La domanda di energia cresce, spinta dalla ricerca di supremazia nell’IA. Lo testimoniano le stesse tensioni in Medioriente. Si ridefiniscono così le catene globali del valore. E chi non ha accesso all’energia rischia di restare indietro nella tecnologia.
I consumi dell’intelligenza artificiale
Dal vapore della rivoluzione industriale al petrolio – il combustibile della globalizzazione così come l’abbiamo conosciuta – la ricerca di nuove possibilità energetiche ha seguito la domanda attivata dalla produzione di beni e servizi. Così le attività manifatturiere assorbono oltre il 35 per cento dell’energia mondiale e producono meno del 20 per cento del valore aggiunto, i trasporti il 30 per cento per il 7 per cento del valore aggiunto, mentre i servizi usano meno del 10 per cento dell’energia, ma producono oltre il 65 per cento del valore aggiunto (fonte Eurostat).
Oggi, però, siamo davanti a un cambio di paradigma: non è ancora chiaro quale sarà la tecnologia energetica dominante, ma la fame di energia cresce più rapidamente della produzione di beni e servizi sotto la spinta di quello che – si assume – sarà il settore chiave per la futura supremazia tecnologica: la produzione di intelligenza artificiale.
Oggi questo settore contribuisce per meno dello 0,5 per cento del valore aggiunto mondiale ma rappresenta già l’1,5 per cento del consumo globale di energia. Lo si capisce chiaramente guardando alla sua infrastruttura produttiva. Un data center di media scala consuma energia quanto una città di 100mila abitanti. Nei sei stati americani che ospitano i più grandi, il loro consumo è in media pari al 10 per cento del fabbisogno energetico totale, in Virginia si arriva fino al 25 per cento. Il consumo di energia per la produzione di intelligenza artificiale è cresciuto del 12 per cento l’anno negli ultimi cinque e arriverà almeno al 3 per cento di quello globale entro il 2030. La dinamica è ulteriormente accelerata nei due paesi che sono già i leader tecnologici del settore, Cina e Stati Uniti: si dividono l’80 per cento della produzione mondiale di intelligenza artificiale, e aumenteranno il fabbisogno di energia per il settore del 180 e 130 per cento, rispettivamente, entro il 2030 (fonte: International Energy Agency).
La geopolitica dell’energia
Saranno gli ingegneri a fornire le soluzioni materiali, ma è l’economia a dettare i tempi perché, a differenza delle transizioni precedenti, la domanda di energia rischia di superare l’offerta. L’energia diventa condizione per la stessa esistenza tecnologica della produzione di intelligenza artificiale. Da qui la corsa di governi e imprese globali a prendere posizione sui mercati energetici. È in questo contesto che vanno letti gli effetti economici della chiusura dello stretto di Hormuz, insieme al blocco delle esportazioni di petrolio dalla regione, al controllo delle risorse venezuelane e alla maggiore determinazione nel rendere effettivo l’isolamento della Russia nel commercio energetico.
Un ulteriore dato completa il quadro: il settore in cui gli Stati Uniti hanno rafforzato di più la propria specializzazione è la produzione di gas liquido e propano, con un indice di vantaggio comparato rivelato che è passato da 0,5 nel 2015 a oltre 4,3 nel 2025 (fonte: Unctad). È un cambio di specializzazione verso un settore a monte della filiera produttiva da parte di un paese che contende alla Cina il primato nel settore più a valle e tecnologicamente avanzato della catena: l’intelligenza artificiale applicata all’interazione con le persone. Pechino, d’altro canto, detiene posizioni di monopolio nell’estrazione di minerali per la produzione di energia rinnovabile ed è con questa fonte che sostiene il fabbisogno energetico della propria corsa alla supremazia tecnologica: oggi metà dell’energia dei data center cinesi proviene da fonti rinnovabili, quota che supererà i due terzi entro il 2035 (fonte: International Energy Agency).
Emerge così una corsa a due per garantirsi l’approvvigionamento di energia – tradizionale o rinnovabile – fondamentale per la supremazia tecnologica, ma fragile perché passa attraverso poche inevitabili “strozzature”. Circa il 20 per cento del commercio globale di gas liquefatto e petrolio transita per lo stretto di Hormuz, nodo cruciale delle rotte che collegano il Medio Oriente allo stretto di Malacca e al Mare cinese meridionale, da cui transita quasi la metà del commercio di prodotti energetici.
L’impatto del blocco dello stretto sui costi di trasporto è stato immediato: a 48 ore dall’inizio della guerra i premi assicurativi sui traffici mercantili nella regione sono quintuplicati e i costi di trasporto e nolo sono decuplicati rispetto a gennaio 2026.
Gli effetti sulle catene di produzione
Per comprendere gli effetti di lungo periodo sulla riallocazione del valore aggiunto lungo le catene di produzione ho simulato un aumento dei costi di trasporto con queste caratteristiche in un modello quantitativo di equilibrio generale (SNOW, i-MIP Paris School of Economics).
