternativi allo scavar buche , come sull’idrogeno o vegetali potrebbero sopperire / contenere questo nuovo episodio di studio rendendo ancor più affascinante ed innovativo l’arcaico Pareto.
Alberto M.
La vera incognita di questa guerra non è “se” il regime della Repubblica islamica cadrà ma il “come” e conseguentemente il “quando”.
Questa guerra, probabilmente preparata da anni da Israele con il tacito accordo americano e divenuta inevitabile dopo il 7 ottobre, può rappresentare l’elemento decisivo che porterà alla caduta del regime se le forze di opposizione interna sapranno sfruttarne le debolezze che la guerra ha reso evidenti.
Non sarà un processo indolore, una bestia ferita è in grado di fare molti danni prima di soccombere. Nel caso in questione non possiamo nasconderci che le ricadute sull’economia e sugli equilibri internazionali potranno essere anche molto pesanti.
Ma questa è una guerra che ci riguarda tutti, benché alcuni leaders europei ammantati di pacifismo di maniera e/o di populismo da terzo millennio lo neghino o piuttosto fingano di non vederlo.
Allarmarsi perché la benzina o il kilovattora hanno un’impennata di prezzo che impatta il nostro tenore di vita e chiudere gli occhi di fronte alla destabilizzazione che regimi come quello iraniano hanno operato sulle nostre società significherebbe lasciare ai nostri figli un’eredità che non meritano di avere.
Enrico
La pace non è il frutto della benevolenza degli stati (come la produzione di pane non dipende dalla benevolenza dei fornai), ma un pragmatico equilibrio di Nash in cui a nessuno conviene fare la guerra. La Russia, gli USA e Israele hanno rotto questo equilibrio. C’è solo da sperare che la Cina segua la sua tradizione millenaria di bassa aggressività. Per ritrovare un nuovo equilibrio è indispensabile che il mondo diventi più multipolare, in modo che nessuna superpotenza possa contare sui tradizionali alleati per fare guerra alle altre. UK, Canada, India e Brasile lo hanno capito, l’Europa no. Eppure, Trump, con la sua inaffidabilità sta involontariamente favorendo questa soluzione. Se l’Europa si svegliasse ci arriveremmo prima.
luciano forlani
Le narrazioni del duo Hamaui mi paiono decisamente partigiane. Che si riesca a non parlare di Israele è un limite inaccettabile di quanto scrivono. Confido nella testa sulle spalle della Cina.
Alberto M.
Dire che “a nessuno conviene fare la guerra” è un’affermazione smentita dai fatti. Inoltre il comportamento umano si caratterizza per non essere pienamente razionale, come insegna la psicologia comportamentale.
Le teorie di Nash si riferiscono a contesti in cui le decisioni vengono prese, seppure sulla base di informazioni parziali, in modo del tutto razionale. Ma
nei movimenti che caratterizzano la Storia il persistere di una corrente irrazionale, insita nella natura umana, fa si che la teoria dei giochi di Nash trovi un limite alla sua applicabilità