L’opinione pubblica è contraria a un aumento del grado di apertura del proprio paese al commercio internazionale. L’integrazione produce benefici netti a livello aggregato, ma genera effetti redistributivi. Se dunque il protezionismo non è una scelta efficiente, per evitare tensioni sociali sono necessarie politiche di redistribuzione del reddito a livello nazionale. Le percentuali di favorevoli scendono ancora se dagli scambi commerciali si passa allÂ’immigrazione. Si spiega così lÂ’asimmetria politica verso le “due facce della stessa medaglia”.
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Il sistema finanziario e industriale italiano è al centro di un importante sforzo riformatore, attraverso la riforma del diritto fallimentare, del risparmio, e del Codice Preda. Dalla crisi asiatica degli anni Novanta possono venire interessanti insegnamenti. Intanto che si tratta di questioni interdipendenti. Poi che la legislazione fallimentare deve riservare ai creditori poteri direttivi nella procedura. Mentre va limitato l’interventismo delle autorità governative nelle crisi d’impresa. Ma il punto decisivo è la governance bancaria.
L’esperienza europea degli ultimi venti anni mostra che le grandi coalizioni fanno crescere il debito pubblico e non sono politicamente in grado di attuare riforme politicamente difficili. La Germania dovrebbe dunque puntare su un Governo tecnico, sull’esempio di quelli italiani degli anni Novanta. Garantirebbe l’ampia maggioranza parlamentare necessaria per avviare le riforme, risolvere il problema del federalismo fiscale e ridisegnare l’assegnazione delle competenze tra differenti livelli di governo. A patto però che i partiti forzino i loro leader a fare un passo indietro.
Qualsiasi governo si formi in Germania nel prossimo mese proseguirà con le riforme politiche ed economiche già intraprese. Ma sarà instabile nel lungo periodo e probabilmente non esisterà più dopo le prossime elezioni. L’instabilità politica deriva dalla crisi economica e da programmi che forniscono risposte molto simili. A dominare lo scenario politico nei prossimi decenni saranno i partiti capaci di dare una chiara prospettiva di riforma anche a quegli elettori che oggi pensano di essere gli sconfitti dei cambiamenti economici e politici in atto.
Accrescere l’autorevolezza del Fondo monetario internazionale significa assicurargli maggiore indipendenza, più risorse e una gestione volta a criteri di efficienza più che di rispetto formale di garanzie di uguaglianza di trattamento. Ma questa necessità si scontra con gli interessi di breve periodo degli stati sovrani e con una generale inerzia nel trattare problemi di architettura economica internazionale. Superare tali ostacoli richiede un rilancio del multilateralismo, invertendo la tendenza emersa negli ultimi anni.
Raddoppiare gli aiuti all’Africa non è il modo più efficace di ridurre la povertà . Anzi se il G8 dovesse trovare un improbabile accordo su questo tema, per molti paesi africani i problemi potrebbero aumentare. E’ necessario, invece, canalizzare meglio le risorse destinate alla lotta alla povertà . Con impegni concreti dei paesi donatori per l’armonizzazione e l’efficacia degli aiuti, l’adozione di strategie specifiche per ottenerne l’assorbimento effettivo, una maggiore attenzione al rapporto fra aiuti e democratizzazione e a forme di finanziamento innovative.
Confondere vantaggi comparati con vantaggi assoluti è un errore ricorrente nel dibattito italiano. La Cina non può acquisire un vantaggio comparato in tutti i settori. La vera sfida è allora rinforzare quelli dell’Italia, per esempio utilizzando meglio la mano d’opera istruita, trattenendo i migliori scienziati, migliorando le istituzioni e le infrastrutture, liberalizzando i servizi, facilitando la riallocazione delle risorse. E rinunciare a inutili barriere commerciali. Anche perché la Cina è soprattutto un’opportunità . Come altri hanno già capito.
Sono giustificate le misure di salvaguardia a difesa dell’industria tessile-abbigliamento europea dopo la fine del regime di quote sulle importazioni di prodotti cinesi, peraltro programmata da dieci anni? Chi lo sostiene “dimentica” che la Cina non è il solo protagonista in questo mercato. E che aumento dei volumi e caduta dei prezzi dei prodotti importati nella Ue non sono una prova di dumping. Mentre la reazione iniziale dei governanti europei alla proposta cinese di imporre un tributo sulle esportazioni tessili mostra che i nostri leader sono pronti a tassarci pur di proteggere un’industria in declino.
L’unica garanzia di pluralismo è data da una vera frammentazione del controllo dei mezzi di informazione. Lo dimostra uno studio recente sul Perù di Alberto Fujimori. Attraverso una sistematica opera di corruzione, il presidente peruviano riuscì a imporre la sua volontà a parlamento e tribunali. Ma il regime cadde perché non ebbe altrettanto successo con i mezzi di comunicazione. La proprietà della stampa e della televisione non era infatti concentrata in poche mani. Controllarla interamente si rivelò impossibile, oltreché molto più costoso rispetto a giudici e politici.
Le misure di salvaguardia contro le importazioni di prodotti tessili dalla Cina sono l’ultimo esempio della sfiducia verso l’apertura al commercio internazionale. Si leggono i dati della bilancia commerciale come se un suo passivo determinasse automaticamente una perdita di benessere. Invece, bisogna guardare ai vantaggi comparati. E alle ragioni di scambio, che per l’Italia sono migliorate. E se il commercio internazionale genera anche rilevanti costi di aggiustamento, non è detto che la politica protezionista sia lo strumento migliore affrontarli.