L’estensione del sistema Ets ai termovalorizzatori nasce dalla corretta considerazione che anche lo smaltimento dei rifiuti urbani produce emissioni. Ma il prezzo del carbonio dovrebbe essere pagato da chi mette sul mercato i prodotti da smaltire.
Anche i rifiuti nel sistema Ets
La Commissione europea ha presentato una proposta di revisione dell’Emissions Trading System (Ets) che estende il mercato delle quote di CO₂ anche agli impianti di termovalorizzazione dei rifiuti urbani. L’obiettivo è condivisibile: fare in modo che anche il carbonio fossile contenuto nei rifiuti contribuisca al costo della transizione climatica.
L’estensione dell’Ets nasce da una considerazione difficilmente contestabile. Una quota non trascurabile dei rifiuti urbani è costituita da materiali di origine fossile (plastiche, gomma, tessuti sintetici) che, durante la combustione, liberano CO₂ esattamente come qualsiasi altro combustibile fossile. Finora queste emissioni sono rimaste sostanzialmente escluse dal sistema europeo di scambio di quote, creando una disparità rispetto agli altri settori energetici. La proposta della Commissione mira quindi a ricondurre anche il trattamento dei rifiuti in un quadro coerente di carbon pricing.
Nella sua formulazione originaria, tuttavia, il provvedimento rischiava di produrre un effetto paradossale. I termovalorizzatori sarebbero stati chiamati ad acquistare quote di emissione per la CO₂ derivante dalla combustione delle frazioni fossili, mentre le discariche sarebbero rimaste escluse dal sistema, nonostante rappresentino la principale fonte di emissioni climalteranti del settore dei rifiuti, soprattutto per il metano. Secondo Ispra, la discarica genera circa il 77 per cento delle emissioni del settore, mentre solo l’1 per cento è attribuibile alla termovalorizzazione.
L’impatto sulle tariffe di conferimento agli impianti potrebbe rivelarsi significativo. Un calcolo approssimato indica un incremento del 30-50 per cento sufficiente a spostare la soglia di convenienza, anche se l’impatto sulle tariffe finali pagate dal cittadino è molto più contenuto, intorno ai 5 euro l’anno per abitante.
Il problema non è solo ambientale, ma anche economico. Il prezzo del carbonio modifica gli incentivi solo se viene applicato in modo omogeneo tra le diverse alternative. Se una tecnologia sopporta integralmente il costo della CO₂, mentre un’altra continua a esserne esente, il rischio è che quest’ultima diventi artificialmente più conveniente, indipendentemente dal suo impatto ambientale complessivo. Nel caso dei rifiuti residui, ciò avrebbe potuto favorire proprio il ricorso alla discarica, oltre a incentivare l’esportazione dei rifiuti verso paesi non soggetti all’Ets o forme solo apparenti di recupero di materia.
Quote gratuite per il contributo alla decarbonizzazione
La proposta della Commissione introduce però alcuni correttivi importanti. Il primo riguarda gli impianti che recuperano calore utile. A essi verrebbero assegnate quote gratuite di emissione, riconoscendo così il contributo fornito alla decarbonizzazione attraverso la sostituzione di combustibili fossili nella produzione di energia termica. L’incentivo è relativamente modesto, ma introduce un principio corretto: un termovalorizzatore non produce soltanto emissioni, ma anche energia che può sostituire combustibili fossili, soprattutto quando alimenta reti di teleriscaldamento.
In base allo stesso principio, peraltro, si potrebbe tener conto della CO2 evitata nella generazione di energia elettrica tramite la combustione di sostanza biogeniche, pure contenute nei rifiuti conferiti al termovalorizzatore (per esempio, carta, legno, materiali organici), ma in questo caso la proposta non prevede l’assegnazione di ulteriori quote gratuite.
La cattura del carbonio
Una seconda innovazione riguarda la cattura della CO₂. Se il carbonio viene catturato e stoccato permanentemente (Ccs), continua a essere considerato come non emesso. Se invece viene utilizzato come materia prima (Ccu), l’obbligo Ets viene rinviato al momento in cui quel carbonio sarà effettivamente rilasciato in atmosfera. Si apre così la possibilità di sviluppare filiere di economia circolare del carbonio. Resta però un interrogativo economico: se il costo della CO₂ viene semplicemente trasferito dal termovalorizzatore all’utilizzatore finale del carbonio recuperato (ad esempio, quando viene utilizzata per produrre combustibili sintetici), il valore di mercato della CO₂ catturata rischia di ridursi sensibilmente. Il solo rinvio dell’obbligo Ets potrebbe quindi non essere sufficiente a rendere economicamente conveniente il riutilizzo del carbonio senza ulteriori strumenti di sostegno.
