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sommario 20 maggio 2003

Lo spettro della deflazione, prezzi che calano in un’economia che non sa più crescere e distrugge posti di lavoro, agita i sonni di molti illustri europei. La Banca Centrale Europea ha riconosciuto ufficialmente il pericolo nella sua ultima comunicazione alla stampa. Potrebbe fare di più? Forse stabilire esplicitamente un obiettivo (target) di inflazione, anzichè giocare sui termini (da “al di sotto del” si è passati a “vicino al” 2 per cento) e definirlo come valore centrale di una banda di oscillazione simmetrica. Guadagnerebbe così una reputazione non solo anti-inflazionistica, ma anche anti-deflazionistica. Non deve, invece, la BCE preoccuparsi troppo dell’apprezzamento dell’euro. Ha anche aspetti positivi perchè riduce il costo di materie prime quotate in dollari, facilitando la ripresa. In ogni caso, un coordinamento dei tassi di cambio con la Federal Reserve ha più controindicazioni che vantaggi.
Il Ministro Tremonti ritorna dal G8 come un vincitore, brandendo il successo ottenuto nel riconsegnare ai politici il confronto su Basilea 2, la proposta di accordo sui requisiti patrimoniali delle banche. Ma è una vittoria di Pirro che rischia di allungare a dismisura i tempi — già molti lunghi (comunque non prima del 2007) — di entrata in vigore della nuova normativa. Non è affatto evidente che l’accordo sin qui raggiunto fosse svantaggioso per le piccole imprese. E’ se così fosse stato, perchè non aver sollevato queste obiezioni prima, quando c’era tutto il tempo per porvi riparo?

Simmetria per combattere la deflazione

Con una crescita rallentata e deboli segnali di ripresa, i mercati europei hanno bisogno di ancorare le proprie aspettative di stabilità dei prezzi a un riferimento numerico che assegni la stessa importanza al rischio di inflazione e a quello di deflazione. Per la Bce, così legata alle politiche anti-inflazionistiche, è una nuova sfida.

Più luci che ombre su Basilea 2

La proposta di revisione dei requisiti patrimoniali delle banche ha suscitato critiche. Ma molte sono ingiustificate. La presenza di uno sconto per gli istituti di credito che hanno una clientela di piccole e medie aziende limita i rischi di riduzione di prestiti a queste imprese. E tutela anche le banche medio-piccole. Un problema più serio è che i nuovi coefficienti potrebbero amplificare gli effetti recessivi in un momento di crisi. Ma non è detto che ciò accada.

Le nuove regole del credito

Per calcolare più accuratamente i coefficienti patrimoniali delle banche, Basilea 2 indica due metodi: i rating esterni formulati da agenzie specializzate o quelli interni, più sofisticati, ma che richiedono maggiori investimenti da parte degli istituti di credito. E per le imprese medio-piccole sono previsti significativi “sconti”.

Salendo sull’EUROstar

L’apprezzamento dell’euro e la politica monetaria della Bce accendono il dibattito economico tra le due sponde dell’Atlantico. La Bce dovrebbe preoccuparsi esplicitamente del valore esterno dell’euro? La risposta è no.
È possibile e auspicabile la cooperazione tra banche centrali per pilotare i tassi di cambio? Molti i dubbi in merito.

La pensione di Johanna

Tutti i contribuenti devono essere informati sull’ammontare delle prestazioni che potrebbero ricevere a seconda di quando andranno in pensione e di come andrà l’economia. Servirebbe anche ad incoraggiare investimenti in previdenza integrativa e la scelta di lavorare più a lungo. Come informarli? Ecco la lettera che un qualsiasi contribuente svedese — Johanna, una figlia di due anni — riceve dagli enti previdenziali pubblici.  Perchè non fare la stessa cosa anche da noi?  Potremmo quasi copiarla dato che la Svezia ha attuato una riforma molto simile a quella varata in Italia nel 1995.

