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L’IMMIGRATO CHE VENNE DAL MARE

Lampedusa è considerata la porta d’ingresso dell’immigrazione illegale in Italia. Frenando gli sbarchi, si può far credere di contrastare in maniera incisiva gli ingressi irregolari. Ma gli arrivi dal mare rappresentano soltanto una modesta frazione di un fenomeno variegato e complesso. La stragrande maggioranza degli immigrati entra in un modo molto più semplice e meno rischioso: con un regolare visto turistico. Quando scade, il turista si trasforma in immigrato irregolare. Magari perché ha trovato un lavoro, nero, nelle famiglie o imprese italiane.

QUOTIDIANI DI PARTITO: IL CONTO E’ SALATO

Per ogni copia venduta di un quotidiano politico, ce ne sono tra le sette e le nove che tornano indietro. I giornali politici non hanno infatti una focalizzazione territoriale né un pubblico omogeneo. Due caratteristiche che pesano sulla distribuzione e sulla raccolta pubblicitaria. A cui si aggiunge una costosa e forse inutile vocazione generalista. Sopravvivono solo grazie ai contributi pubblici. Che però dovrebbero incentivarli a trovare nuove forme di diffusione, più adatte alle loro caratteristiche. Come gli abbonamenti o i siti internet.

LA POLITICA AI TEMPI DI YOUTUBE

Anche la politica comincia a essere influenzata dal Web 2.0. Lo si è visto con la campagna presidenziale negli Stati Uniti. E con il caso Serracchiani da noi. Tanto che Internet può essere ormai considerato come il misuratore più tempestivo delle fortune dei politici nei paesi più sviluppati. Quanto al rischio che i candidati propongano ciò che è adatto al mezzo e non ciò che è adatto ai cittadini, c’è già il precedente della televisione. YouTube abbassa il costo d’entrata nella produzione e distribuzione dei messaggi. Ma l’attenzione del pubblico resta una risorsa limitata.

SETTE ANNI CON LAVOCE.INFO

Sette anni fa abbiamo inaugurato questo sito. E mai come adesso siamo contenti di averlo costruito. Per almeno tre buone ragioni. Perché l’economia è una scienza più che mai vitale. Perché si agitano nubi nere sull’informazione italiana, soprattutto economica: E perché il futuro de lavoce.info non è nelle mani né del governo, né della pubblicità, ma solo dei lettori. E questa libertà oggi è un dono preziosissimo. Che anche in futuro utilizzeremo per continuare a svolgere la funzione di cane da guardia sull’operato del governo, chiunque sia al potere.

L’ASTA FANTASMA

Una parte di spettro frequenziale destinato alla telefonia mobile di terza generazione è stato appena assegnato attraverso un curioso caso di applicazione dei meccanismi di asta. Ma è tutto il sistema delle frequenze a essere gestito in modo inefficiente in Italia. Come dimostrano in primo luogo i blocchi concessi alle televisioni in modo pressocché gratuito. In ogni caso, allo Stato restano incassi limitati da una risorsa pubblica che ha invece un grande valore economico. Una situazione del tutto irragionevole considerati i nostri problemi di finanza pubblica.

LA RISPOSTA AI COMMENTI

Sono stati numerosi i commenti alla nota in merito alle provocatorie dichiarazioni del Ministro Tremonti sulle statistiche dell’Istat sulla disoccupazione. E in questi giorni vi sono state anche altre strampalate sortite di commentatori e uomini di governo sulla qualità e l’eccesso di tempestività (sic!) delle statistiche diffuse dall’Istat. Proprio perché strampalate le tralascio.
Rispondo invece ad alcuni dei commenti, cominciando da quelli che hanno sollevato dubbi o critiche.

Ma lÂ’Istat racconta frottole?

