La diversificazione dei modelli contrattuali non è riuscita a stimolare l’offerta di lavoro. Nella riforma gli strumenti di lotta allÂ’esclusione sociale si sono confusi con quelli finalizzati a conciliare la domanda di flessibilità delle imprese con la tutela dei lavoratori. Meglio sarebbe allora lasciare alla contrattazione collettiva la facoltà di decidere in quali casi, a quali condizioni e entro quali limiti è lecito, per i singoli lavoratori e per i singoli datori di lavoro, contrattare individualmente condizioni di lavoro adatte alla situazione specifica.
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Nell’ultimo anno il mercato del lavoro ha creato 163mila nuovi posti, un dato significativo soprattutto alla luce della bassa crescita economica. Crescono soprattutto i posti nei settori dove è concentrata la forza lavoro immigrata. Tuttavia, ci allontaniamo dagli obiettivi di Lisbona (contano se vogliamo chiudere il divario di reddito con gli Stati Uniti) perché il tasso di occupazione è sceso al 57,5 per cento. La disoccupazione cala principalmente per fattori demografici. Nessuna informazione purtroppo è ancora disponibile sullo stato di attuazione della Legge Biagi.
Il Dpcm di attuazione contiene alcuni errori e imprecisioni. Nel riparto della quota riservata a compensare le Regioni più piccole per la maggiore incidenza dei costi fissi sui loro bilanci. Nel calcolo della capacità fiscale, poi, è stato utilizzato il gettito effettivo e non standardizzato, inficiando così le proprietà incentivanti del modello. E sorge il sospetto che l’importo della spesa sanitaria riconosciuta per il 2002 sia frutto di un negoziato. Proprio quello che il decreto 56/2000 voleva eliminare.
Molte le difficoltà nell’attuazione del decreto che istituiva un meccanismo automatico di perequazione nella distribuzione delle risorse alle Regioni. In vista del federalismo fiscale prossimo venturo, bisogna allora ricordare che il trasferimento di funzioni, la determinazione delle spese da sopprimere sui bilanci dei singoli ministeri, il computo dei finanziamenti necessari e delle regole di perequazione richiede una struttura centrale forte e tecnicamente ben attrezzata.
Metodo inglese per la prossima Finanziaria italiana. In realtà , in Gran Bretagna si lavora con un’ottica pluriennale, e i piani di spesa non sono fatti sulla base di percentuali di crescita uniformi, che rischiano di essere inapplicabili, come invece avviene in Italia. La discussione se utilizzare come base di riferimento il bilancio tendenziale o il pre-consuntivo è poi un falso problema. Servirebbe piuttosto un approccio integrato che tenga conto di tutte le informazioni disponibili, sul passato e sul futuro.
Opportunamente modificato, il modello contributivo delineato nel 1995 può assicurare a regime equità ed equilibrio finanziario al sistema previdenziale italiano. Con la riforma varata a luglio, invece, il Governo ha fatto altre scelte. Gravi soprattutto la rinuncia all’aggiornamento dei coefficienti di trasformazione previsto per il 2005, la perdita di flessibilità nelle scelte di pensionamento e il disallineamento nel trattamento di donne e uomini.
L’unico elemento finora noto della prossima Finanziaria è che una parte della manovra sarà costituita dall’applicazione di un tetto uniforme del 2 per cento alla crescita della spesa nel 2005 rispetto al pre-consuntivo 2004. Congelare così la composizione della spesa segna una rinuncia a definire priorità e scelte allocative e riduce la politica di bilancio a un fatto puramente finanziario. E comunque non basta per raggiungere gli obiettivi indicati nel Dpef.
Il superbonus contributivo concesso ai lavoratori dipendenti del settore privato che continuano a lavorare dopo aver raggiunto i requisiti per la pensione d’anzianità è come un prestito. Si ottiene una busta paga più pesante che dovrà poi essere ripagata con pensioni più basse di quelle cui si avrebbe avuto diritto continuando a versare i contributi. Il problema è che il tasso a cui viene concesso questo prestito non è affatto vantaggioso. E chi si rendesse conto dell’errore, non potrà tornare sui suoi passi.
Troppi i numeri in circolazione sui costi del federalismo. Dimenticando che non è corretto assumere che tutta la spesa decentrata rappresenti un aggravio di pari ammontare sulla finanza pubblica. Soprattutto, il dibattito perde di vista le questioni davvero rilevanti del processo di decentramento. Per esempio, il fatto che il dualismo economico del paese rende necessario un sistema perequativo efficiente. Oppure il rischio di fenomeni di irresponsabilità finanziaria, in assenza di un quadro di regole condivise tra centro e periferia.
Le riforme strutturali non possono più essere rinviate. Il Patto di stabilità e crescita puo’ essere un ostacolo alla loro realizzazione perché molte riforme, soprattutto quelle pensionistiche, costano nel breve periodo e pagano nel lungo. Secondo Boeri e Tabellini, nel rivedere il Patto e’ utile introdurre nuovi parametri oggettivi che tengano conto di questi benefici di lungo periodo, come il debito implicito dei sistemi pensionistici. Vito Tanzi, tuttavia, osserva tuttavia che nei paesi che hanno attuato importanti riforme negli ultimi anni il livello della spesa pubblica si è sempre ridotto. Perché spesso la spesa improduttiva è tale da consentire drastiche “cure dimagranti”. Segue la controreplica degli autori.