Sulla “Maastricht delle pensioni”

Si chiude il Forum sulla “Maastricht delle pensioni” con unÂ’intervista a Platon Tinios, economista esperto di sistemi pensionistici membro per la Grecia della Social Protection Committee dellÂ’ Unione europea, un intervento di Tito Boeri “I pensionati italiani non sono un problema dellÂ’Europa” e un contributo di Benedetto della Vedova, parlamentare europeo, con Stefano Mazzocchi (Un problema ineludibile).

sommario 15 maggio 2003

Una sentenza della Corte di Giustizia Europea ha ritenuto illegali le “golden share” introdotte dai governi inglese e spagnolo per proteggere alcune imprese privatizzate da possibili e non gradite scalate.  E’ una decisione destinata a modificare profondamente la governance di alcune delle più grandi imprese europee e ad avvicinarci ancora di più ad un mercato unico dei capitali nell’Unione Europea.  Riguarda da vicino il nostro paese, in cui non solo Telecom, ma anche altre imprese privatizzate sono tuttora soggette a forme di controllo pubblico extra-mercato.  Urge da noi una riforma.  Non solo dell'”azione d’oro”.
In Europa sindacati sul piede di guerra contro Governi che intendono aumentare i contributi (Francia) o allungare la vita lavorativa (Germania).  Da noi agitati perchè non è ancora chiaro cosa voglia fare il Governo in materia.  Apriamo il dibattito sulla proposta di una Maastricht per le pensioni, che vorrebbe sanzionare i paesi che non riducono la spesa previdenziale pubblica.  E’ un modo per ridurre gli ostacoli politici alle riforme?  Se questo è l’obiettivo, forse meglio partire dal documentare a tutti i contribuenti qual è la pensione cui possono legittimamente aspirare a diverse età di pensionamento.  Come fanno in Svezia, in cui è stato adottato un sistema previdenziale molto simile a quello introdotto da noi dalla riforma Dini.

Gli errori dell’Istat. E quelli dei suoi critici

Polemiche pretestuose

Ritorna puntuale la polemica sull’inflazione. A provocarla questa volta è stato un errore commesso dall’Istituto centrale di statistica nel calcolo dell’indice dei prezzi al consumo relativo a gennaio: un calo nei prezzi dei farmaci – prezzi regolamentati – è stato inizialmente imputato a questo mese anziché a febbraio. Convenzionalmente, si attribuiscono al mese di riferimento tutte le variazioni intercorse tra il 15 di quel mese e il 15 del mese precedente. Nel caso in questione, il decreto che delibera la riduzione è dell’inizio di gennaio, ma la variazione è diventata effettiva dal 16 di gennaio e pertanto deve essere attribuita all’indice di febbraio. Una associazione di consumatori ha notato l’errore, l’Istat lo ha riconosciuto e ha immediatamente modificato la statistica. Così aggiustato, il tasso di inflazione di gennaio è rimasto costante al 2.8 per cento anziché flettere al 2.7. La differenza, di per sé, non modifica la sostanza di fondo dell’inflazione italiana. L’indice errato, però, segnalava una svolta (ancorché dovuta a una riduzione di un prezzo amministrato) nella dinamica dei prezzi, che si è invece avuta in febbraio sulla base dei dati preliminari. Ma tutto ciò è stato sufficiente a riproporre critiche severe nei confronti dell’Istat e polemiche pretestuose da parte di produttori di statistiche alternative sui prezzi al consumo di dubbia qualità ( vedi Trivellato).

Rilievi sbagliati

Produrre un dato errato sull’indice dei prezzi al consumo è senz’altro un fatto grave: questo indicatore è diventato una statistica molto sensibile, non solo perché a esso sono legati numerosi contratti, ma perché alle “news” del tasso di inflazione reagiscono i mercati finanziari. Per di più, assenti le indicizzazioni, le famiglie sono diventate molto più attente all’inflazione. La sua affidabilità è pertanto essenziale. Ancor più grave sarebbe se dietro l’errore ci fosse del dolo, come alcune letture della stampa sembravano lasciare intendere. Ma non è chiaro chi in questo caso possa guadagnare dall’anticipare il punto di svolta della dinamica dei prezzi da febbraio a gennaio. È molto probabile, quindi, che si sia trattato di una svista, tanto più che gennaio, per una serie di ragioni tecniche, è un mese gravoso per il calcolo dell’indice. Più preoccupante è la critica di incompetenza rivolta all’Istituto. Avanzata anche in questa occasione, segue le critiche dei mesi precedenti sulla pretesa incapacità dell’Istat di misurare il “vero” tasso di inflazione, che sarebbe poi quello “percepito” dai consumatori. Tra i vari rilievi mossi, uno di Massimo Riva su “la Repubblica”, merita attenzione. Riva evidenzia come l’Istat rilevi i prezzi dei beni amministrati sulla Gazzetta ufficiale, anziché sul mercato come fa con gli altri beni. Questo fatto segnalerebbe la scarsa competenza dell’Istituto e la poca credibilità dell’indice che esso produce. Le cose stanno diversamente. I prezzi amministrati vengono rilevati sulla Gazzetta ufficiale, come Massimo Riva riporta. Ma è una scelta dettata dalla metodologia di calcolo dell’indice ed è inoltre motivata: sul mercato vengono rilevati i prezzi liberi, che si formano senza vincoli nel luogo dove domanda e offerta interagiscono. Sulla Gazzetta ufficiale i prezzi dei beni amministrati, che – per definizione – non rispondono a stimoli di mercato ma vengono fissati d’imperio. L’Istat li rileva, per così dire, alla fonte, perché in questo modo si ha certezza del prezzo, non si introducono inevitabili errori di misura e, fatto non trascurabile, si economizza in costi di rilevazione. Non avrebbe alcun senso, ma sarebbe molto costoso, andare in giro per le farmacie di mezza Italia a rilevare il prezzo di un farmaco soggetto a controllo pubblico. Si troverebbe che (salvo aberrazioni o errori di rilevazione) è uguale ovunque. Lo stesso vale per le sigarette, i biglietti dei treni etc.

