Il Brasile torna al voto domenica per il ballottaggio tra Lula e Flávio Bolsonaro. Hanno idee molto diverse in economia. Dovranno fare i conti con una situazione che vede disoccupazione e povertà in calo, ma redditi fermi, inflazione e tensioni con gli Usa.
Brasile al ballottaggio
Domenica 25 ottobre si tiene il secondo turno delle elezioni presidenziali in Brasile. I due contendenti sono il presidente uscente e figura di punta del Partido dos Trabalhadores (di sinistra) Luiz Inácio da Silva, detto Lula, e Flávio Bolsonaro (conservatore di destra), senatore e figlio dell’ex presidente del paese Jair, ora in carcere a seguito di una condanna a 27 anni per aver tentato di organizzare un colpo di stato attraverso un assalto al Congresso federale l’8 gennaio 2023.
Il primo turno ha visto prevalere Bolsonaro, che ha superato di 2 punti percentuali lo stesso Lula. Il leader del Partido Liberal non ha però superato la soglia del 50 per cento dei voti necessaria ad assegnargli la vittoria al primo turno, fermandosi invece al 47,03 per cento, contro il 45,16 per cento di Lula.
Figura 1
I risultati sulla disoccupazione
Lula è attualmente al suo terzo mandato da presidente del Brasile, dopo averne svolti due consecutivi tra il 2003 e il 2011 ed essere stato interdetto dalle cariche pubbliche per una condanna per corruzione nel 2017, poi annullata a causa della parzialità del magistrato giudicante. Mentre i primi due cicli sono stati accompagnati da un generale favore nei confronti dell’ex sindacalista diventato presidente, l’ultimo mandato ha visto la sua popolarità ai minimi storici, a causa anche di risultati misti in campo economico.
La disoccupazione ha rappresentato un evidente punto di debolezza del sistema economico del paese dalla seconda metà dello scorso decennio: dopo l’impennata del 2015, il dato ha registrato un picco dell’8,7 per cento nel 2017 e negli anni successivi non è mai scesa sotto al 7 per cento. Il massimo assoluto è stato raggiunto a inizio 2021 – 8,9 per cento – dopodiché la situazione è migliorata. È uno dei progressi economici che si possono riconoscere all’amministrazione uscente: l’aver saputo accompagnare e sostenere il repentino calo della disoccupazione dopo le difficoltà legate alla pandemia. Se un miglioramento dei principali indicatori economici dopo una tale crisi è infatti fisiologico, qui si è fatto di più: la disoccupazione ha raggiunto il 3,3 per cento a metà 2026, un dato ben lontano dalla dinamica apparentemente e pericolosamente strutturale della scorsa decade.
Figura 2
La riduzione della povertà
Un altro dei risultati ottenuti negli ultimi quattro anni è la riduzione della quota di popolazione sotto la soglia di povertà. Nel solo primo biennio di governo (l’unico del quale sono disponibili dati certi) il numero di cittadini che vivono con meno di 8,60 dollari al giorno è passato dal 26,62 per cento al 21,67. L’evoluzione positiva degli ultimi anni è arrivata dopo un periodo di relativo stallo nella seconda parte dello scorso decennio e lo shock della pandemia.
Figura 3
L’inflazione colpisce i redditi dei brasiliani
Tuttavia, dal 2016 in poi il reddito pro capite dei brasiliani ha smesso di aumentare in maniera significativa, mentre nei primi dieci anni del ventunesimo secolo era cresciuto di un terzo in termini reali. L’immobilità è continuata anche con il ritorno di Lula, mentre è ripartita la crescita in termini nominali. La divergenza tra le due serie è dovuta all’inflazione, che ne ha annullato gran parte dei benefici per i cittadini brasiliani.
