Dal 1° luglio scatta per i neoassunti l’adesione automatica ai fondi pensione. Un provvedimento utile per affiancare sistemi pubblici sempre più deboli per i cambiamenti demografici. In Italia un contributo potrebbe arrivare dalla tassa di successione.

L’adesione automatica per i fondi pensione 

Per le pensioni degli italiani luglio è una scadenza importante. Da quella data, infatti per i lavoratori del settore privato di prima assunzione si applicherà il criterio della adesione automatica ai fondi pensione. Il lavoratore avrà 60 giorni per esercitare la rinuncia lasciando il Tfr in azienda (prima il periodo era di sei mesi). Con questo meccanismo nel fondo pensione confluiscono il Tfr maturando e i contributi a carico del datore di lavoro e del lavoratore, che saranno investiti per default secondo la metrica life-cycle e cioè con linee di investimento articolate su una varietà di profili di rischio e rendimento, fondate sull’orizzonte temporale e sull’età anagrafica degli aderenti

È una importante modifica della disciplina ispirata alle raccomandazioni della Saving and Investment  Union che attribuisce un ruolo centrale allo sviluppo dei fondi pensione nell’ambito del mercato unico dei capitali per mettere in moto la mole di investimenti necessari per canalizzare risorse soprattutto verso le attività più innovative

Proseguendo in una strada raccomandata anche dal rapporto Letta, vengono adottati principi tipici della behavioral regulation, e del nudge (la famosa “spinta gentile”) di fronte alla scarsa percezione di una parte consistente dei lavoratori delle incertezze che popolano il loro futuro pensionistico. Non è una scelta casuale, perché la Commissione è arrivata a queste conclusioni alla luce di una ricerca sul campo che ha censito le diverse esperienze, testimoniando l’efficacia del nudge nell’incrementare i tassi di adesione. E le proiezioni basate sulla comparazione con paesi che hanno visto la più elevata crescita delle adesioni grazie all’autoenrolment quantificano in una forbice tra 425 e 590 miliardi le risorse mobilitabili rispetto a uno scenario di inerzia e privo di «spinte» all’adesione. Ma la Commissione non guarda solo al mercato dei capitali, ci sono altre e più preoccupanti proiezioni che confermano una direttrice con la quale fare necessariamente i conti, la cui fin troppo ovvia rilevanza, proprio perché spostata nel tempo, non è ancora adeguatamente percepita (e anche su questo le scienze comportanti hanno molto da insegnarci). In tutta l’area comunitaria aumenta sensibilmente l’ageing dependency ratio: un costante invecchiamento della popolazione, con evidenti pressioni sulle finanze pubbliche e sui livelli di sostegno dei sistemi pensionistici. Ovviamente, e questo la Commissione lo chiarisce molto bene, la “spinta” verso la previdenza integrativa (appunto, integrativa) non deve sostituirsi al pilastro pubblico e alla sua funzione solidaristica, ma le fondamenta di quel pilastro sono oggettivamente sempre più deboli e la copertura previdenziale soprattutto delle giovani generazioni è ormai fortemente compromessa. 

Basta il nudge? 

Se guardiamo alla realtà del nostro paese questi indicatori sono ancora più preoccupanti. Siamo, notoriamente, ai vertici nelle classifiche del declino demografico; diminuisce la popolazione attiva, cambia il mercato del lavoro, calano i contributi previdenziali, con la conseguente difficoltà a mantenere gli attuali tassi di sostituzione delle prestazioni pensionistiche. Non sono certo tematiche nuove: già all’inizio del secolo Giuliano Amato e Mauro Marè suonavano il campanello d’allarme sulla sostenibilità dell’apparato pensionistico pubblico, in un volume la cui fascetta promozionale recitava “Pensione pubblica e salvadanaio privato: Una scelta ineludibile». È passato quasi un quarto di secolo senza che nessuno abbia avuto il coraggio di affrontare un nuovo patto generazionale per creare un sistema di protezione più intenso per ragazze e ragazzi, altrimenti penalizzati dagli egoismi e le resistenze della generazione attuale che (sbagliando) ritiene di navigare ormai in acque sicure. Siamo ormai arrivati a un punto di non ritorno e forse la spinta “gentile” per i neoassunti introdotta dall’ultima finanziaria non è più sufficiente. Nel corso del dibattito sull’automatic enrolment sono state avanzate alcune proposte, che, prendendo spunto da un progetto del governo tedesco, prevedevano una contribuzione mensile previdenziale dello stato di importo limitato (10 euro) per tutti i nuovi nati e fino al compimento del diciottesimo anno di età. Si tratta di misure di recente avviate in alcune regioni (Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia) come incentivo alle famiglie per la formazione di una sorta di previdenza complementare infantile: un contributo pubblico a condizione del versamento di una quota a carico dei genitori. Una strada che può essere sicuramente sperimentata, ma qui più di una spinta ci vuole uno “spintone”, che non può non derivare innanzitutto da un forte irrobustimento della leva fiscale che la nuova disciplina ha ritoccato solo marginalmente.

