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Categoria: Energia e ambiente Pagina 46 di 62

QUELL’ENERGIA CHE ARRIVA DAL MONDO ARABO IN SUBBUGLIO

Quando si sono verificati i disordini che hanno portato al rovesciamento del regime tunisino, molti paesi del Mediterraneo, e con essi i mercati, si sono subito preoccupati delle conseguenze sulle forniture di petrolio e gas che alimentano l’Europa. Anche perché vi è il timore del contagio. Ma non tutti quegli stati sono sullo stesso piano dal punto di vista degli occidentali. Paese per paese, ecco una mappa della produzione di idrocarburi e i rischi legati alle condizioni socio-economiche delle popolazioni.

LA RISPOSTA AI COMMENTI

Nella grande maggioranza dei commenti   la soluzione al problema del debito pubblico è vista dal lato della spesa . Enti e uffici in eccesso, otto nuove province, una casta rapace, ecc. , queste sono  le cose da colpire prima di aumentare in qualsiasi modo la tassazione. Qualcuno si fa inoltre portavoce  della  nota teoria secondo cui la spesa  si espande fin che trova finanziamento, sicché una nuova entrata darebbe comunque un sollievo di  breve periodo. Tutte tesi rispettabili, ma “fuori tema”.
In sede di analisi occorre infatti accettare la premessa di Pellegrino Capaldo, magari con la formula  “ammesso e non concesso”, e chiedersi se  lo strumento proposto sia appropriato, alla luce degli  usuali criteri di efficienza ed equità,  per  diminuire di colpo e significativamente  il debito pubblico. Solo un commento è favorevole alla  tesi di Capaldo . Secondo il mio giudizio, invece, un’imposta straordinaria e pesante sulle plusvalenze immobiliari stimate  sul catasto attuale solleva  problemi di equità non lievi rispetto ai detentori di capitale finanziario e insuperabili all’interno dello stesso  comparto immobiliare ; e  d’altra parte non è pensabile un rapido ed affidabile aggiornamento dei valori catastali. Alcuni commentatori hanno aderito alla mia  tesi,  e hanno proposto in alternativa l’imposta di solidarietà  sui grandi patrimoni   esistente in Francia. E’ un’ipotesi da studiare seriamente, ma consapevoli che andrebbe ad arricchire lo strumentario ordinario di prelievo, non già a sostituire l’imposta straordinaria suggerita da Capaldo. Sullo stesso piano , del resto, si pongono le diffuse proposte, fatte proprie anche da me e  condivise da alcuni commentatori, di inasprire la tassazione delle rendite finanziarie, di  rafforzare la lotta all’evasione e  di riparare al misfatto dell’abolizione dell’Ici sulla prima casa reintroducendola ( proposta quest’ultima che ha sollevato un’aspra reazione  negativa secondo ragionamenti già noti ma non condivisibili sulla sua iniquità, visto  che la casa è” frutto di risparmi sopravissuti alla tassazione” e comporta costi di manutenzione ).  
Non  ci sono stati commenti sulla ipotesi di una diversa imposizione straordinaria, con base imponibile tutta da studiare, analoga all’imposta transitoria introdotta dal primo Governo Prodi . Segno che è difficile negarne in astratto l’utilità ma anche difficile dare concretezza all’ipotesi. E allora continuiamo a pensarci.

GUERRE SANTE CONTRO NEMICI SBAGLIATI

La Corte costituzionale ha accolto due dei quattro referendum contro la cosiddetta privatizzazione dell’acqua. Una eventuale abrogazione del decreto Ronchi non impedirà comunque di coinvolgere il privato nella gestione. Il secondo quesito mira a negare la legittimità del profitto nell’erogazione dei servizi. Il rischio è ostacolare ulteriormente gli investimenti necessari per il settore. Si tratta però di un’occasione per affrontare in modo finalmente serio la materia idrica. Urgenti tre riforme: finanziaria, della regolazione e dei meccanismi tariffari.

 

ALLA CANNA DEL GAS

Chiave di volta del nostro sistema energetico, il gas naturale vive da un biennio una stagione nera. La crisi economica ha colpito duramente la domanda industriale e quella delle centrali elettriche. E ora i segnali di ripresa restano incerti. Un intero parco di nuove centrali a ciclo combinato è costretto a lavorare a mezzo servizio. Lo sviluppo delle rinnovabili e la progettata rinascita nucleare sollevano nuove incognite. Tenere tutto insieme sarebbe anche un problema di politica energetica. Che però latita.