I dubbi di tre lettori riguardano la credibilità della rilevazione. “Sarebbero 1.500 famiglie intervistate al giorno. Ma voi ci credete?” “Ma i campioni vanno modificati di tanto in tanto, o no?” “Ditemi, quanti di voi conoscono almeno una famiglia che sia stata interrogata dell’Istat?”
Ogni rilevazione sulle forze di lavoro si svolge nell’arco di un trimestre. Per semplicità, faccio dunque riferimento a una rilevazione trimestrale. Il campione di famiglie è di circa 76-77.000. Quelle che vengono trovate e rispondono sono dell’ordine dell’88%. Siamo a 67-68.000 famiglie, delle quali sono intervistati i componenti che hanno almeno 15 anni: 165-170mila persone. Tenuto conto del disegno dell’indagine, delle famiglie che non hanno il (o non desiderano rispondere al) telefono e della cura particolare messa nel raggiungere gli stranieri, grosso la metà delle interviste sono faccia a faccia mentre l’altra metà avviene per telefono. In ogni caso le interviste sono computer assisted, svolte cioè con l’ausilio di un personal computer che gestisce il questionario elettronico, sono realizzate da una rete di 350 rilevatori – selezionati e adeguatamente formati, e l’intero processo è monitorato in maniera sistematica. Che c’è di sorprendente nel fatto che, contando cinque giorni la settimana (ma qualche intervista si fa anche di sabato), si effettuino circa 1.050 interviste il giorno? Corrispondono a un carico di 3-4 interviste giornaliere per intervistatore professionale: un carico del tutto normale.
È ovvio che le stime si basano su un campione, sia pure piuttosto grande. Ed è altrettanto evidente che la cura posta nell’indagine non esclude vi siano errori. Ma essi sono contenuti entro limiti ragionevoli, e in buona parte sono individuati e corretti controllando la coerenza delle risposte. In definitiva, i risultati sono credibili, affidabili: soprattutto per i grandi aggregati. Non a caso, l’Istat fornisce stime provinciali delle principali grandezze non ogni trimestre, ma soltanto in termini di media annua (cioè, combinando i risultati di quattro rilevazioni).
E si rassicuri un lettore: il campione di famiglie viene rinnovato, con un piano di rotazione tale per cui una famiglia è intervistata 4 volte nell’arco  di 16 mesi (cioè, di 6 rilevazioni), e poi esce definitivamente dal campione(1).
Quanto all’aver conosciuto o meno una famiglia che sia stata interrogata dell’Istat: via, non è così che si ragiona riferendosi a fenomeni che toccano una frazione dell’ordine di 1 su 360 degli oltre 24milioni e mezzo di famiglie! Comunque, se mai servisse una testimonianza per soddisfare la curiosità di quel lettore, ebbene io conosco due famiglie che hanno fatto parte del campione delle forze di lavoro.

Forse i disoccupati sono ancora di più

Di tutt’altro tenore è l’obiezione di un altro lettore, secondo il quale “il problema non è tanto nella sovrastima della disoccupazione, quanto nella sua probabile (anzi sicura) sottostima”. La questione non è centrale nel dibattito intorno alle dichiarazioni del Ministro Tremonti, ma l’affermazione è plausibile. Il perché è presto detto. Il mercato del lavoro italiano è segmentato, vischioso. Chi cerca lavoro, soprattutto nel Mezzogiorno, affronta dei costi di ricerca spesso elevati rispetto alla possibilità di trovarlo. Per di più, coloro che cercano un primo lavoro – e in Italia sono un terzo dei disoccupati – così come i disoccupati (precedentemente occupati) di lunga durata non hanno diritto all’indennità di disoccupazione, sicché di fatto non è loro richiesto neppure di compiere periodicamente la segnalazione di disponibilità al lavoro presso un Centro per l’impiego. L’insieme di questi fattori – strutturali e attinenti alle caratteristiche del nostro welfare del lavoro (e al modo mediocre con cui è amministrato) – comporta che una frazione non trascurabile di persone alla ricerca di lavoro e disponibili a lavorare non compia azioni attive di ricerca a cadenza almeno mensile: manchi cioè di uno dei requisiti per essere ufficialmente contata come disoccupata. Recenti studi mostrano che la gran parte di tali persone sono simili ai disoccupati ufficiali, sia per le loro caratteristiche che per il loro comportamento nel mercato del lavoro(2).

