Innalzare il numero di firme necessarie a supporto di un referendum da 500mila a un milione, e abolire il quorum. Due semplici modifiche che portano notevoli benefici. Il costo di proporre un referendum sarebbe più alto, e di conseguenza la “qualità ” o rilevanza media dei referendum aumenterebbe. Il risultato della consultazione sarebbe deciso solo dagli elettori effettivamente interessati, e non più dagli indifferenti e disinformati. Sarebbe più lineare l’analisi del voto, mentre i partiti dovrebbero prendere posizioni più chiare.
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Già in campagna elettorale abbiamo assistito allo spettacolo di chi “la spara più grossa” nel dibattito politico, e abbiamo dunque cercato di fare un po’ di chiarezza su dati e cifre, spesso citati a vanvera. Sul referendum costituzionale, anche se si tratta di una tematica apparentemente più ristretta, si rischia lo stesso. Questa settimana riproponiamo dunque il nostro “Vero o falso?” Informeremo i lettori (contando anche sul loro aiuto) su sviste o eventuali errori.
Il cuneo fiscale è la differenza fra il costo del lavoro sostenuto dall’impresa e la retribuzione netta che resta a disposizione del lavoratore. E’ costituito dalle imposte e dai contributi commisurati alla retribuzione, che sono pagati dal datore di lavoro o dal lavoratore. E’ quindi formato da un insieme eterogeneo di componenti che gravano su soggetti diversi. Ciò va attentamente valutato nel decidere su quali componenti del cuneo eventualmente intervenire.
L’Italia parte da un’aliquota Iva ordinaria fra le più elevate. Finisce però per avere una aliquota implicita al di sotto della media europea. Una revisione dei regimi ad aliquota ridotta permetterebbe probabilmente di raggiungere diversi obiettivi: da un lato garantire una maggiore neutralità ed equità dellÂ’imposta. Dall’altro ottenere una parte del gettito necessario per il risanamento dei nostri conti pubblici. Dimensione e struttura di un eventuale intervento devono tener conto dell’impatto redistributivo e sul tasso di inflazione.
Se si vuole evitare che la riduzione del cuneo fiscale comporti un ulteriore aumento degli aiuti all’agricoltura, si possono contestualmente tagliare i sussidi di disoccupazione ad hoc per i lavoratori salariati agricoli. Tuttavia, le dichiarazioni del neo-ministro confermano la volontà di proseguire sulla strada dei sussidi. Un sistema che difende i privilegi e impedisce la riconversione dell’agricoltura europea. Si dovrebbero invece concentrare le risorse pubbliche su riforme strutturali che riducano i costi di produzione e diano veri benefici ambientali.
Il cuneo fiscale ha tre componenti. Una è relativa all’Irpef, e una sua riduzione non è all’ordine del giorno. Poi ci sono i contributi sociali, per i quali forse c’è spazio per una riduzione, ma certamente non consistente. Cosa rimane per il famoso taglio di 5 punti percentuali? I contributi previdenziali. Ma questi sono parte integrante della retribuzione del lavoratore. Se l’obiettivo è risolvere i problemi di competitività delle imprese italiane, la soluzione migliore non può essere quella di chiedere a tutti i cittadini di aiutare le aziende a pagare gli stipendi.
Tutta colpa della pay-tv se il calcio italiano si trova in un circolo vizioso in cui i divari sportivi ed economici si alimentano a vicenda. Più le grandi squadre si rafforzano, più aumenta lo squilibrio, peggiore risulta l’equilibrio competitivo. A migliorare la situazione, poi, non ha certo contribuito la “sospensione” delle leggi ordinarie, come è accaduto al codice civile con il decreto salvacalcio. Intanto, lo Stato aspetta dalle società 650 milioni di imposte arretrate. Soluzioni? La supelega europea, terne arbitrali scelte a livello europeo, il salary cap per i calciatori. O lÂ’applicazione di un sistema fortemente progressivo alle quote d’iscrizione a Lega e campionato, per rispttare le regole antitrust.
Ritoccare le regole di un sistema previdenziale è operazione molto delicata. Si deve dare il tempo ai lavoratori coinvolti di rivedere i propri piani di lavoro e risparmio, evitare di generare nuove sperequazioni e nuovi interventi in futuro. Il Governo Prodi dovrà rimediare agli errori commessi nella scorsa legislatura rivedendo la normativa con orizzonti lunghi, guardando alla sostenibilità del sistema, alla necessità di dare spazio a un secondo pilastro, piuttosto che all’esigenza di fare cassa da subito. Ecco dieci possibili correttivi che mirano ad anticipare l’entrata in vigore del sistema introdotto dalla riforma del 1996.
I risparmi nella spesa pensionistica si devono per intero ai meccanismi del sistema contributivo, cioè alla legge Dini del 1995. Gli effetti finanziari della riforma Maroni sono circoscritti alla fase di transizione, al periodo in cui gradualmente il sistema contributivo sostituisce il precedente calcolo retributivo. I risparmi ricollegabili all’innalzamento rigido dellÂ’età pensionabile iniziano nel 2008 e assumono una certa consistenza nei vent’anni successivi. Grave non aver rideterminato nel 2005 i coefficienti di trasformazione.
A differenza di quanto accade per i politici, i manager italiani non sono sistematicamente più vecchi dei loro colleghi stranieri. Però i dati indicano anche la presenza di una notevole eterogeneità nell’età dei nostri dirigenti. La presunta gerontocrazia dell’impresa italiana maschera dunque una situazione differenziata e di non ovvia interpretazione. Dove l’unica certezza è la riluttanza a usare criteri di selezione meritocratici.