Figura 4
La crescita dei prezzi è dovuta anche alla poca cautela fiscale dell’attuale governo, in perenne deficit allo scopo di raggiungere i risultati che si era prefisso in ambito sociale. Ne hanno risentito sia il debito che, a cascata, il valore del real. Il Banco Central do Brasil (Bcb) si è quindi visto costretto ad alzare i tassi d’interesse, accettando di frenare la crescita pur di salvaguardare la solidità reputazionale del paese e la fiducia degli investitori. Su lavoce.info ne ha già parlato, in un suo articolo, Paolo Rizzo.
Il problema della criminalità
La povertà rimane comunque alta, soprattutto nel nord-est, ed è un elemento chiave per capire altre caratteristiche del paese. Risulta emblematico il caso della criminalità, che è certamente uno dei temi più rilevanti della campagna elettorale. Entrambi i candidati hanno colto tratti da sfruttare politicamente a proprio favore: se la destra di Bolsonaro punta sul peggioramento degli indicatori dei crimini violenti e sulla classica retorica securitaria, l’amministrazione Lula rivendica con orgoglio il calo degli omicidi.
Nella figura abbiamo riportato la dinamica dei crimini violenti ogni centomila abitanti a partire dai dati forniti dall’Organizzazione delle Nazioni Unite, imponendo il 2022 come anno base a cui, per ogni tipo di reato, è associato il valore di 100. Dunque, se in un qualsiasi altro anno, il dato di un crimine ammonta a 108, come nel caso delle aggressioni fisiche gravi nel 2023, vuol dire che l’osservazione è superiore dell’8 per cento rispetto al dato del 2022. Dopo un deterioramento generale della sicurezza nel periodo post-pandemico, gli unici numeri in calo sono quelli degli omicidi intenzionali e dello sfruttamento sessuale. Se i primi erano in discesa a partire dal 2022, i secondi hanno iniziato a ridursi a partire dall’anno dell’insediamento di Lula, cioè il 2023.
Figura 5
Le relazioni con gli Stati Uniti
A complicare la contesa elettorale ci sono anche i rapporti critici tra il Brasile di Lula e gli Stati Uniti di Donald Trump. La Casa Bianca sarebbe più favorevole a un ritorno al potere della famiglia Bolsonaro, più vicina agli Usa e contraria alla politica di Lula, che guarda invece al polo dei Brics, di cui il Brasile fa parte, e alla Cina.
Dall’inizio della sua seconda presidenza, Trump ha più volte minacciato – e poi imposto – dazi alle esportazioni brasiliane verso gli Stati Uniti, fino al 50 per cento sulla gran parte dei beni esportati. Il motivo è stato la condanna statunitense verso l’indagine e il processo nei confronti dell’ex presidente Jair Bolsonaro per i fatti di Brasilia. I primi dazi sono stati poi allentati, ma nel luglio del 2026 ne sono stati imposti di nuovi, questa volta a causa del mancato raggiungimento di un accordo commerciale. Si tratta di un dazio globale del 25 per cento per pratiche commerciali scorrette.
Lula ha condannato la politica commerciale statunitense e ha annunciato ritorsioni. La linea dura è stata in parte apprezzata dalla popolazione, che in maggioranza considera Flávio Bolsonaro responsabile dello scontro commerciale. Anche il tasso di approvazione di Lula ne ha beneficiato, sebbene in maniera marginale. Gli Stati Uniti hanno comunque perso quel ruolo di grande rilevanza commerciale nell’economia brasiliana che potevano vantare fino all’inizio del nuovo millennio, pur rimanendo comunque il secondo più importante partner del paese. Un’influenza americana minore ha lasciato spazio alla Cina, che è diventata la destinazione di quasi un terzo di tutte le esportazioni di Brasilia.
Figura 6
Lavoce è di tutti: sostienila!
Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molti altri siti di informazione, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!
Giuseppe Bruno è studente del corso Applied Economics and Markets presso l’Università di Bologna, con particolare interesse verso la storia economica, l’organizzazione industriale e la politica statunitense. In precedenza, si è laureato in Economia, Mercati e Istituzioni a Bologna.
Lascia un commento