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UNIONE BANCARIA: LONTANI DALLA META

La Commissione UE ha presentato il primo tassello dell’unione bancaria europea: nuove regole per gestire le crisi bancarie. Ogni paese dovrebbe perciò dotarsi di un fondo per la risoluzione delle crisi  pre-finanziato dalle stesse banche. In dieci anni, dovrebbe raggiungere una capacità di intervento pari all’1 per cento dei depositi garantiti. Prevista anche la collaborazione tra autorità di supervisione nazionale. È un buon inizio, ma il traguardo è ancora molto lontano. Con i tempi di decisione dell’Europa, rischiamo di arrivarci quando l’euro non ci sarà più.

CAMPIONATI EUROPEI: IL VINCITORE È…

Dopo i buoni risultati ottenuti ai tempi del Mondiale, in vista degli Europei di calcio torniamo a proporvi le previsioni sulle squadre vincenti, basate su metodi statistici. Cambia la metodologia, stavolta ripresa da un modello originariamente utilizzato per il baseball. In generale, i pronostici dell’econometria sono in linea con quanto indicato da bookmaker ed esperti del settore. Ma la favorita Spagna dovrebbe essere eliminata in semifinale. Buone notizie, invece, per la nostra nazionale, che approderebbe alla finale, insieme alla Germania.

CHI RISCHIA DI AFFONDARE NEL MARE IN TEMPESTA

Se si osserva la dinamica del tasso di cambio effettivo reale basato sui costi del lavoro per unità di prodotto, la dissoluzione dell’Eurozona appare inevitabile. Per Portogallo, Spagna, Italia e Grecia, c’è stata una continua perdita di competitività dall’introduzione dell’euro. Ma a giudicare dall’andamento dei Cds, la rottura dell’unione monetaria non sarebbe un affare per nessuno. Gli investitori finirebbero per abbandonare anche la Germania. L’alternativa è una maggiore integrazione politica, con trasferimenti di risorse dalle zone floride verso quelle in difficoltà.

UNA RC-CASA CONTRO LE CALAMITÀ

Da tempo si parla di una riforma delle polizze sui disastri naturali, con annessa introduzione di una copertura assicurativa dei fabbricati. Per superare l’attuale sistema assistenzialista, con risarcimenti solo dello Stato, pressoché illimitati e finanziati da una tassazione straordinaria. Ma non è il decreto varato appena prima del terremoto in Emilia a risolvere la questione. Prevede polizze volontarie, assai poco diffuse in Italia. E non coinvolge le compagnie di assicurazione, che avrebbero competenze specifiche nella previsione del rischio e valutazione dei danni. 

A CHI CONVIENE BARARE AI TEST INVALSI? *

Le prove Invalsi su base universale servono in primo luogo a dare a tutte le singole scuole uno specchio sulla propria specifica situazione. Ecco perché chi “imbroglia” fa del male innanzitutto a se stesso. Quest’anno l’Istituto non restituirà le prove nelle situazioni dove i dati non risultino affidabili e cercherà di migliorare la conduzione e i controlli sull’espletamento delle prove. Ma più che in un’attività di repressione, l’Invalsi si impegnerà a favorire una maggiore informazione e un più trasparente dibattito sul contenuto e sulle finalità del test.

PROFUMOLEAKS

A leggere le bozze trapelate, le proposte del ministro Profumo non sembrano in grado di affrontare le malattie croniche della scuola secondaria italiana. Per rimuovere gli ostacoli economici alla prosecuzione degli studi per gli studenti “capaci e meritevoli” servirebbero borse di studio adeguate, riservate a giovani di umili origini sociali, attribuite meritocraticamente e indipendentemente dal tipo di scuola secondaria frequentata. E bisognerebbe avventurarsi con più coraggio sul terreno delle quote riservate. Cambia ancora il reclutamento dei docenti universitari.

TERREMOTO. E AUMENTA IL CARBURANTE

Per raccogliere i primi 500 milioni da destinare quest’anno alle aree terremotate dell’Emilia il governo ha deciso un incremento dell’accisa sui carburanti, il quinto dal 2000 a oggi. Una scelta adeguata? Intanto, i conti potrebbero non tornare perché i consumi di benzina e gasolio saranno presumibilmente inferiori a quelli dallÂ’anno passato. E forse andrebbe evitato un intervento che tocchi anche il trasporto merci, per non creare inflazione da costi. Parte del carico avrebbe potuto gravare su altri tributi, come quelli su sigarette o lotterie.

IL PROBLEMA NON È CHI STAMPA GLI EURO

Ha fatto discutere la proposta dell’ex presidente del Consiglio di far stampare euro dalla Zecca italiana. Ma la Banca d’Italia già stampa le banconote, secondo le richieste delle banche e senza vincoli imposti dalla Bce. Quello che le regole politiche della moneta unica escludono è che la Bce possa accreditare euro a uno stato membro. Il problema allora è come raggiungere un accordo politico per risolvere tre nodi, pur in assenza di un governo dell’Unione Europea: il sistema dei pagamenti, la solvibilità dei governi nazionali e il rilancio della domanda e quindi della crescita.

