Le accise non sono solo una fonte di gettito, sono strumenti per orientare i comportamenti dei cittadini. Vale per il tabacco come per i carburanti. Serve dunque coerenza tra le misure introdotte e gli obiettivi che la politica pubblica dichiara di perseguire.
Dal carburante alle sigarette: l’ipotesi durata un pomeriggio
Quando il prezzo dei carburanti torna a crescere, torna puntualmente anche la richiesta di ridurre le accise. È accaduto ancora una volta nei giorni scorsi, quando il governo ha annunciato un intervento contro il caro- carburanti e ha dovuto affrontare il problema delle coperture. Tra le ipotesi discusse in Consiglio dei ministri c’era quella di finanziare il taglio delle accise sui carburanti aumentando quelle sui prodotti da fumo. La contrarietà di una parte della maggioranza ha però rapidamente chiuso la possibilità e ha orientato altrove la ricerca di coperture.
La vicenda è comprensibile dal punto di vista politico, soprattutto in estate, quando il prezzo del pieno diventa un indicatore immediato della capacità del governo di rispondere alle difficoltà economiche delle famiglie. Ma discutere le accise soltanto come fonti alternative di gettito rischia di lasciare in ombra una questione più generale: la coerenza tra gli strumenti utilizzati e gli obiettivi che la politica pubblica in materia di salute e ambiente dichiara da tempo di perseguire.
Non sono solo una fonte di gettito
Le accise sui tabacchi e sui carburanti hanno infatti una caratteristica particolare. Sono tributi che non servono soltanto a raccogliere gettito. Contribuiscono anche a far sì che il prezzo rifletta, almeno in parte, i costi che il consumo di quel bene impone alla collettività: nel caso del tabacco, quelli legati alle malattie provocate dal fumo; nel caso dei carburanti, quelli derivanti dall’inquinamento atmosferico e dalle emissioni di gas serra. La loro funzione è quindi duplice: finanziare la spesa pubblica e orientare i comportamenti individuali.
Gli incentivi di prezzo possono contribuire a modificare i comportamenti, ma raramente bastano da soli. La loro efficacia dipende anche dall’informazione disponibile e dall’esistenza di alternative concrete. Per questo la prevenzione del tabagismo richiede informazione e regolazione, mentre la transizione ambientale richiede trasporto pubblico, infrastrutture e innovazione. Le accise sono dunque uno strumento importante, ma devono essere inserite in una strategia più ampia.
Da questa constatazione non segue, tuttavia, che le accise possano essere considerate soltanto uno strumento di gettito, da aumentare o ridurre secondo le esigenze di copertura o per attenuare temporaneamente la spesa dei consumatori. Se la prevenzione del tabagismo e la riduzione dell’inquinamento sono obiettivi di interesse pubblico, è difficile sostenere che le accise possano essere valutate esclusivamente in termini di risorse che producono, dimenticando la funzione che svolgono nel promuovere comportamenti coerenti con gli obiettivi di salute pubblica e di tutela dell’ambiente. Proprio perché nessun singolo strumento è risolutivo, le politiche pubbliche dovrebbero essere progettate in modo che interventi diversi operino nella stessa direzione, rafforzandosi reciprocamente.
La coerenza che non si vede
È questa, forse, la domanda che si dovrebbe fare il governo. Non tanto se aumentare o ridurre una determinata accisa, quanto se i diversi strumenti risultino coerenti con gli obiettivi di salute pubblica e di tutela dell’ambiente che il nostro paese afferma da tempo di perseguire. Le politiche pubbliche vengono spesso discusse per compartimenti separati: il fisco da una parte, la sanità dall’altra, l’ambiente da un’altra ancora. Eppure, gli stessi strumenti possono concorrere contemporaneamente a finalità diverse. La coerenza delle politiche non garantisce il successo di una riforma. L’incoerenza, invece, ne riduce quasi sempre le probabilità di riuscita.