Favole e tragedie nel Golfo del Messico

Milioni di barili di petrolio si sono rovesciati nel Golfo del Messico per la rottura della piattaforma Bp. Ma come si calcolano i danni di un simile disastro? Le incertezze e i fattori che potrebbero entrare in gioco sono moltissimi. Tanto che un investitore dopo aver considerato ex-ante la probabilità di un evento catastrofico e constatata l’impossibilità di produrre una stima credibile del danno associato, potrebbe decidere di investire poco in sicurezza degli impianti per privilegiare altri obiettivi. Alterando così la struttura stessa di probabilità della catastrofe.

 

Clima: quanto è lontana Cancun da Kyoto!

Moltissimi commentatori si sono sforzati di comprendere se il bicchiere servito a Cancun dalla Conferenza sui cambiamenti climatici fosse mezzo pieno o mezzo vuoto. In realtà, l’accordo raggiunto è ricco di luci e ombre. Intanto si ricuce la lacerazione di Copenaghen. E anche se i risultati possono apparire deboli, o comunque insufficienti, bisogna cogliere gli aspetti positivi e quelli politici. Chi ha a cuore il tema deve guardare e lavorare per il meeting del 2011 in Sudafrica con ottimismo, determinazione e speranza. Non tutto è perduto. Non ancora.

 

Monnezza, consenso e credibilità

In un editoriale apparso su “La Stampa” domenica 24 ottobre, Lorenzo Mondo, riferendosi alle note vicende di Terzigno, sostiene una linea condivisa da molti commentatori: le anime pie, vescovo di Nola in testa, farebbero bene a non puntellare una protesta irragionevole; lÂ’’opposizione all’Â’apertura della discarica è sostanzialmente fomentata dalla criminalità organizzata.
La prima considerazione è radicata, di fatto, nella massima: “meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera”.
L’Â’argomento di Caifa non è solo discutibile dal punto di vista morale; la sua applicazione al caso specifico è profondamente dannosa sul piano degli incentivi. Lo è perché deresponsabilizza il resto della cittadinanza. Se i miei rifiuti vanno in casa dÂ’’altri, che incentivo ho, per dire, ad effettuare la raccolta differenziata? Che incentivo ho a limitare gli sprechi?  Un buco si troverà sempre per sgombrare il mio uscio. Tanto basta.
Per ciò che attiene alla seconda considerazione, è appena il caso di rilevare quanto sia paradossale accusare i campani di non reagire alla mortificante condizione in cui sono immersi, per poi considerarli, non appena reagiscono, come mossi da ragioni inconfessabili (ciò, ovviamente, prescinde dalla condanna agli eccessi che si sono verificati negli ultimi giorni).
Le due precedenti considerazioni spesso procedono con una terza: non si può consentire che qualsiasi intervento venga bloccato dalle comunità locali. Dall’Â’opposizione al termovalorizzatore di Acerra a quella verso le discariche di Chiaiano e Terzigno, le comunità locali impediscono di fatto la soluzione del problema rifiuti in Campania.
Si tratterebbe, in pratica, di una forma degenerata di sindrome nimby (not in my back yard): tutti vorrebbero una soluzione del problema, ma ognuno s’oppone alla possibilità che il problema venga risolto nel proprio cortile.
EÂ’ davvero questo il punto? Bisogna allora usare la forza per costringere i riottosi a cooperare?

