È urgente avviare un processo di graduale eliminazione dell’Irap a partire dal costo del lavoro. Eliminare da subito la tassazione dei contributi sociali costerebbe, in termini aggregati, circa 4 miliardi di euro. Per verificare gli effetti redistributivi dell’intervento abbiamo analizzato un campione di imprese del manifatturiero e calcolato che porterebbe per l’80% delle imprese un risparmio significativo, compreso tra il 14 e il 30% dell’IRAP attuale. Il risparmio risulta sufficientemente ben distribuito tra le imprese.
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L’analisi delle previsioni della spesa pubblica contenute nel DPEF fa sorgere una serie di interrogativi. Nel caso di interessi, investimenti e dipendenti pubblici alcune ipotesi discutibili hanno l’effetto di migliorare il saldo nel 2006, sul quale verremo giudicati in sede europea. Se le cifre si rivelassero ottimistiche il vero onere dell’aggiustamento si sposterebbe al 2007 e agli anni successivi. Un chiarimento è quindi essenziale.
Il governo ha ripetutamente annunciato il ridimensionamento dell’Irap disinteressandosi dei potenziali effetti sulle finanze regionali. Come compensare le Regioni per la perdita di gettito conseguente al ridimensionamento dell’Irap? La questione va inquadrata nella prospettiva più ampia del ridisegno complessivo della finanza regionale necessario per realizzare i principi contenuti nel nuovo Titolo V della Costituzione. La soluzione non è a portata di mano né sono state avanzate proposte plausibili. Una prospettiva possibile, non priva di controindicazioni, consiste nell’ampliamento della addizionale Irpef.
Interventi sul costo del lavoro, per il riequilibrio della tassazione relativa del lavoro e del capitale, a favore degli investimenti o delle piccole imprese e dei liberi professionisti: tutte le proposte di tagli all’Irap condividono due limiti. Comportano una perdita di gettito in un periodo difficile per i conti pubblici e rincorrono obiettivi a volte contraddittori, minando la coerenza del sistema tributario, senza un quadro coerente dei loro effetti distributivi e dei costi e benefici. Ma la vera questione resta la copertura delle perdite di gettito.
Sostituire l’Irap con un’imposta migliore non è facile. Lo dimostra l’insoddisfazione che circonda le proposte finora approntate. Ogni scelta impone di privilegiare un obiettivo a scapito di altri e si scontra con effetti redistributivi molto difficili da gestire politicamente. Sarebbe comunque opportuno evitare di moltiplicare le agevolazioni disperdendole su una miriade di microbiettivi. E prima di procedere con nuovi incentivi, andrebbero valutati con attenzione i costi e gli effetti dei sei interventi attuati sull’Irap negli ultimi sette mesi.
Dall’analisi dell’insieme delle imposte sulle imprese a carico del lavoro e del capitale emerge che il primo fattore produttivo risulta più tassato del secondo. Ma a ben vedere a essere fortemente sussidiati fiscalmente sono gli investimenti finanziati con debito. Un migliore equilibrio dovrebbe allora essere perseguito attraverso una maggiore neutralità nel trattamento fiscale degli investimenti piuttosto che aumentando indiscriminatamente la tassazione del fattore capitale. L’attenzione quindi non dovrebbe essere concentrata solo sull’Irap.
Il 6 luglio scorso, il Parlamento europeo ha respinto una controversa proposta di direttiva sulla brevettabilità dei software elaborata dall’esecutivo UE e approvata dal Consiglio nel marzo scorso. Lavoce.info si era occupata del tema nei mesi scorsi, con alcuni articoli che riproponiamo ai lettori.
Nonostante la recente accelerazione, il valore della retribuzione contrattuale media del 2004 è ancora inferiore di 2,9 punti percentuali rispetto a quello del 1992. Nel quadro delle regole definite dal Protocollo del 1993, la perdita di ruolo economico della retribuzione di primo livello non sarebbe motivo di preoccupazione. Ma la contrattazione decentrata non è decollata, se non nelle imprese manifatturiere medio-grandi del Centro-Nord. E la dinamica delle retribuzioni di fatto avvalora le diffuse percezioni di impoverimento (relativo) di operai e impiegati.
In Italia sono aumentati negli ultimi anni i working poor, persone che, pur lavorando, hanno redditi al di sotto della linea di povertà . Si tratta di lavoratori che sfuggono alle maglie della contrattazione collettiva, la quale continua a determinare i minimi contrattuali con riferimento alle condizioni del mercato del lavoro e al costo della vita nelle regioni centro-settentrionali. Ci vuole al contempo protezione per questi lavoratori non coperti e più decentramento della contrattazione per impedire che l’occupazione cresca solo nelle regioni più ricche del Paese. Ecco una proposta operativa.
Il documento di programmazione economica e finanziaria rivela una preoccupante mancanza di idee da parte di chi ha guidato il paese negli ultimi cinque anni. E conferma che chi andrà al Governo dopo le prossime elezioni dovrà occuparsi innanzitutto di rimettere in ordine i conti pubblici. Ma governare sotto vincoli di bilancio stringenti può anche offrire la spinta politica per attuare le necessarie riforme strutturali. Si tratta di mettere alle corde chi ha posizioni di rendita, usando proprio quel vincolo. Soprattutto, basta avere le idee chiare e volerlo fare.