Conclusione. La metodologia del calcolo dell’indice dei prezzi al consumo è chiaramente criticabile come qualunque convenzione su cui si fondano numerose statistiche. Ma chi lo fa deve farlo in modo serio e competente. Si finisce altrimenti per gettare discredito su una istituzione e su una statistica che dovrebbe al contrario godere della massima fiducia. Ad oggi non vi è nessuna ragione seria per pensare che l’indice dei prezzi al consumo fornisca una visione distorta della dinamica dell’indice medio del costo della vita.

Come si misura l’inflazione

lavoce.info ha già dedicato attenzione al nervoso, talvolta gridato dibattito che si è acceso in questi mesi sulla misura dellinflazione in Italia (vedi Baldini). Tra laltro, ha documentato in maniera chiara le caratteristiche del ‘processo di produzione dellindice dei prezzi al consumo (vedi La spesa di una grande famiglia). È un processo che segue definizioni e protocolli definiti a livello comunitario, poggia su un impianto di rilevazione imponente e collaudato, si svolge con metodi rigorosi e trasparenti.

Una marcata variabilità

Innanzitutto, tornano utili due osservazioni.

  • Il recente, vistoso infortunio in cui è incorso lIstat nel calcolo dellindice di gennaio 2003, con lerrata collocazione appunto a gennaio – invece che a febbraio – di una riduzione dei prezzi di vendita di farmaci e con la pronta rilevazione dellerrore da parte di utilizzatori esterni, è, non paradossalmente, la migliore riprova di queste caratteristiche di rigore metodologico e di trasparenza (vedi Guiso).

  • Il giudizio di affidabilità dellindice dei prezzi al consumo trova conferma nelle valutazioni espresse da organismi con compiti di controllo sulloperato dellIstat. In Italia la Commissione per la garanzia dellinformazione statistica, a livello internazionale il FMI si sono espressi in termini positivi sullattività dellIstat in materia di indice dei prezzi al consumo (anche se hanno accompagnato questa valutazione con suggerimenti migliorativi).

Ma come dare conto del(lasserito) divario fra linflazione misurata dallIstat e quella percepita dai consumatori? Vi è un punto che, a mio avviso, non è stato messo bene in luce. Sottostante a una dinamica media dellinflazione che negli ultimi mesi si è attestata attorno al 2,8 per cento (in termini di variazione rispetto ai corrispondenti mesi dellanno precedente), vi è una marcata variabilità.

  • Essa risalta nitidamente anche se ci si limita al livello nazionale (e si prescinde quindi dalle differenze territoriali), e si guarda alle differenze nella dinamica dei prezzi per grandi capitoli di spesa e, con un maggiore dettaglio, per alcune voci di prodotto nel comparto alimentare. Il prospetto che segue è significativo, e non necessita di particolari commenti.

  • Analoghi riscontri si hanno se si guarda alla sola variabilità spaziale (e si prescinde quindi dalle differenze fra prodotti): fra città, quartieri, canali distributivi – con la grande distribuzione contrapposta a quella tradizionale.

Non c‘è dunque motivo di sorprendersi se, per uno specifico bene in uno certo punto di vendita di un certo Comune, si registrano incrementi di prezzo anche molto alti. Data la marcata variabilità appena evidenziata, essi sono del tutto compatibili con la dinamica media registrata dallindice dei prezzi al consumo.