La tabella riporta le variazioni percentuali del valore aggiunto per macro-settore e per il Pil in cinque economie: Cina, Germania, Francia, Italia e Stati Uniti. Tutte reagiscono ai maggiori costi di approvvigionamento dei prodotti energetici importati riallocando risorse verso il settore estrattivo. La Cina, più dipendente dalle importazioni energetiche dal Medio Oriente, soffre la riallocazione più dell’Europa e molto più degli Stati Uniti. Tra le economie europee la Francia – grazie alla produzione nucleare – guadagna specializzazione nei settori manifatturieri più energivori, anche a discapito dei partner europei, in particolare dell’Italia, più esposta alle importazioni di energia dal Medio Oriente.
Le difficoltà di approvvigionamento penalizzano la specializzazione cinese nei settori più energivori, a monte (metalli) e a valle (elettronica, computer e Ict, inclusa l’intelligenza artificiale), in cui gli Stati Uniti invece guadagnano valore aggiunto. Il risultato è una marcata flessione del Pil cinese, un modesto aumento di quello americano e una posizione europea intermedia. A destare maggiore preoccupazione non è la variazione complessiva del Pil, bensì l’ulteriore rallentamento europeo rispetto agli Stati Uniti nella produzione di elettronica, computer, Ict e intelligenza artificiale.
In conclusione, gli shock che strozzano l’approvvigionamento energetico tendono a rafforzare la polarizzazione nelle catene del valore: poche economie avanzate si specializzano a monte nella produzione di energia e a valle nelle tecnologie ad alta intensità energetica, mentre le altre restano concentrate nelle fasi intermedie, come price taker sui mercati energetici e importatrici di tecnologia. Le strozzature geopolitiche dei mercati energetici non vanno quindi lette solo come un rischio per il commercio globale, ma anche come un fattore che espone le economie che importano energia al rischio di rimanere indietro nella corsa alle nuove tecnologie.
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Davide Suverato è senior economist presso il centro i-MIP della Paris School of Economics ed è affiliato al centro di ricerca CESifo, alla Cattedra Achille e Giulia Boroli in Studi Europei e al centro Baffi-Carefin dell’Università Bocconi. La sua attività di ricerca si concentra sul commercio internazionale, utilizzando modelli quantitativi di equilibrio generale spaziale per valutare gli effetti di shock tecnologici e politiche commerciali, con particolare attenzione alla riallocazione delle risorse, alla concentrazione dei mercati e alla dinamica dell’organizzazione internazionale della produzione in condizioni di incertezza.
Kim ALLAMANDOLA
In qualsiasi attività industriale l’energia abbondante ed economica è essenziale, ma cerchiamo un attimo di comprendere il problema e le opzioni Italiane: il new deal funziona eccome a livello di piccoli immobili, fotovoltaico in autoconsumo, capannoni in autoconsumo, agrivoltaico ed EV o piccoli macchinari elettrici a batteria. NON funziona per le città, non funziona per le grandi fabbriche se non alcune di queste le cui linee di produzione possano funzionare seguendo il fotovoltaico con batterie solo per compensare passaggi di nuvolette, avvio e spegnimento delle linee.
Questo significa che totalmente a rinnovabili non possiamo andare per ora, per farlo servirebbero stoccaggi stagionali che non abbiamo assolutamente, ma moltissimi consumi possiamo tagliare deurbanizzando, facendo finire città intenibili, il cui costruito oramai cade largamente a pezzi perché nato tra il primo dopoguerra e gli anni ’60 convinti che il cemento armato fosse eterno. Città che nell’era moderna servivano per le fabbriche, ma questo è finito con la globalizzazione, e per gli uffici, che ha da finire con l’informatizzazione, ovvero che doveva finire già qualche decennio fa e quanto si risparmia lo sappiamo: https://doi.org/10.1073/pnas.2304099120 sappiamo anche che far casette e capannoni classe A con un programma pubblico sarebbe un rilancio immenso dell’economia per almeno un ventennio e sappiamo che serve anche per rilocare da quelle aree dove non ha più senso stare per rischio idrogeologico, il territorio l’abbiamo.
Manca la volontà di ammettere che serva e rinunciare al modello gigantocentrico novecentesco, ovvero far fallire il grande capitale decotto per implementare un’economia Distributista che è realistica proprio grazie alla pianificazione digitale, al telelavoro che rende gli spostamenti ben meno necessari, e ricrea una civiltà a corto raggio che è civile. I soli a morire in questo scenario sono i giganti, e gli altri vivono. Nello scenario corrente moriamo tutti, giganti inclusi anche se dopo molti altri. Il Club di Roma l’ha ammesso https://www.clubofrome.org/wp-content/uploads/2025/05/Transforming-the-Built-Environment.pdf anche se rifiuta ancora di mollar l’osso.
Questa opera è possibile, e può portare all’unione EuroAsiatica di cui abbiamo bisogno proprio grazie agli USA impegnati in guerra, su vari fronti non solo bellici, all’UK al collasso e in generale al nord che è energeticamente finito nell’era tecnologica presente perché la sola rinnovabile decisiva è il fotovoltaico, l’idroelettrico va bene dove si può ma non è possibile ovunque, quindi chi è più a nord dell’Italia sa di non aver futuro nel mondo d’oggi con le tecnologie che abbiamo e noi abbiamo i numeri per recuperare. Suggerisco di rifletterci davvero e farsi uno scenario su un mondo possibile a 10 e 20 anni. Se lo pensate uguale ad oggi sapete già d’aver sbagliato.