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CREDITO ALLE IMPRESE: PERCHÉ IL PIATTO PIANGE

Il credito al settore produttivo è una risorsa assai scarsa in tutti i paesi, ma in Italia rischia di creare problemi ancora più gravi perché un tessuto di imprese medie e piccole non ha vere alternative ai canali tradizionali. Ma il credito alle imprese non tornerà ad affluire fino a quando le nuove regole non riusciranno a colmare l’attuale abisso di convenienza fra l’attività finanziaria sui titoli e la concessione di credito. Più si aspetta a vararle, più il problema diventa difficile da risolvere perché aumenta la forza contrattuale delle banche rispetto alla politica.

CONTROTEMPO. L’ITALIA NELLA CRISI MONDIALE

Pubblichiamo per i nostri lettori un estratto del libro di Salvatore Rossi “Controtempo. L’Italia nella crisi mondiale” (Laterza, 208 pagine, 15 euro). Anche la crisi ha colto l’Italia e la sua economia in quel controtempo che da anni ci caratterizza rispetto agli altri paesi avanzati. Ma stavolta ai rischi si associano le opportunità. Purché il nostro paese sappia realizzare le necessarie riforme di ordine culturale prima ancora che normativo. E nello stesso tempo rinsaldare e valorizzare i fattori di equilibrio, come l’alto risparmio delle famiglie e la solidità delle banche.

PUBBLICITÀ. BASTONE E CAROTA IN MANO AI POLITICI

I giornali vivono se hanno lettori e inserzionisti pubblicitari. Questi ultimi possono perciò usare il bastone e la carota con i media: minacciano riduzioni degli investimenti in caso di notizie sgradite e promettono aumenti quando sono positive. Anche governi e istituzioni locali acquistano spazi pubblicitari. Una ricerca mostra che più l’investimento è alto, più il quotidiano che lo ottiene tende a nascondere gli scandali che coinvolgono il governo. Così facendo, però, perde lettori. E di conseguenza anche l’interesse degli inserzionisti per quella testata potrebbe ridursi.

FEDERCALCIO IN FUORIGIOCO

Fabio Capello, allenatore della Nazionale inglese di calcio, ospite ieri dell’associazione della stampa sportiva italiana, ha fatto la sua diagnosi dei mali che affliggono il calcio italiano. Due sono i punti principali toccati da Capello. Il primo riguarda gli stadi. In Italia appartengono ai Comuni che li affittano alle squadre. In Inghilterra o in Spagna, invece, appartengono alle società, che non solo gestiscono la sicurezza con i loro steward, ma hanno anche l’incentivo ad adattarli alle esigenze dei tifosi, con ristoranti, bar, visite guidate. Il secondo riguarda il potere eccessivo degli ultras. Essi hanno, secondo Capello, la libertà di intimidire i giocatori con striscioni, cori razzisti. Possono sfasciare treni e restare impuniti.Sconcertanti le reazioni dei dirigenti sportivi italiani alle dichiarazioni di Capello. Il Presidente del Coni, Petrucci: "Troppo facile parlare dall’alto. Dichiarazioni che lasciano il tempo che trovano. Non mi piace chi va all’estero e dà giudizi sull’Italia". Pescante, Vicepresidente del Cio "Capello dia un’occhiata agli hooligans inglesi". Abete, Presidente della Federcalcio: "Non corrisponde alla realtà" quanto dichiarato da Capello. 
Non si capisce perché chi sia all’estero non possa dare giudizi sull’Italia. Specie se è italiano e conosce bene la realtà italiana. Se Capello predicasse la riduzione degli ingaggi degli allenatori sarebbe forse poco credibile, ma perché non dovrebbe esserlo se parla di sicurezza? Gli hooligans inglesi erano una tremenda piaga del calcio negli anni ’80. Nessuno ha scordato la strage dell’Heysel, ma oggi sono stati quasi completamente debellati, grazie a leggi severissime e alla loro stretta applicazione. E in ogni caso, anche se gli hooligans fossero ancora un problema, non si capisce perché questo toglierebbe valore alle parole di Capello. Non si capisce neanche cosa non corrisponda alla realtà. E’ vero o no che le squadre italiane non possiedono lo stadio e che solo la Juventus ha un piano serio per averne uno in pochi anni? E vero o no che in conseguenza di ciò la struttura dei ricavi del club italiani è sbilanciata, rispetto a quelli inglesi, sul lato dei diritti televisivi? E’ vero o no che ogni domenica lo Stato italiano sussidia i club garantendo la sicurezza delle partite con le forze dell’ordine? E’ vero o no che gli ultras hanno spesso accampato richieste assurde e vessatorie alle società chiedendo biglietti gratis da vendere sul mercato nero o la gestione di alcuni rami del merchandising? E’ vero o no che gli ultras spesso hanno treni speciali per le trasferte (sui quali molti non pagano il biglietto) e che tali treni vengono a volte distrutti? Ma soprattutto: che futuro ha il calcio italiano se i massimi dirigenti sportivi, posti di fronte ad una diagnosi più o meno plausibile dei problemi del calcio italiano, preferiscono prendersela con chi denuncia tali problemi invece che fare proposte per la loro risoluzione? 

