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Un ottimismo ingiustificato

Dopo la revisione del Patto di stabilità, difficilmente l’Italia potrà beneficiare di maggiori margini di manovra rispetto a quelli che ha già utilizzato. La flessibilità per i paesi con un debito elevato non è aumentata, semmai è diminuita. Intanto, le previsioni della Commissione europea danno il nostro disavanzo pubblico al 3,6 per cento del Pil nel 2005. Il ciclo elettorale, con il promesso taglio delle imposte, potrebbe portarlo intorno al 6 per cento nel 2006. Ancor prima che dall’Europa, le sanzioni potrebbero arrivare dai mercati, con un incremento del costo del debito.

I costi di un’alternanza annunciata

I dodici mesi che ci separano dalle elezioni politiche rischiano di lasciarci in eredità un disavanzo del 6 per cento, un saldo primario negativo dopo 15 anni di avanzi e un debito pubblico per la prima volta in aumento dopo 10 anni.  Non è solo colpa del ciclo politico. C’è il rischio che il governo intenzionalmente lasci in eredità al successore una situazione dei conti pubblici ancora peggiore di quella attuale per pregiudicare l’operato del nuovo governo. E un Patto di Stabilità spuntato non è più in grado di tutelarci contro questi costi di un’alternanza annunciata.

Fallimenti, riforma a piccoli passi

Perduta la speranza di approvare in questa legislatura una riforma complessiva della legge fallimentare, il Governo ne ha approvato tre importanti modifiche. Si tratta solo di un ritocco per decreto della legge fallimentare del 1942, ma le novità sono importanti e devono nel complesso essere viste con favore. Prevedono una riduzione dell’azione revocatoria, una revisione del concordato preventivo e una disciplina degli accordi privati fra debitore e creditori. Resta il rimpianto di non essere riusciti ad approvare una riforma che avrebbe consentito una vera svolta.

L’Aran “usa e getta”

Doveva essere la Confindustria dei datori di lavoro pubblici. Invece l’Aran è stata relegata a un ruolo solo esecutivo. Perché per il pubblico impiego la responsabilità di fatto del negoziato si è spostata sul Governo che è diventato il vero interlocutore negoziale su tutto il contratto e non solo sulle risorse complessive da destinare alla contrattazione. Anche i sindacati sono in difficoltà. Il sistema disegnato nel 1993 appare indebolito. Serve ora maggiore chiarezza sui diversi ruoli istituzionali. E meccanismi idonei per indurre a rispettarli. Guido Fantoni, attuale Presidente ARAN, risponde all’articolo.

Elezioni senza Regioni

Nella campagna elettorale si è discusso molto poco di temi regionali. Forse perché il processo di decentramento è in una fase di ripiegamento. E se sarà approvata, la nuova riforma costituzionale è destinata ad accentuare ancora di più la confusione legislativa. Un peccato perché il decentramento potrebbe essere un importante elemento nella strategia di recupero d’efficienza del paese. Basta pensare al Nord Europa, dove i governi locali controllano più del 50 per cento delle risorse. Sono anche i paesi europei che crescono di più.

Il nodo del lavoro pubblico

Nel settore pubblico continuano operare logiche diverse e distorsive rispetto al lavoro privato. Per rimediare a tali deficienze è necessaria una drastica riforma che immetta nel sistema pressanti incentivi di mercato o di quasi mercato e opportuni meccanismi di controllo che spingano le pubbliche amministrazioni ad agire come veri datori di lavoro. Nella situazione attuale, predomina la politica sull’amministrazione e la ricerca del consenso a qualsiasi prezzo sull’interesse pubblico e degli utenti dei servizi.

Banca mondiale: cosa fa, come cambiarla

La Banca mondiale deve diventare più trasparente e assumersi la responsabilità delle sue attività. Servono dunque meccanismi per misurare sistematicamente i risultati e valutare l’impatto reale di programmi e operazioni. Soprattutto, però, devono contare di più i paesi in via di sviluppo, accettando la loro richiesta di maggiore partecipazione al capitale. Ciò aumenterebbe i controlli interni e metterebbe la Banca mondiale nelle condizioni di promuovere meglio la riduzione della povertà e la stabilità economica internazionale.

Dove studiare

Un’adeguata riforma del sistema universitario italiano, che lo renda maggiormente competitivo a livello internazionale, richiede una forte mobilità degli studenti dagli atenei “peggiori” a quelli “migliori”. Per ottenere questo risultato occorre incidere non solo sui costi della frequenza universitaria fuori sede, ma anche sui benefici. Attraverso sistemi di differenziazione che accentuino le distanze tra università, ben oltre le differenze attuali, in gran parte illusorie. E garantendo meccanismi di selezione di tipo meritocratico.

Buoni scuola made in Italy

Una maggiore concorrenza tra scuole può migliorare la qualità della formazione. Ma non accade se lo strumento sono i buoni scuola così come introdotti in Italia. Non inducono spostamenti significativi di studenti da un tipo di scuola all’altro. Non risolvono i problemi finanziari delle famiglie povere, né sono un incentivo per gli alunni a migliorare la loro performance. Non c’è nessuna valutazione della qualità delle proposte. Sono un trasferimento finanziario alle scuole private, mascherato da finanziamento alle famiglie per aggirare il divieto costituzionale.

Il “buono” alla ligure

Così come concepiti in Liguria, ma anche in altre Regioni italiane, gli assegni di studio non rispondono ad alcuna delle argomentazioni teoriche generalmente accettate dalla letteratura economica. La loro funzione di promozione del diritto allo studio e della libertà di scelta delle famiglie è infatti ostacolata da alcune caratteristiche. Come il fatto che si tratti di un rimborso spese e di importo ridotto perché il limite di reddito per presentare la domanda è alto. E infatti i dati dimostrano che non hanno influenzato la dinamica del numero di iscritti alle scuole private.

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