UN PROBLEMA DI REPUTAZIONE

Perché le comunità locali si oppongono a qualsiasi intervento apparentemente risolutivo dell’Â’emergenza?
La risposta è che nessuno, direi a ragione, si fida.
Come in qualsiasi altro caso in cui non sia immediatamente verificabile la qualità del bene fornito, ciò che conta è la reputazione del fornitore; in questo caso la reputazione delle autorità che a vario titolo sono investite della responsabilità del problema. Queste si sono dimostrate incapaci di risolvere unÂ’emergenza che dura ormai da quasi ventÂ’’anni. Quando, costretto dal precipitare della situazione, è intervenuto il Governo, i rifiuti sono immediatamente spariti. Ciò, tuttavia, anziché stimolare la fiducia verso le autorità competenti, l’Â’ha depressa.
In questi anni, a Napoli, era comune la domanda: “ma dove lÂ’’hanno messa l’Â’immondizia?”. Già, dove l’Â’hanno messa? Il sospetto che per far fronte allÂ’’emergenza venissero utilizzati metodi poco ortodossi di smaltimento si è fatto strada, e la reputazione delle autorità ne è risultata vieppiù compromessa.
E’ chiaro che quando la controparte gode di una cattiva reputazione, la riluttanza ad accettare uno scambio sarà notevole. Se poi lo scambio si cerca di imporlo, la reazione sarà imprevedibile.
Se lo stesso Bertolaso ha ammesso che occorrono interventi per bonificare l’Â’area in cui sorge la prima discarica di Terzigno, ormai stracolma; se egli stesso indica nel termovalorizzatore di Acerra una possibilità per fare fronte, temporaneamente, allÂ’’emergenza, è lecito o meno sospettare che in nome dellÂ’’emergenza in quella prima discarica sia stato gettato di tutto? EÂ’ lecito o meno sospettare che non si andrà tanto per il sottile quando si tratterà di bruciare un po’Â’ di rifiuti nel termovalorizzatore?
EÂ’ lecita o meno, a questo punto, la posizione di chi si preoccupa della salute propria e dei propri figli, e non vuole che il problema di tutti sia risolto spargendo veleni nel cortile della propria casa?

SE DAVID HUME È UN CATTIVO CONSIGLIERE

In un articolo di recente pubblicato su Science, Sam Bowles (1) riconsidera la nota posizione espressa da Hume, secondo cui, nello stabilire un qualsiasi sistema di governo occorre partire dallÂ’’ipotesi che ogni uomo sia un furfante e non abbia altro interesse che lÂ’’interesse personale. Nella visione di Bowles, muovere dalla premessa che ogni uomo sia un furfante, disegnando le regole in conformità a questa premessa, conduce ad un esito opposto rispetto a quello che si vorrebbe conseguire. Si finisce cioè per incentivare comportamenti da furfanti. Nel caso specifico, si supponga che io mi convinca dellÂ’’inutilità di richiedere il rispetto delle regole; potrei allora essere tentato di derogare alle regole anchÂ’’io pur di addivenire ad una soluzione del problema, utilizzando poi la forza nei confronti di chi eccepisce l’Â’illegittimità della mia posizione, per imporre la soluzione prescelta; non è impensabile però che ciò scateni una reazione violenta.
Nel caso della discarica di Terzigno, la strategia attuata dal Governo, pressato da un’Â’emergenza principalmente frutto dell’Â’incapacità (ad essere benevoli) degli amministratori locali, ha fatto appunto perno su: rilevanti deroghe alle regole di salvaguardia ambientale e tutela del territorio (basti a questo proposito considerare  che lÂ’’ulteriore discarica di Terzigno era situata all’Â’interno del Parco nazionale del Vesuvio, patrimonio dell’Â’umanità secondo lÂ’’Unesco); l’Â’utilizzo massiccio dellÂ’’esercito, giustificato dagli evidenti problemi di ordine pubblico connessi con la gestione dell’Â’emergenza.
Vi sono motivi per ritenere che tale strategia non poteva che mostrare evidenti limiti (2). Innanzitutto perché la soluzione definitiva del problema richiede necessariamente una diffusa quanto intensa cooperazione, che non può che  fondarsi su di un diligente rispetto delle regole. Ora, può il richiamo al rispetto delle regole essere efficace se il primo a non rispettare le regole è proprio il soggetto che fa il richiamo?
Il secondo motivo che doveva indurre a dubitare dell’Â’efficacia della strategia governativa è connesso ai problemi di reputazione richiamati in precedenza. Il sito individuato per la nuova discarica di Terzigno era già, dal 14 novembre 2009, presidiato dall’Â’esercito, così come l’Â’area della discarica di Chiaiano o quella in cui è installato il termovalorizzatore di Acerra. Tale circostanza di fatto impedisce il controllo pubblico rispetto a ciò che viene gettato in discarica, ovvero nel termovalorizzatore, alimentando il sospetto che per gestire lÂ’’emergenza si sia disposti a sacrificare la salute di una parte della popolazione.
Se la fiducia accordata dai cittadini alle autorità investite del problema è condizione necessaria per la soluzione del problema stesso, occorre chiedersi come esse possano conquistarla.
In primo luogo sarebbe opportuna una modifica della strategia comunicativa. Affermazioni del tipo: “risolverò il problema in dieci giorni”, sono tali da ingenerare il dubbio che per salvaguardare la propria immagine l’Â’esecutivo non andrà tanto per il sottile nel delineare il piano necessario a fronteggiare lÂ’’emergenza. Sembra banale, ma ciò sta contribuendo a creare notevoli tensioni presso il sito di stoccaggio di Giugliano e presso la discarica di Chiaiano, compromettendo lÂ’’esito della strategia di breve periodo delineata da Bertolaso.
In secondo luogo, una volta che sia stato con onestà chiarito che la soluzione del problema richiede tempo, il governo dovrebbe farsi carico di indicare una data entro la quale saranno demilitarizzate le aree deputate allo smaltimento.  L’Â’utilizzo dellÂ’’esercito, e la disponibilità ad inviare altri militari allÂ’’occorrenza, va infatti nella direzione opposta a quella che sarebbe auspicabile fosse intrapresa; occorre aprire le porte, non chiuderle; invitare la gente a rendersi conto che si è capaci di gestire impianti che comportano solo un trascurabile impatto ambientale. EÂ’ amaro doverlo riconoscere, ma quella data dovrebbe segnare il momento in cui, finalmente, si sarà ricondotto entro le regole lo smaltimento dei rifiuti in Campania. Quanto precede dovrebbe poi concordare con un’Â’azione volta a convincere i cittadini che la strategia di lungo periodo delineata dalle autorità competenti non è opaca come in effetti appare. Per ragioni di spazio mi limito a considerare solo una questione (3). EÂ’’ opinione diffusa che in presenza di un’Â’efficace raccolta differenziata, da tutti ritenuta necessaria,  il solo termovalorizzatore di Acerra sarebbe sufficiente per le esigenze della provincia di Napoli, non rendendosi necessario un ulteriore termovalorizzatore, c.d. di Napoli Est, per la cui costruzione sarà a giorni pubblicato un bando di gara. E’Â’ lecito immaginare che nessuno impegnerebbe risorse in un investimento così specifico, il termovalorizzatore di Napoli Est appunto, se fosse davvero convinto che la raccolta differenziata sarà attuata? E’Â’ lecito sospettare che una volta effettuato lÂ’’investimento vi saranno pressioni atte ad evitare che il termovalorizzatore di Napoli Est sia inutile?

