Tutto il sistema inglese, non solo la Premier League, ha squadre di gran lunga più ricche delle altre leghe. Il mercato mondiale è organizzato in sistemi nazionali molto distanti fra loro, mentre le differenze al loro interno sono relativamente contenute.
Come si calcola il valore di un calciatore
Quanto vale un calciatore che non è in vendita? La domanda sembra da bar sport, ma è soprattutto un problema statistico. Per la grande maggioranza dei professionisti non esiste infatti un prezzo osservabile: i trasferimenti sono relativamente rari, i giocatori non sono beni fungibili e chi viene ceduto non rappresenta un campione casuale di tutti gli altri. Il Cies Football Observatory, un centro di ricerca dell’Università di Neuchâtel, prova a colmare il vuoto partendo dai prezzi pagati davvero. Il suo modello, pubblicato nel 2024, è stimato su 8.389 trasferimenti conclusi fra il 2014 e il 2024 e mette in relazione l’indennizzo negoziato con età, durata del contratto, ruolo, rendimento, livello delle partite disputate e forza economica dei club e dei campionati coinvolti. Riesce a spiegare circa l’85 per cento della variabilità dei prezzi.
C’è però una complicazione. Il modello è costruito su trasferimenti realmente avvenuti, nei quali il club acquirente è ovviamente noto: è uno degli ingredienti del prezzo. Ma la stragrande maggioranza dei calciatori, in un dato momento, non è in vendita e per loro un compratore semplicemente non esiste. Per attribuire un valore anche a questi giocatori (quelli che popolano le schede del sito del Cies e i cartellini che i giornali citano a ogni sessione di mercato) il centro ricorre allora a un secondo modello, che stima quale sarebbe la capacità di spesa del probabile acquirente. Il valore di mercato che leggiamo è dunque una stima costruita sopra un’altra stima.
I valori dei calciatori come una distribuzione di redditi
La cautela non rende i dati meno interessanti, ma per usarli bene occorre sapere che cosa sono. Il database completo del Cies, con la valutazione di ogni singolo calciatore, è un prodotto commerciale a pagamento. La versione consultabile gratuitamente sul sito dell’osservatorio è molto più parziale: per ciascuno dei 1.091 club appartenenti a settanta campionati mostra un solo dato, il valore del giocatore più prezioso della rosa. Non è una scelta di metodo, è tutto ciò che i dati aperti mettono a disposizione: non potendo calcolare la media o la mediana di rose che non vediamo per intero, l’analisi che segue lavora necessariamente sull’”uomo copertina” di ogni squadra. È un campione particolare, e per sua natura sottostima la disuguaglianza complessiva: se potessimo osservare tutti i giocatori di tutte le rose, la concentrazione risulterebbe ancora più marcata. Anche così, però, permette un esercizio utile, che è quello di trattare i valori dei calciatori come una distribuzione di redditi.
L’indice di Gini, che misura quanto una distribuzione sia concentrata, raggiunge 0,765: un valore superiore a quello dei redditi di qualunque paese al mondo, pur guardando soltanto i più ricchi di ogni squadra. Più importante ancora è la scomposizione dell’indice di Theil, applicata agli 823 club di prima divisione dei 54 paesi per cui il dato è sufficientemente robusto, che consente di separare la disuguaglianza fra paesi da quella interna ai singoli campionati. Il risultato è netto: il 70,3 per cento della disuguaglianza deriva dalle differenze fra paesi e soltanto il 29,7 per cento da quelle fra club dello stesso paese.
Figura 1 – Scomposizione dell’indice di Theil: differenze fra paesi e all’interno dei paesi

Nel calcio globale, dunque, il confine conta più della distanza fra la grande e la piccola squadra nazionale. Non è il Real Madrid contro il Getafe, ma la Spagna contro l’Ecuador. Il dato è sorprendente perché quello dei calciatori, almeno dopo la sentenza Bosman, viene descritto come uno dei mercati del lavoro più mobili al mondo. Il talento attraversa le frontiere, ma il valore che gli viene attribuito resta fortemente ancorato al luogo in cui si gioca. Sopra la soglia di 31,6 milioni di euro si trovano 62 club: 52 appartengono ai cinque maggiori campionati europei e soltanto dieci a tutto il resto del pianeta. La coda più ricca della distribuzione non è una collezione di fuoriclasse sparsi ovunque: è una concentrazione geografica.
L’Inghilterra porta questa conclusione all’estremo. La Premier League ha infatti il valore mediano più alto del mondo, circa 73 milioni di euro per il giocatore più prezioso del club mediano, contro i 23 milioni della Liga. Eppure, al proprio interno è molto meno diseguale: il suo Gini è 0,304, quello spagnolo 0,564. La ricchezza di un campionato, in generale, non mostra alcuna relazione significativa con la sua disuguaglianza interna. La Premier non domina perché poche squadre inglesi sono immensamente più ricche delle altre; domina perché, rispetto al resto del mondo, sono ricche quasi tutte. Persino il club mediano della seconda divisione inglese ha un giocatore di punta più prezioso di quello della massima serie di circa tre quarti dei paesi considerati.
L’equilibrio inaspettato della Serie A
La Serie A occupa una posizione intermedia che vale la pena segnalare, perché smentisce un’altra intuizione diffusa. Con un Gini interno di 0,377 è uno dei campionati più equilibrati del mondo, più della Liga e non distinguibile, sul piano statistico, dalla stessa Premier League: la distanza fra la squadra più ricca e le altre, in Italia, è più contenuta di quanto il racconto sullo strapotere dei grandi club lasci immaginare. La differenza con l’Inghilterra è che la Premier a questo equilibrio interno unisce una ricchezza assoluta senza pari, mentre la Serie A è equilibrata, ma su valori mediani ben più bassi: è la combinazione delle due cose a fare del caso inglese un limite a sé. Il campionato più diseguale al proprio interno, semmai, è il Portogallo, dove Porto, Benfica e Sporting valgono quanto tutti gli altri messi insieme.
Figura 2 – Valore mediano e indice di Gini interno in 54 campionati

Dire che l’Inghilterra gioca un altro sport non è quindi soltanto una metafora sul fatturato. Significa che il mercato mondiale è organizzato in sistemi nazionali molto distanti fra loro, mentre le differenze interne possono essere relativamente contenute. Resta un’avvertenza, ed è la stessa da cui siamo partiti: poiché il modello Cies usa fra i propri ingredienti il livello del campionato e la forza finanziaria del compratore, una parte della geografia che emerge dai dati è già incorporata nella macchina che produce le stime. Ma proprio questo è il punto economico più interessante: un calciatore non vale soltanto per ciò che fa, bensì per il mercato in cui quel talento viene osservato, finanziato e scambiato. Nel calcio, come nella distribuzione mondiale dei redditi, i confini non sono scomparsi, hanno soltanto cambiato forma.
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Docente e ricercatore alla Scuola Enrico Mattei, dove insegna i corsi di Economia Sperimentale e di Comunicazione Scientifica al Master MEDEA (Management dell’Economia dell’Ambiente e dell’Energia).
Ha studiato Economia a Milano, laureandosi al DES in Bocconi nel 2002. Ha conseguito un master in Development Economics alla University of Sussex e il dottorato in Economia all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Per due anni, è stato post-doc alla Paris School of Economics. iProf di Economia della felicità su Oilproject.org, collabora con diverse testate di divulgazione scientifica.
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