L’intervento di Tremonti è la spia di un più generale degrado del paese

Infine, mi trovo amaramente d’accordo con un altro commento, che legge in questa vicenda il sintomo di un degrado più generale dell’intero paese, e della sua classe dirigente in particolare. Davvero, vi è “un disprezzo per la scienza, la conoscenza in generale, per cui si può dire tutto senza necessità di parlare di metodi e tecniche”, senza suffragare le proprie affermazioni con l’evidenza informata, anzi avanzando accuse tanto infondate quanto destabilizzanti, “mettendo tutto sul ridere [ed] elevando le chiacchiere da bar a verità”.
Provo un profondo disagio per la situazione di un paese che vede i sondaggi – non importa di che qualità – branditi come argomenti se fa comodo; le stime e le proiezioni serie, che dovrebbero servire come riferimento (certo, da vagliare e da aggiornare) per l’azione, irrise – e i loro autori invitati al silenzio; l’assenza di uno sforzo pubblico per informare correttamente ed educare a un uso consapevole dei dati. E vedo con preoccupazione il suo futuro.

(1) Informazioni essenziali su contenuti, disegno e modalità di svolgimento dell’indagine sono nella nota Rilevazione sulle forze di lavoro. Le caratteristiche dell’indagine sono presentate in modo più dettagliato nel volume La rilevazione sulle forze di lavoro: contenuti, metodologie, organizzazione.
(2) Vedi Brandolini A., P. Cipollone e E. Viviano, “Does the ILO definition capture all unemployment?”, Journal of the European Economic Association, 2006, vol. 4 (1), pp. 153-179, e Battistin E., E. Rettore e U. Trivellato, “Choosing among alternative classification criteria to measure the labour force state”, Journal of the Royal Statistical Society – Series A, 2007, vol. 170 (1), pp. 5-27.

Giornali che offendono le donne

Le versioni on-line delle maggiori testate italiane mostrano ogni giorno immagini offensive delle donne. Evitarle è quasi impossibile perché spesso sono più centrali delle notizie del giorno. Eppure, le donne leggono più degli uomini e almeno quanto loro usano Internet. Sotto il profilo economico, conviene allora insistere con foto destinate a solo una parte della massa dei consumatori? Anche i quotidiani che giustamente criticano il governo per ragioni di carattere etico, non sembrano voler opporre valori diversi da quelli che sono alla radice del malcostume denunciato.

GIORNALI, PREVISIONI E ALTRI VENEFIZI

Apprendiamo che buona parte delle responsabilità della crisi sono attribuite dal Presidente del Consiglio ai giornali che parlano della crisi stessa e creano “sfiducia e paura, nel pubblico di consumatori, che così indugiano in comportamenti di risparmio invece che di spesa”. E poi che “non si deve continuare a parlare di una crisi profonda, chi lo fa porta nei consumatori una paura che modifica le abitudini degli acquisti. Da qui si verifica la regressione negli ordini delle aziende”. Insomma la crisi è propagata da chi ne parla e fa previsioni pessimiste.
La mente corre a frasi lette e rilette in gioventù…