Per falsificare laffermazione Tutti i cigni sono bianchi, basta un cigno nero (dato che, con certezza, sia un cigno e sia nero). Ma possiamo ragionare in maniera analoga in tema di inflazione? La vecchina che esclama: Dal mio pescivendolo, sottocasa, le vongole sono cresciute del 40 per cento. Che cosa ci vengono a raccontare? Altro che aumenti del 2-3 per cento! Qui tutto costa una volta e mezza quel che costava prima!: ebbene, fa riferimento a un dato di fatto vero, ma dice una cosa falsa. Questo modo di argomentare – guardare a un solo bene, comprato in uno specifico negozio, in un dato giorno –, se applicato allindice dei prezzi al consumo, è palesemente privo di senso.

Questi i dati di fatto. Ad essi va aggiunto che la percezione dellinflazione è un processo sociale, che da un lato sconta asimmetrie e imperfezioni percettive (siamo sensibili allo stesso modo a variazioni dei prezzi in aumento e in diminuzione? e a variazioni nei prezzi di beni acquistati di frequente e raramente?) e dallaltro è influenzato dai ‘media e dagli opinion makers. Quel che è accaduto, e in parte continua ad accadere, nel dibattito nostrano sullinflazione rimanda proprio a fattori di questo tipo: in particolare, a ‘media e opinion makers che, invece di favorire una divulgazione obiettiva e una discussione argomentata, hanno aperto il vaso di Pandora delle percezioni e degli umori irrazionali.

Lindagine Eurispes

A dare corpo allopinione di uninflazione vistosamente più alta di quella misurata dallindice dei prezzi al consumo, è stata sovente invocata lindagine Caro …cibo condotta dallEurispes nel dicembre 2002. Lodevolmente, lEurispes ha messo a disposizione, nel proprio sito Internet, una nota di presentazione sullindagine (chiunque può scaricarla versando il simbolico obolo di un Euro) che da sola inficia lattendibilità dei risultati. Restando agli aspetti salienti, e affiancando le citazioni con qualche scarno commento, risulta quanto segue.

  • Circa la dimensione dellindagine: Numero di rivendite contattate: 304. Numero interviste valide: 182. Commenti: Il 40 per cento delle rivendite contattate si è rifiutato di rispondere: che tipo di selezione vi è stato? I punti di vendita sono 182, a fronte degli oltre 4.800 dellIstat.

  • Circa la modalità di rilevazione dei prezzi: Per ognuno dei 150 prodotti presi in esame i rilevatori dovevano registrare i prezzi applicati al momento della loro visita nel punto di vendita prescelto. Ma soprattutto (con unoperazione delicata e difficile, che ha comportato non poche difficoltà e della quale siamo particolarmente orgogliosi) ricostruire, sulla base di testimonianze certe, i prezzi degli stessi articoli al dicembre 2001. I prezzi al 2001 dovevano essere ricavati da: listini prezzi Â…, scontrini e ‘strisciate di spese compiute lanno precedente, inserti pubblicitari pubblicati sui giornali Â…, gruppi di discussione (composti dai clienti e dallo stesso venditore) davanti ai banchi dei mercati o dentro le rivendite. Commenti: sul fatto che si sia trattato di unoperazione delicata e difficile, come non convenire? Le rilevazioni retrospettive si scontrano con seri problemi di documentazione e di memoria (e – si badi – qui non si trattava di ricordare eventi di grande rilievo per linteressato, ma il prezzo del burro o degli insaccati). Per soprammercato, tra dicembre 2001 e dicembre 2002, di mezzo c‘è stato un cambio di moneta!

  • Circa la modalità di calcolo dellindice: LEurispes lavora sulla media delle variazioni dei singoli prezzi, mentre lIstat sulle variazioni dei prezzi medi. Commento: dunque, lEurispes non pesa le variazioni dei prezzi per limportanza economica dei singoli beni, mentre lIstat le pesa; detto altrimenti, per lEurispes le variazioni del prezzo del pane e del pepe nero hanno la stessa importanza.

Unultima notazione. Lattendibile stima di un tasso dinflazione tendenziale dellordine del 2,8 per cento non è motivo di ottimismo. Da parecchi mesi linflazione italiane è tornata ad essere più alta della media europea, con uno differenziale di 0,4-0,6 punti percentuali (cioè, dellordine del 20 per cento), che per di più tende a dilatarsi. Il segnale è chiaro: vi è il rischio di ulteriore, progressiva perdita di competitività del paese.

Per saperne di più

In allegato la presentazione di Ugo Trivellato al seminario tenutosi a Padova il 24 febbraio.

Informazioni sull’indagine Eurispes sono scaricabili dal sito http://www.eurispes.it/sitoeurispes/default.htm al costo di un Euro.

In allegato, la composizione del consiglio direttivo dell’Istituto.

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