(1) Bowles,S., 2010. Policies Designed for Self-interested Citizens May Undermine “The Moral Sentiments”: Evidence from Economic Experiments. Science 320, 605-609.
(2)EÂ’’ istruttivo visitare il sito del Sottosegretario di Stato per lÂ’’emergenza rifiuti in Campania , dove, tra le altre cose, si legge: “Questo sito è aggiornato al 31 dicembre 2009, data di conclusione del mandato del Sottosegretario di Stato per l’Emergenza Rifiuti in Campania e della fine dell’emergenza.”
(3)UnÂ’’ulteriore questione, più generale, riguarda la necessaria quanto urgente riforma dellÂ’’assetto normativo. La legge 26/2010 ha di fatto esautorato i comuni, attribuendo a costituende società provinciali competenze esclusive circa la raccolta dei rifiuti, lo smaltimento e la tariffazione a carico degli utenti. Vi sono motivi per ritenere dubbia la bontà del disegno normativo, soprattutto perché la presenza di unÂ’’unica società a livello provinciale non consente che vengano adeguatamente premiati i cittadini (e le amministrazioni) dei comuni più virtuosi nell’Â’effettuare la raccolta differenziata; la presenza di un’Â’unica società provinciale espone poi il sistema ad un maggior rischio di infiltrazione della criminalità organizzata.

Fino alla prossima terzigno

Non è certo impossibile gestire i rifiuti nella normalità o rinunciare alle discariche, come impone la norma Unione Europea. Per mettere a regime un sistema di gestione così fatto servono tuttavia alcuni ingredienti di base: tempo, contrasto dei molti interessi, consenso. A Napoli il tempo è stato dilapidato. Il partito dell’emergenza è più forte che mai e condiziona qualsiasi scelta. E di consenso ovviamente neanche a parlarne. Così l’ennesimo piano di emergenza risolverà la crisi di oggi, ma creerà i presupposti per quella di domani.