La proposta introduce inoltre una clausola di opt-out, che consentirà agli stati membri di rinviare fino al 2036 l’applicazione dell’Ets qualora dimostrino di essere in linea con almeno due tra tre obiettivi: una carbon tax nazionale equivalente, il raggiungimento dei target europei di riciclo (65 per cento del totale dei rifiuti urbani) e la riduzione del conferimento in discarica (max 10 per cento del totale rifiuti urbani), entrambi previsti per il 2035. Si tratta di una soluzione pragmatica, che riconosce le profonde differenze ancora esistenti tra i sistemi nazionali di gestione dei rifiuti. Per l’Italia, è una possibilità concreta, sebbene ci sia ancora da lavorare: il dato nazionale attuale per i due indicatori è, rispettivamente, del 52,3 per cento e del 14,8 per cento.
Riprendere l’idea della plastic tax
Nel complesso, dunque, la proposta appare più equilibrata di quanto inizialmente previsto. Rimane però un limite di fondo. L’Ets interviene quando il rifiuto esiste già e le possibilità di prevenirne la produzione sono ormai molto limitate. Anche ipotizzando che l’intero costo venga trasferito sulla tariffa dei rifiuti, l’onere per i cittadini sarebbe inferiore a 5 euro l’anno per abitante: un segnale di prezzo troppo debole per modificare in misura apprezzabile i comportamenti di consumo.
Se l’obiettivo è ridurre il carbonio fossile contenuto nei rifiuti, sarebbe probabilmente più efficace spostare il prezzo del carbonio a monte, al momento dell’immissione sul mercato dei materiali destinati a trasformarsi in rifiuti, in particolare della plastica vergine. I produttori potrebbero essere chiamati a restituire quote di emissione in misura corrispondente alla frazione dei propri prodotti che, sulla base dei risultati effettivi del riciclo, finirà come rifiuto residuo. Oggi la responsabilità estesa del produttore finanzia esclusivamente la raccolta differenziata e il riciclo degli imballaggi (e nemmeno per intero); non attribuisce alcun costo specifico alla parte destinata, inevitabilmente, a incenerimento o discarica, se non per quella quota della raccolta differenziata che viene successivamente scartata a valle del ritiro da parte dei sistemi di filiera.
Un’impostazione di questo tipo sarebbe pienamente coerente con il principio europeo “chi inquina paga”. Internalizzando il costo del carbonio già nella fase di produzione, si renderebbe economicamente conveniente progettare prodotti più facilmente riciclabili, ridurre l’impiego di materie prime fossili e investire nell’ecodesign. Più che intervenire sull’ultima fase del ciclo di vita dei materiali, il prezzo del carbonio agirebbe nel momento in cui si prendono le decisioni che determinano la futura produzione di rifiuti. Un modo per realizzare questa proposta potrebbe essere quello di riprendere in esame la controversa plastic tax, che potrebbe essere modulata in base a un campionamento dei flussi conferiti al termovalorizzatore, in modo analogo a uno schema già applicato, ad esempio, nella Repubblica Ceca.
L’estensione dell’Ets ai termovalorizzatori rappresenta quindi un passo nella giusta direzione, soprattutto grazie ai correttivi introdotti dalla Commissione. Ma, se si vuole ridurre davvero la produzione di rifiuti residui e le emissioni di carbonio fossile, il punto più efficace in cui applicare il prezzo del carbonio resta quello in cui quel carbonio entra nel sistema economico, non quello in cui ne esce.
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Laureato in Economia Politica presso l’Università Bocconi nel 1990, è attualmente professore associato di Economia Applicata presso l’Università di Udine e fellow di centri di ricerca quali GREEN (Università Bocconi) e SEEDS (interuniversitario). La sua attività di ricerca è collocata all’intersezione tra le politiche ambientali e l’organizzazione e regolazione dei servizi pubblici ambientali ed energetici. Oltre alla ricerca in ambito accademico svolge un’intensa attività di divulgazione; tra le sue pubblicazioni dedicate al pubblico extra-accademico si ricordano i volumi pubblicati per il Mulino nella collana “Farsi un’idea” ( L’acqua e I rifiuti) e i saggi “Privati dell’acqua? Tra bene comune e mercato” e “Un mondo senza rifiuti? Viaggio nell’economia circolare”, sempre per il Mulino.
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