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Se la multa dipende dalla ricchezza*

La proposta di calibrare le multe in base al reddito è una buona idea, ma è non semplice da realizzare. Potrebbe essere l’inizio di una revisione complessiva delle regole della strada, pensate per un sistema profondamente diverso da quello attuale.

Gli italiani sono favorevoli a far pagare sanzioni e tributi in base alla ricchezza?

Il viceministro delle Infrastrutture e trasporti Galeazzo Bignami, durante la presentazione del Rapporto Dekra sulla sicurezza stradale, ha prefigurato un cambiamento nel sistema sanzionatorio del codice della strada, sostenendo di voler introdurre una proporzionalità tra le sanzioni e il reddito, affinché la funzione deterrente della multa sia commisurata alla ricchezza di chi compie l’infrazione. Non è una novità, è una strategia già utilizzata da anni per esempio in Germania, Svezia, Francia, Svizzera, Gran Bretagna, con sistemi diversi di regolazione della intensità della sanzione, ma tutti ispirati al principio che deve essere proporzionale alla ricchezza di chi compie l’infrazione per avere una funzione disincentivante equa ed efficace.

Nel 2017 avevo presentato l’articolo il ruolo sociale dell’educazione economica in cui si analizzavano economic literacy e alcuni dilemmi sociali. Tra le varie domande c’era anche questa: la sanzione o la tariffa di un servizio pubblico dev’essere fissa (uguale per tutti) o proporzionale (in base al reddito)? Sebbene il quesito fosse duplice – si riferiva sia alle tipiche contravvenzioni che alle tariffe dei servizi pubblici– dalle risposte (figura 1) emergeva un ampio favore per l’opzione “proporzionale”, pari all’80 per cento dei rispondenti dell’Indagine Plus, senza particolari differenze in merito al genere, età, area geografica, istruzione, impiego e retribuzione (in quintili) e reddito mensile familiare disponibile.

Il principio e le difficoltà di applicazione

Premesso il grande consenso nella popolazione rispetto a un provvedimento che introduce una ponderazione economica tra contribuenti differenti, ovvero che segue un principio di equità e progressività, è bene fare alcune considerazioni sulle difficoltà di applicazione che potrebbe incontrare.

La prima questione è la definizione delle sanzioni: soglie predefinite o una percentuale della retribuzione. In Gran Bretagna la sanzione è una quota della retribuzione, ad esempio il 10 per cento. Pertanto, più è alta la retribuzione più cresce l’ammontare della multa. In altri paesi è più che proporzionale, ovvero al crescere del reddito cresce l’aliquota (10 per cento fino a 1.000 euro, 15 per cento tra 1.000 e 2.000, 20 per cento tra 2.000 e 5.000 e così via). In altri casi sono previste soglie: 100 euro per chi guadagna meno di 1.000 euro al mese, 200 per chi guadagna da 1.000 a 2.000 euro al mese, e così via. Magari con una soglia finale molto severa. Ma come si fa per lo studente che guida l’auto della madre o la casalinga che guida quella del marito o nel caso di auto aziendali o in leasing o a noleggio o con conducente straniero?

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Si potrebbe percorrere la via di sanzionare in base al valore del mezzo, ad esempio secondo i parametri che le assicurazioni usano per quotare il rischio furto. Anche in questo caso, si creano zone d’ombra quando il valore d’uso e il valore di mercato divergono significativamente. Ad esempio, si potrebbe avere una vecchia auto sportiva con prestazioni elevate da poche migliaia di euro e l’ultimo modello di utilitaria, ecologica e sicura, che invece costerebbe molto di più, paradossalmente anche in termini di sanzioni.

Esistono una serie di questioni addentellate che attengono alla natura dell’infrazione: eccesso di velocità o sosta vietata o accesso contromano meritano penalità diverse, quindi il peso del disincentivo dev’essere legato al disagio o rischio sociale procurato. C’è anche una proporzionalità tra valore del mezzo e sue prestazioni, ovvero una fuoriserie a 100km/h si ferma in meno metri di una utilitaria, ma allora dovremmo considerare la sua pericolosità intrinseca, quindi fare una ponderazione multipla: in base al tipo di infrazione, alla massa, alle prestazioni o alla buona manutenzione del mezzo, alla pericolosità sociale e così via.

La sfida di governare un sistema articolato

Se la premessa è che il sistema attuale è il più ingiusto e inefficiente, la proposta è una buona idea, non banale da realizzare, forse l’inizio di una revisione complessiva delle regole della strada, pensate per un sistema i cui attori sono profondamente mutati nel tempo. Anche in questo ambito, serve un nuovo insieme valoriale, un sistema di incentivi e disincentivi diverso, legati alle possibilità offerte dalla tecnologia e alle mutate sensibilità, che incorpori anche il contesto (sanzioni prese su strade mal tenute o in aree congestionate potrebbero essere poco comprensibili e dar luogo a un ampio contenzioso) e magari che tenga conto della storia di guida (una sorta di sanzione bonus-malus, per cui chi prende ripetutamente sanzioni della stessa natura viene più penalizzato). È uno dei tanti aggiornamenti culturali e normativi indotti dalle varie transizioni tecnologiche in corso.

