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Retribuzioni pubbliche, inflazione e produttività del lavoro

Analizzando in dettaglio il differenziale di crescita delle retribuzioni pubbliche rispetto a quelle del settore privato si nota una sostanziale omogeneità per le retribuzioni contrattuali e dinamiche molto più differenziate per quelle di fatto. L’elevato valore dello slittamento salariale nel pubblico impiego si deve soprattutto al maggior importo degli arretrati, legato ai consistenti ritardi nei rinnovi. Più che di accelerazione retributiva del pubblico impiego si deve parlare di crisi della produttività del lavoro e di stagnazione salariale del privato.

La via burocratica alla produttività

Affinché il tavolo sulla riforma del pubblico impiego non sia un ennesimo esercizio di retorica, bisogna che il baricentro si sposti dai contratti e dalle regole del rapporto di lavoro individuale agli incentivi forniti alle amministrazioni, i cui dirigenti vanno dotati di poteri manageriali effettivi. L’esatto contrario del memorandum sottoscritto fra governo e sindacati. Nei prossimi cinque anni andranno in pensione circa 400mila persone. Da come e in quale percentuale verranno rimpiazzate dipende il futuro della nostra pubblica amministrazione.

Imprese ben compensate

Sulla base di stime macroeconomiche, le misure che la legge Finanziaria ha previsto a compensazione delle imprese per la perdita del Tfr sembrano più che adeguate. La soglia dei 50 addetti non sembrerebbe configurarsi, almeno dal mero punto di vista contabile, come un ulteriore vincolo alla crescita dimensionale. Il settore pubblico resta l’unico attore che potrebbe essere interessato a un andamento lento della previdenza integrativa, confermando l’esistenza di un “conflitto di interessi” su questo tema.

Improduttivi perché inamovibili

L’idea di introdurre tetti demografici per indurre un ricambio generazionale che altrimenti non arriva mai è semplice e affronta un problema diffuso. Ma l’esperienza finlandese ci insegna che l’invecchiamento è una questione seria per le imprese solo nell’high-tech. E deriva dall’inamovibilità, non dall’età avanzata, dei lavoratori. Nell’economia globalizzata, riesce a stare sul mercato del lavoro chi sa accettare il cambiamento, giovane o anziano che sia. Quali politiche per migliorare le opportunità occupazionali degli “over 50”.

L’industria “su misura”

Non è vero che l’Italia è in una fase di declino industriale. Anzi, la nostra industria ha ripreso a crescere perché è guarita dal forte difetto di competitività e ha saputo orientarsi verso la specializzazione in produzioni ricche di servizio, di studio, di progettualità e di ricerca. D’altra parte, in tutto il mondo le grandi imprese a carattere internazionale non sono più nel settore industriale, ma in quello dei servizi. Dove però scontiamo ancora la mancanza di una piena liberalizzazione. L’esempio delle banche.

Pubblico e privato nelle retribuzioni

Una lettura integrata dei dati dei conti nazionali, per settore economico e per settore istituzionale, consente di confrontare le retribuzioni di fatto del settore pubblico con quelle di industria e servizi privati. Dal 1992 questi ultimi hanno avuto incrementi complessivi nominali pari, rispettivamente, al 52,4 e al 50,2 per cento. Nel settore pubblico, la crescita è inferiore fino al 2001, ma nel 2005 è del 60,3 per cento. Se si guarda ai differenziali retributivi, al netto dell’occupazione operaia lo svantaggio del settore pubblico resta ancora consistente.

Riforma del pubblico impiego

Al tavolo delle trattative per il pre-accordo tra Governo e sindacati sui rinnovi dei contratti collettivi degli statali, che si riapre questa mattina, si discuterà anche del progetto di istituzione di una Authority per la valutazione dell’efficienza e produttività delle strutture pubbliche e dei loro dipendenti, elaborato da un gruppo di giuristi coordinato da Pietro Ichino e Bernardo G. Mattarella, che è stato presentato ieri al Governo e ai Segretari generali delle confederazioni sindacali maggiori. Ne pubblichiamo una sintesi e il testo integrale.

Una regia nazionale per la Pa

La contrattazione collettiva ha cercato di introdurre nel pubblico impiego elementi che inducessero le amministrazioni a sviluppare una più efficiente gestione delle risorse umane, attraverso incentivi di vario tipo e mediante opportuni riconoscimenti del merito e della professionalità. Con ben pochi risultati. Ora, per uscire dal guado si può dare completa autonomia alle amministrazioni. Oppure riassegnare al livello centrale il ruolo di controllo delle risorse complessive da destinare agli aumenti retributivi di tutti i pubblici dipendenti.

Stabili per legge?

Le odierne difficoltà del centrosinistra sui temi del lavoro sono anche figlie di un’analisi falsata delle politiche della passata legislatura, delle quali è stato largamente drammatizzato lÂ’effetto. L’idea del diritto del lavoro legato alla sua vocazione protettiva sembra ormai datata. Però potrebbe trovare nuova linfa se si avesse il coraggio politico di coniugare le preoccupazioni sociali con l’obiettivo del recupero dell’efficienza e della competitività del sistema, e della produttività del lavoro, i cui andamenti sono da tempo deludenti.

Barriere che costano

Le barriere all’entrata avvantaggiano le imprese già operanti nel mercato, generando prezzi più alti per i consumatori, minor crescita della produttività e dell’occupazione, minor tasso di adozione di nuove tecnologie, strutture distributive più antiquate. Per la distribuzione commerciale lo mostra lÂ’evidenza empirica post-decreto Bersani del 1998. Invece di demandare alle amministrazioni locali la possibilità di liberalizzare, si dovrebbero prevedere requisiti minimi per l’apertura dei mercati vincolanti per i governi regionali.

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