 

L’emergenza continua dei rifiuti campani *

A meno di due anni dall’approvazione del piano Bertolaso che avrebbe dovuto risolvere definitivamente l’emergenza rifiuti in Campania è scoppiata una nuova crisi. Perché? Non sono state individuate soluzioni condivise sulla localizzazione degli impianti. La realizzazione dei tre inceneritori e delle dieci discariche previste è in forte ritardo. I politici locali hanno interesse a cavalcare il malcontento dei loro elettori. Ora anche il presidente del Consiglio ha sconfessato il piano originario. Prevedibile che l’emergenza rifiuti si ripresenti entro breve tempo.

 

La risposta ad Anna Gerometta

LÂ’’appassionato commento di Anna Gerometta (del Comitato mamme antismog) merita una risposta e qualche chiarimento. Procediamo per punti.

1)     Le misure di particolato e di PM10 possono essere in larga misura sovrapposte come è stato fatto nel grafico a cura di ARPA utilizzato nel nostro articolo criticato da Gerometta. Il PM10 rappresenta infatti la quota largamente maggioritaria del particolato, intorno allÂ’’85%. LÂ’’evoluzione nel medio periodo della concentrazione di questo inquinante risulta quindi essere assai positiva. C’’è poi un problema che vale la pena chiarire usando lÂ’’aritmetica. Se – come dice Gerometta –  il PM2,5 è a sua volta l’Â’80% del PM10 e il PM1 è il 90% del PM2,5, ne segue che il PM1 è il 72% del PM10. Se prendiamo per buoni i dati dell’Â’Arpa Lombardia circa il particolato totale a Milano, il PM10 trentÂ’’anni fa era circa 150μg/m3, mentre nel 2005 era circa un terzo (ma, come vedremo, oggi è anche meno).  Ne segue che il PM1 era pari a circa 107 μg/m3 trent’Â’anni fa, mentre oggi arriva a 36 μg/m3. Quindi, utilizzando le proporzioni menzionate da Gerometta, anche il PM1 è significativamente diminuito, a meno che trenta anni fa queste polveri sottilissime non fossero inferiori al 24% del PM10. Ma che oggi siano il 72% del PM10 e allora fossero meno del 24% appare del tutto implausibile.

2)     Anche negli anni più recenti, contrariamente a quanto sostiene Gerometta, si registra una tendenza alla riduzione delle concentrazioni del PM10, come evidenziato nel seguente grafico (Fonte: Agenzia Mobilità Ambiente Territorio, Monitoraggio Ecopass Gennaio – Settembre 2009)