“Coloro i quali avevano impugnato così risolutamente, e così a lungo, che ci fosse vicino a loro, tra loro, un germe di male, che poteva, per mezzi naturali, propagarsi e fare una strage; non potendo ormai negare il propagamento di esso, e non volendo attribuirlo a que’ mezzi (che sarebbe stato confessare a un tempo un grand’inganno e una gran colpa), erano tanto più disposti a trovarci qualche altra causa, a menar buona qualunque ne venisse messa in campo. Per disgrazia ce n’era una in pronto nelle idee e nelle tradizioni comuni allora, non qui soltanto, ma in ogni parte d’Europa: arti venefiche, operazioni diaboliche, gente congiurata a sparger la peste, per mezzo di veleni contagiosi, di malíe. Già cose tali, o somiglianti, erano state supposte e credute in molte altre pestilenze, e qui segnatamente, in quella di mezzo secolo innanzi” (A. Manzoni, I promessi sposi, Einaudi-Gallimard, pp. 457-458).
“In principio, dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche di proferire il vocabolo. Poi febbri pestilenziali: l’idea s’ammette per isbieco in un aggettivo. Poi una vera peste; vale a dire peste sì, ma in un certo senso; non peste proprio, ma una cosa alla quale non si sa trovare altro nome. Finalmente, peste senza dubbio, e senza contrasto: ma già ci s’è attaccata un’altra idea, l’idea del venefizio e del malefizio, la quale altera e confonde l’idea espressa dalla parola che non si può più mandare indietro” (ibidem, p. 461).

LA CIAMBELLA E IL BUCO

Le critiche del ministro Tremonti all’Istat lasciano allibiti. L’accertamento dello stato di disoccupazione è fatto in modo stringente, sulla base di un insieme di quesiti che mirano a rilevare una situazione oggettiva. E’ un sistema utilizzato in tutti i paesi sviluppati, che consente confronti credibili nel tempo e nello spazio. Minare la credibilità dell’informazione statistica ufficiale o ridurre gli spazi di autonomia di istituzioni con cruciali funzioni tecniche e scientifiche non aiuta a uscire dalla crisi. A meno che non si vogliano illudere i cittadini con finzioni.

IL COMMENTO ALL’ARTICOLO DI PISAURO-VISALLI

La critica costruttiva sulle proposte di riforma della pubblica amministrazione è sempre utile, anche quando non condivisibile. L’articolo di Pisauro e Visalli pubblicato il 4 giugno 2009 su lavoce formula alcune critiche e suggerisce alcune proposte. Cominciando dalle prime, gli Autori individuano due limiti della riforma:
1- Un primo limite "culturale" sarebbe l’idea che "la produttività dipenda innanzitutto dagli sforzi degli individui e in secondo ordine dalle norme di legge e non dai modelli organizzativi, dagli obiettivi e dalla distribuzione delle risorse sul territorio";
2- in secondo luogo, il sistema di valutazione, coordinato dalla Commissione per la valutazione, la trasparenza e l’integrità delle amministrazioni pubbliche, sarebbe troppo centralizzato e monolitico.
A fronte di queste critiche l’articolo accenna tre proposte:

a) spostare l’enfasi sugli uffici e non sugli individui, dotandoli di sistemi di contabilità industriale che misurino la produttività anche nella PA;
b) indirizzare il lavoro della commissione verso la costruzione di modelli di valutazione che permettano di comparare le performance collettive, specifici per ciascuna amministrazione e che la aiutino a ridefinire il proprio modello organizzativo;
c) legare l’incentivazione non ad una gratifica annuale ma al percorso di carriera.

La risposta all’articolo è semplice, sia perché le critiche sono infondate, sia perché alle soluzioni proposte il decreto delegato già offre precise risposte.
Con riferimento alle critiche, si può facilmente dimostrare che:

NON E’ VERO CHE GLI SFORZI INDIVIDUALI NON CONTANO

Un’altrettanto enorme letteratura, rispetto a quella in verità non citata nemmeno a titolo esemplificativo dagli Autori, dimostra che lo sforzo individuale e le risorse umane sono centrali per migliorare la produttività e l’efficacia, non meno dei modelli organizzativi. A differenza, qui vogliamo citare, sia pur a titolo di esempio, O’Toole Jr., Meier K., (2008); Pfeffer J.,(2007); Lazear EP & Shaw KL (2007); Jacobs RL & Washington C., (2003); Wood S (1999); Koch MJ & McGrath RG, (1996). Le riforme, attuate o in corso, nelle più avanzate esperienze internazionali (Regno Unito, Canada, ecc.) mostrano che l’attenzione sulle modalità di riconoscimento del merito dei dipendenti pubblici rimane centrale. Non si tratta quindi di un limite culturale, bensì della valorizzazione dell’asset fondamentale della PA, e cioè l’impegno dei dipendenti.