VOODOO ECONOMICS E TREMONTI

Tremonti fa bene a puntare i piedi quando ricorda che l’Europa ci chiede di avere conti pubblici in ordine. L’oggetto del contendere all’interno del governo è l’abolizione dell’Irap e, più in generale, la riduzione della pressione fiscale. Per compensare la perdita di introiti Irap, si parla di possibili riduzioni di spesa, ma di tagli ai cosiddetti consumi intermedi sono lastricate le strade di molte Finanziarie. E l’llusione più pericolosa è quella secondo cui i tagli fiscali non avrebbero conseguenze sul debito o addirittura potrebbero migliorare i conti pubblici.

ECOPASS NELL’INGORGO DEL SONDAGGIO

Referendum sull’ecopass, introdotto dal comune di Milano nel gennaio 2008. Anzi no, sondaggio tra i cittadini. Neppure, sondaggio a campione sul traffico, ma senza domande sul pedaggio per l’ingresso nella zona centrale della città. Così la faccenda della verifica sul gradimento dell’ecopass milanese sta diventando una burla. Eppure, il provvedimento non è andato così male: sindaco e giunta avrebbero potuto rivendicare qualche effetto positivo e proporre allÂ’attenzione popolare le misure necessarie a migliorare i risultati raggiunti

LE MONTAGNE RUSSE DEI DATI CONGIUNTURALI

Non è facile raccapezzarsi nell’altalena delle buone e cattive notizie sull’economia italiana riversate quasi quotidianamente sui cittadini frastornati. Ma l’analisi degli ultimi dati suggerisce che l’uscita dalla recessione sarà probabilmente lenta. Verosimilmente più lenta che nella maggior parte degli altri paesi industriali. Perché i consumi, le esportazioni nette e gli investimenti ristagnano, mentre perdura l’assenza di qualsivoglia stimolo proveniente dalla politica di bilancio.

LA STRANA CLASS ACTION DI BRUNETTA

Si parla da anni dell’introduzione dell’azione collettiva anche in Italia, rinviandola sempre. L’ultima volta a luglio 2009. Ora però il governo, nell’ambito della riforma Brunetta ha decretato la nascita della class action verso la pubblica amministrazione. Il progetto è stato subito criticato aspramente. In realtà potrebbe rivelarsi utile per affermare il principio secondo cui esistono economie processuali nell’aggregazione delle cause comuni che potrebbero rendere meno costosa e più efficace la macchina della giustizia.

RITORNO ALLA FLESSIBILITÀ

Il governatore della Banca d’Italia esorta ad aumentare l’età effettiva di pensionamento. E il governo risponde che la riforma del sistema previdenziale è già stata fatta. E’ vero però che sulla legge Dini del 1995 sono intervenute modifiche che ne hanno modificato l’impianto. Una nostra proposta di gennaio 2009 prevede il ritorno alla flessibilità di uscita dal mondo del lavoro, spostando in avanti le finestre di età. Dunque, rispecchia in pieno gli auspici del governatore. Oltre a essere equa sotto il profilo intergenerazionale e a comportare notevoli risparmi.

LE RAGIONI DELL’IRAP

L’Irap è stata introdotta come strumento di razionalizzazione e semplificazione di un sistema tributario deformato e distorto. Non è un’imposta sul reddito delle imprese, ma un’imposta su tutti i redditi riscossa dalle imprese per conto dello Stato. E’ anche a prova di elusione. La riduzione delle imposte è un obiettivo condivisibile, bisogna però chiedersi se esistono altre forme di prelievo più efficienti e meno distorsive. Cercando di ragionare con serietà, senza fare danni e soprattutto senza dimenticare gli insegnamenti della teoria economica.

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