3)     Non è chiara lÂ’’affermazione di Gerometta secondo cui la qualità dell’Â’aria è migliorata nel Nord Europa perché “si è investito nella riduzione delle emissioni da traffico”. E certamente non corrisponde alla realtà dei fatti se si intende dire che la qualità dellÂ’’aria è migliorata perché si è “investito” nel trasporto pubblico. Come evidenziato in un precedente intervento, lÂ’’evoluzione della domanda di mobilità e della ripartizione modale fra trasporto individuale e collettivo è sostanzialmente omogenea in tutta Europa. Non fanno eccezione i Paesi del Nord. Ad esempio, Svezia e Norvegia – paesi con livelli di concentrazione di PM10 tra i più bassi in Europa –  presentano una ripartizione della domanda di mobilità del tutto simile a quella italiana: più precisamente, in Svezia la domanda soddisfatta dallÂ’’auto nel 2007 è risultata pari allÂ’’82,6%, in Norvegia allÂ’’87,7% (in Italia lÂ’’81,8%). Si noti che non è una questione di diversa densità della popolazione. LÂ’’Olanda (che ha una densità ancora più alta dellÂ’’Italia del nord) ha una ripartizione modale analoga a quella dellÂ’’Italia. Quanto alla ripartizione modale nelle aree urbane, la comparazione è difficile per la disomogeneità dei dati. UnÂ’’indicazione è quella che segue: a Milano gli spostamenti “motorizzati” interni alla città avvengono per il 50,2% con mezzi pubblici (compresa la metro), percentuale che scende al 32,3% per gli spostamenti in ingresso o uscita. A Stoccolma, gli spostamenti motorizzati interni alla città avvengono per il 64% con i mezzi pubblici. Anche in questo caso la percentuale scende (al 38,7%) per gli spostamenti all’Â’interno dell’Â’intera “contea” (compresi, quindi, quelli in entrata e uscita da Stoccolma). Guarda caso, nelle maggiori città norvegesi e in alcune svedesi, a partire dagli anni Â’90, è stata attuata proprio una politica basata sull’Â’introduzione di sistemi di pedaggio e di potenziamento della rete stradale, analoga a quella delineata nel nostro intervento, mentre i sussidi al trasporto pubblico non sono certo aumentati.
4)     Le condizioni relativamente peggiori dellÂ’’inquinamento atmosferico nel nord Italia non sono riconducibili ad emissioni più elevate ma a condizioni atmosferiche più sfavorevoli alla dispersione degli inquinanti. In particolare, per quanto concerne il PM10 ed il PM2,5, secondo i dati forniti da ARPA Lombardia, le emissioni pro-capite nella Regione sono nettamente inferiori alla media europea. Il dato sulle emissioni non va peraltro confuso col dato che in aree più dense più persone respirano lÂ’’aria cattiva quando i livelli di concentrazione delle polveri sale oltre le soglie di allarme. Questo ha a che fare con il fatto che le concentrazioni sono un “male pubblico”, mentre il dato sulle emissioni pro-capite ha a che fare col contributo individuale medio alla produzione del suddetto male pubblico.

5)     Quanto alla qualità delle misurazioni (messa in discussione da Gerometta), non essendo esperti del campo, rimandiamo al comunicato emesso in merito alcuni mesi fa da ARPA Lombardia.
6)     Anche in materia di impatti sulla salute non siamo esperti. Ci pare utile, di nuovo, sottolineare che le conclusioni dello studio presentato allÂ’’Accademia Francese quanto ai rischi per la salute non sono molto dissimili da quelli contenuti in un precedente intervento pubblicato su lavoce.info (e che appariva molto preoccupato) e da quelli ottenuti dalla letteratura citata da Gerometta: il livello di rischio relativo attuale di contrarre un tumore al polmone è circa di 20:1 tra fumatori e non fumatori. I rischi correlati ai vari impatti sulla salute dell’inquinamento sono di 1,02-1,05:1. A ciò va aggiunto che il rischio relativo è diminuito (conseguenza necessaria, data la riduzione dell’inquinamento che abbiamo documentato) e che nelle città dove cÂ’’è più inquinamento si vive come se non più a lungo di dove ce n’’è meno. Per esempio, nellÂ’’Italia del nord la speranza di vita è superiore a quella norvegese (identica per gli uomini e superiore di un anno per le donne) e se si raffrontano livelli di inquinamento e speranza di vita nelle diverse province italiane non c’è alcuna correlazione diretta. Il che non ci dice che lÂ’’inquinamento fa bene, ovviamente, ma solo che incide relativamente poco sulla speranza di vita.
7)     In ogni caso, il nostro intervento non era finalizzato a dire che il livello di inquinamento nelle città italiane è “giusto” oppure è “alto” o è “basso”. Volevamo solo mostrare come (a) lÂ’’inquinamento urbano non sia aumentato (al contrario di quanto spesso si sente dire) e (b) non sia efficace combatterlo spendendo di più per il trasporto pubblico a parità di congestione. E questÂ’’ultimo punto è tanto più vero se – come dice Gerometta – il traffico è responsabile del 60% delle emissioni dei principali inquinanti atmosferici “locali”. Una politica di decongestionamento – lo ribadiamo – è più efficace nell’Â’abbattere gli inquinanti rispetto a un generico aumento della spesa il per trasporto pubblico. È una questione di logica, non di opinione.
8)     Infine, alla domanda su come sia possibile potenziare il trasporto pubblico di superficie, a parità di spesa, con una efficace politica di decongestionamento crediamo di aver già risposto nella replica al dott. Harari, cui rinviamo. Ci dispiace che Anna Gerometta lÂ’’abbia ignorata.

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