Lo stesso principio si applica agli obiettivi distributivi. Se l’intenzione del governo è aiutare le famiglie che incontrano maggiori difficoltà a sostenere il costo dei carburanti, un taglio generalizzato delle accise è uno strumento poco coerente, perché riduce il prezzo per tutti, indipendentemente dal reddito e dall’effettivo bisogno. Un trasferimento mirato alle famiglie più esposte sarebbe più coerente con quell’obiettivo e consentirebbe, nello stesso tempo, di preservare la funzione delle accise nel correggere i costi sociali associati al consumo dei carburanti (se ne è discusso su lavoce.info, per esempio qui e qui). Obiettivi diversi richiedono strumenti diversi. Alcune esperienze internazionali mostrano che è possibile conciliare i due obiettivi: mantenere la funzione correttiva delle accise e utilizzare parte del gettito per compensare chi è più esposto ai loro effetti redistributivi. È la logica che ispira il cosiddetto carbon dividend: utilizzare parte del gettito della carbon tax per finanziare trasferimenti alle famiglie, preservando così la funzione correttiva del tributo.
Naturalmente, se cambia l’obiettivo, cambia anche la logica della scelta. Se si persegue quello di massimizzare il consenso nel breve periodo, un taglio generalizzato delle accise ha il vantaggio di essere immediatamente visibile. Ma proprio perché il beneficio è distribuito su una platea molto ampia, deve essere sufficientemente consistente da risultare percepibile dai consumatori. In caso contrario, rischia di non modificare né i consumi né i voti.
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Gilberto Turati è professore ordinario di Scienza delle Finanze presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, dove coordina la Laurea Magistrale in Healthcare Management e il Master in Economia e Politica Sanitaria di ALTEMS/Coripe presso il Campus di Roma. É vicedirettore dell'Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell'Università Cattolica del Sacro Cuore , Presidente della Società Italiana di Economia Pubblica (Siep, per il term 2024-2027) e Presidente di REF. Fa parte della redazione de lavoce.info, del comitato di redazione di “Politica Economica - Journal of Economic Policy” e del comitato di direzione del "Dizionario di dottrina sociale della Chiesa. Le cose nuove del XXI secolo". È stato prima ricercatore, poi professore associato all’Università degli Studi di Torino. É stato membro del Board della European Public Choice Society (EPCS) per il term 2012-2015 e Presidente dell’Organismo Indipendente di Valutazione della Azienda Ospedaliera Ordine Mauriziano di Torino per il mandato 2019-2022.
Francesco Ramella
L’analisi è priva di un punto fondamentale: le accise sui carburanti coprono non solo parte ma già più dei costi ambientali generati.
Ed è questa la ragione per cui i sussidi al trasporto pubblico non sono ambientalmente giustificati.
https://bridgesresearch.it/paper/benzina-e-gasolio-furono-veri-sussidi/
Fausto
I costi di gestione fissi per un veicolo a combustione, in particolar modo se a motore diesel (bollo, assicurazione, revisioni, manutenzioni ordinarie e straordinarie, deprezzamento ecc,) sono nell’ordine delle migliaria di euro l’anno. La differenza percentuale dell’incidenza del solo carburante non è variata di oltre il 15-20% nel corso del solo ultimo anno (dopo una sostanziale riduzione rispetto all’inflazione durata dal 2022 al 2025).
I trasportatori detraggono tutto il costo del carburante al 100%, accise comprese, e le tasse le pagano soltanto sull’utile complessivo a fine esercizio.
Insomma, in Italia alla gente piace lamentarsi delle pagliuzze ancor più che negli altri Paesi. Si immagini di avere un debito pubblico in crescita sino al 138% del PIL che disintegrerà i sogni e le speranze delle generazioni successive ma preoccuparsi che per il gasolio si spendono due centesimi in più ogni km passato alla guida di un mezzo che ogni anno costa comunque migliaia di euro: sarebbe da pazzi no? No??