La leva fiscale

Il nostro paese è in ottima posizione nella poco invidiabile classifica di quella che l’Economist ha chiamato l’“ereditocrazia” e siamo anche in ottima posizione con le aliquote più basse relative alle tasse di successione e un gettito al di sotto della media del campione di Paesi europei. Il dibattito sulla efficacia di queste imposte è tuttora in corso, ma il superamento di quella che è stata definita la “timidezza italiana” su questo terreno, ai fini di una riallocazione della pressione fiscale, con argomentazioni legate all’equità e alla giustizia distributiva rappresenta una dorsale della quale agende politiche capaci di guardare al futuro, non poi così lontano, devono necessariamente confrontarsi. Superare questa timidezza nella prospettiva di un riequilibrio intergenerazionale, potrebbe tradursi in una forte spinta a costruire una completa protezione futura per tutte le ragazze e i ragazzi che, rimanendo così la situazione, è quasi certo ne saranno privi. La canalizzazione delle risorse derivanti dall’incremento dell’imposta ad apporti a fondi pensione vincolati nel tempo sarebbe in grado di finalizzare espressamente l’aumento del prelievo a un trasferimento di ricchezza per i neoadulti, “pagato” però in quote di fondi pensione. In sostanza, una dotazione iniziale in grado di favorire una allocazione di risorse tutte orientate alla crescita del secondo pilastro previdenziale, tenendo conto che le stime indicano da oggi al 2045 un trasferimento in eredità in termini nominali di un totale di 6.460 miliardi di euro

È una strada tutta da esplorare nelle sue articolazioni, e non certo priva di ostacoli, e che presuppone di affrontare alcuni passaggi, come ad esempio la tipologia dei fondi (o del fondo) destinatari delle risorse, le caratteristiche dei vincoli legati alla dotazione, ma potrebbe rappresentare un moltiplicatore in grado di incentivare un significativo riequilibrio nella riallocazione del risparmio previdenziale. Una sorta di grande nudge perché imporrebbe ai neodiciottenni di prendere consapevolezza del loro futuro, con una elevata funzione educativa favorita anche da adeguate azioni di informazione, educazione e accompagnamento. E potrebbe costruire una “spinta” anche per i loro familiari verso strategie di accumulazione in grado di incrementare insieme la dotazione di partenza.

 La tassa sulle successioni, una delle forme di tassazione più diffusa e antica, e che oltretutto nelle varie proposte sul tappetto finirebbe con il colpire una fascia ristretta di elettorato (i più ricchi), viene spesso percepita come il classico ulteriore fardello del carico fiscale che il decisore pubblico si guarda bene dal proporre. Se, però, la direzione diventa quella di fare dell’imposta una tassazione di scopo, vincolando la destinazione del gettito a obiettivi specifici, si realizzerebbe una visibilità del collegamento che avrebbe il merito di rendere evidente, agli occhi dell’opinione pubblica, il nesso tra prelievo e spesa. In sostanza, raccontare che quella tassa è finalizzata a equipaggiare l’imbarcazione con la quale i giovani dovranno affrontare i marosi di un incertissimo futuro pensionistico, può cambiare la rappresentazione e la percezione, e magari il decisore può anche guadagnarsi qualche voto in più assumendo concretamente una responsabilità verso quell’equità intergenerazionale valorizzata anche dalla nostra Carta costituzionale. 

* Le analisi e le proposte di questo articolo sono sviluppate e approfondite del saggio “Investitori istituzionali per il futuro: pensioni, finanze, disuguaglianze” in corso di pubblicazione sulla Rivista delle Società. 

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