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L’iniziativa è lodevole ma le complicazioni abbondano, come ogni qual volta il regolatore pubblico vuol mettere mano a comportamenti socialmente indesiderabili.

Se poi riprendiamo la seconda parte del quesito, che faceva riferimento alle tariffe pubbliche, va rimarcata la spiccata propensione degli italiani a una imposizione diretta e progressiva, che invece è quanto mai indigesta alla politica degli ultimi anni: temendo la perdita di consenso delle categorie penalizzate, i nostri governanti hanno sovente preferito l’imposizione indiretta. Tutto ciò, ancora una volta, rafforza l’esigenza di una corretta misura da parte dello stato della ricchezza dei contribuenti per poter disegnare in maniera più equa e precisa premialità e penalità, politiche e i servizi pubblici. Prediche inutili.

(*) Le opinioni espresse non impegnano l’Istituto d’appartenenza

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  1. Simone C.

    Il Codice della strada (art.195, co.2) già prevede , benché con termini generici, tra i criteri di graduazione della sanzione le condizioni economiche del trasgressore. Lo stesso prevedono il Codice penale (per le pene pecuniarie), la L.689/81 per le sanzioni amministrative in genere, il dlgs 472/97 per le sanzioni amministrative in campo tributario. Non conosco l’effettiva applicazione di queste previsioni ( se mai c’è stata). Che cosa ha di nuovo questa proposta ? prevede dei criteri più puntuali ?

    • Jacopo Foggi

      E’ evidente che non sono mai state applicate: le multe sono sempre della stessa cifra per tutti, e quindi regressive. Tanto più che sono una fonte di finanziamento fondamentale per i comuni, diventando una forma di tassazione regressiva.

  2. Claudio61

    Mi sembra un’ottima idea, il modo perfetto per non fare pagare agli evasori neppure le multe. Tutte queste cose possono funzionare in un paese nel quale l’evasione fiscale è ridotta al minimo, non certo in Italia, paese in cui borse di studio, riduzione delle tasse e dei ticket ecc. ecc. vanno solo a favorire gli evasori ai danni di chi contribuisce in modo onesto o non può comunque evadere.

  3. Giacomo

    Il problema è che siamo nel paese dove il 90% della popolazione ufficiamente o non ha reddito o lo ha (sempre ufficialmente) così basso che non paga tasse. L’idea è buona ma la sua realizzazione rischia di essere l’ennesimo incentivo ad evadere il fisco.

  4. paolo

    francamente sembra abbastanza semplice calibrare le multe in base alla ricchezza: basta stabilirne una percentuale deducibile dall’IRPEF in dichiarazione dei redditi, a scaglioni variabili a seconda dell’ISEE. In questo modo si ottiene anche l’effetto collaterale di non erogare l’ennesimo bonus evasori

  5. Marcello

    Domanda: che senso ha parlare di sanzioni progressive in un paese in cui l’evasione fiscale raggiunge i 100 mld (gettito), in cui ISEE e altri indicatori funzionano come ben sappiamo e in cui i redditi netti (ricavi o profitti fate voi) vengono tassati in modo differente sulla base della loro origine? Nessuno.
    Dopo un paio di lustri della c.d. pantente a punti alcune evidenze mi smbrano incontestabili. Il sistema costa uno sproposito e funziona male. L’efficacia della norma dipende non solo dall’entità della sanzione, ma dalla sua deterrenza, come ogni studioso dell’economia della legge dovrebbe sapere. Non è un caso infatti che molti paesi prevedano accanto alla sanzione monetaria, la c.d. incapacitation, cioè un meccanismo come la patente a punti che agisce sul permesso di guida. Il problema semmai è quello di rendere più effcace quest’ultimo meccanismo. Per esempio prevedendo un numero fisso di punti, come in altri paesi, esauriti i quali la patente viene revocata ed è un “giudice” a dover decidere se, dopo un congruo periodo, si può tornare a sostenere l’esame di guida. Infine si può istituire un libretto con un certo punteggio sul veicolo, per i casi di omessa dichiarazione di responsabilità (es. non ricordo chi gudava ecc.) esauriti i quali il mezzo viene soggetto a fermo amministrativo per un congruo periodo.
    La strada per rendere incisive le norme stradali e semplice e chiara: sanzioni monetare e incapacitation certe e immediate, senza bsogno d’altro.

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