UNA GRANDE DEPRESSIONE ITALIANA

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LA VIRTÙ SANITARIA

In un recente articolo su lavoce.info, Francesco Daveri argomenta come, con lÂ’introduzione dellÂ’euro, la spesa sanitaria sia cresciuta in modo sostenuto in tutti i paesi europei ad eccezione della Germania, vista un poÂ’ come il benchmark del virtuosismo. La scelta della spesa sanitaria non è casuale. Siccome, sostiene lÂ’autore, la spesa per la salute non è influenzata dalla crisi, la sua crescita vigorosa nei paesi in difficoltà sta lì a indicare che è lÂ’eccesso di spesa ad aver generato i conseguenti problemi del debito sovrano e non viceversa. Ne segue – sembrerebbe lasciato implicito nellÂ’articolo – che lÂ’uscita dalla crisi richiede di tagliare la spesa pubblica nei paesi in difficoltà, a partire da quella sanitaria, per poter ridurre le imposte e rilanciare così, via stimolo allÂ’offerta, la crescita europea.

SANITÀ, PRESUNTA COLPEVOLE

È la scelta della componente spesa sanitaria come principale colpevole dei problemi italiani a lasciar perplessi. Intendiamoci, che la spesa sanitaria italiana (come quella della maggior parte dei paesi, inclusa la Germania) sia piagata da inefficienze e sprechi è fuor di dubbio, ed è stato spesso messo in luce anche su queste colonne. Ma è il confronto adottato dall’autore ad apparire non molto significativo.
Intanto, c’è un problema di livello della spesa dietro i tassi di crescita: Daveri si concentra principalmente sul confronto dei tassi di crescita nominale della spesa, lasciando in secondo piano il livello di partenza. Se invece a questo si guarda, le conclusioni presentate nell’articolo cambiano radicalmente. Nel 1995 (primo anno disponibile per questi confronti) la spesa pubblica pro-capite per la salute era di 1.855 dollari (a parità di potere d’acquisto) in Germania contro i 1.088 dollari in Italia (World Health Organization, luglio 2011); nel 2008 (ultimo dato disponibile) i livelli erano, rispettivamente, 2.837 dollari in Germania e 2.187 dollari in Italia. La spesa pro-capite pubblica per la sanità è dunque consistentemente più elevata in Germania che in Italia. Al massimo, i dati sulla crescita mostrano un qualche processo di convergenza, probabilmente un frutto della diffusione delle tecnologie mediche tra i diversi paesi. Dalla figura 1 si nota come i paesi a più bassi livelli di spesa all’inizio del periodo sono anche quelli la cui spesa cresce maggiormente.
Naturalmente il confronto sul livello pro-capite è criticabile. Tutti, compresi i più poveri tra i poveri paesi del terzo mondo, vorrebbero una sanità di alto livello; il problema è se se la possono permettere. E se i tedeschi sono più ricchi degli italiani, avranno ben il diritto di spendere di più. Per affrontare il problema, guardiamo allora alla spesa sanitaria in rapporto al Pil. E qui c’è una sorpresa: il settore pubblico italiano spende in realtà meno di quello tedesco (e francese) per tutelare della salute dei propri cittadini: 7 punti di Pil contro gli 8 dei tedeschi (figura 2). Non solo, ma nel decidere dove tagliare, uno dovrebbe anche porsi la domanda dell’efficienza relativa della spesa. E qui c’è una seconda sorpresa; secondo la World Health Organization, l’Italia fa in realtà meglio della Germania, spende meno ma offre servizi sanitari migliori. Infine, un confronto sulla spesa sanitaria non è sensato se non si considera anche la componente della spesa privata per la salute. Potrebbe essere che spendiamo poco e facciamo meglio, perché in realtà ci paghiamo da soli i servizi, mentre in Germania è il settore pubblico a fare tutto il lavoro. Ma anche qui, terza sorpresa, le cose vanno esattamente all’opposto. Come mostra la figura 3, in Germania la spesa privata è cresciuta di mezzo punto di Pil tra il 1995 e il 2008, mentre in Italia è rimasta sostanzialmente invariata (e più bassa rispetto alla quota tedesca).

UN COMPITO PER LA SPENDING REVIEW

Conclusioni. Ha ben ragione Francesco Daveri a dire che la spesa sanitaria sul Pil è cresciuta in Italia più che in Germania. Ma questo dipende tanto dall’evoluzione del denominatore che del numeratore, ed è la crescita più bassa del primo in Italia a generare i nostri problemi attuali. Se la domanda è, poi, se ci possiamo permettere una spesa sanitaria così elevata, va notato che in rapporto al Pil è da noi più bassa, e in media più efficiente di quella di paesi comparabili. Dai dati riportati, appare comunque difficile sostenere che sia la spesa sanitaria la principale causa dei nostri guai e dunque quella su cui si dovrebbe intervenire in prima battuta.
Post scriptum
. A scanso di equivoci, i dati riportati nell’articolo riguardano l’efficienza e la spesa “media” delle regioni italiane. Il grande problema della sanità italiana è l’enorme scarto esistente in termini sia di spesa sia di qualità dei servizi tra le Regioni italiane, con quelle del Centro-Nord che fanno meglio di quelle meridionali. È su questo che la spending review dovrebbe davvero intervenire. Buon lavoro, qui sì, commissario Bondi.

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