NON E’ VERO CHE IL DECRETO NON SI INTERESSA DEGLI OBIETTIVI

La definizione degli obiettivi e il loro collegamento con le risorse disponibili sono i cardini del ciclo di gestione della performance introdotto dalla riforma. L’art. 5 afferma che gli obiettivi devono soddisfare delle caratteristiche metodologiche precise. Devono essere: rilevanti e pertinenti rispetto ai bisogni della collettività; specifici e misurabili; sfidanti; riferibili ad un arco temporale determinato; commisurati a standard definiti a livello nazionale e internazionale; confrontabili e correlati alla quantità e alla qualità delle risorse disponibili. "Buoni" obiettivi sono essenziali per valutare le performance: senza scomodare l’ampia letteratura scientifica a riguardo (solo a titolo esemplificativo, Chun & Rainey, 2005), basta leggere i documenti programmatici di qualche amministrazione pubblica per comprendere come gli obiettivi delle strutture, prima ancora che degli individui, non soddisfino i requisiti metodologici elementari, rendendo vana o addirittura controproducente la valutazione delle performance. Tant’è vero che dai rapporti consuntivi sul raggiungimento degli obiettivi di tante amministrazioni, emergono in genere livelli dal 90% al 100%: o siamo in presenza della Pubblica Amministrazione più efficiente del mondo o, evidentemente, c’è qualcosa che non va. Il decreto interviene e assegna agli attori del sistema di valutazione (commissione centrale, organismi indipendenti, dirigenti, organi di indirizzo politico) responsabilità precise. È un passo innovativo che crea le condizioni per risolvere il "vizio originario" del nostro sistema di programmazione e valutazione strategica.

NON E’ VERO CHE IL DECRETO NON SI INTERESSA DEL LIVELLO ORGANIZZATIVO

Il decreto non prescrive modelli organizzativi specifici, ma questo è ovvio. Il decreto riconosce che il problema fondamentale non sono né i giusti principi (già largamente presenti nelle norme), né l’imposizione di modelli organizzativi astrattamente ottimali, bensì un corretto sistema di incentivi, materiali e non. Sarebbe insensato assegnare a norme di legge la fissazione di specifici modelli organizzativi che pertengono all’autonomia di ogni singola amministrazione. La logica della riforma è invece quella di determinare, attraverso la creazione di un nuovo sistema di incentivi, basato sulle leve della trasparenza, della misurazione, della responsabilità e della premialità, una pressione forte sui risultati, lasciando alle amministrazioni l’autonomia di definire i più opportuni assetti organizzativi per conseguirli. Per ovviare agli evidenti problemi di ineffettualità delle riforme precedenti si è scelto di agire attraverso un mix di strumenti tali da spingere concretamente e continuamente le amministrazioni verso percorsi di miglioramento continuo dei processi e dei servizi.
A questo fine, la dimensione organizzativa – intesa non tanto nella sua accezione strutturale ma in termini di sistemi operativi – è presente nel decreto in modo matriciale. Infatti:
Tutto il decreto è incentrato sul binomio trasparenza-valutazione della performance, che si esplica in gran parte a livello organizzativo e non di singoli individui.

All’art. 4 si affronta il tema del "ciclo di gestione delle performance" che inquadra la valutazione a livello organizzativo nell’ambito degli altri sistemi operativi (pianificazione strategica, budgeting, rendicontazione, ecc.).
All’art. 7 si stabilisce che il "sistema di misurazione e valutazione della performance" deve consentire la valutazione organizzativa e individuale. È ben chiaro che i due livelli sono profondamente interconnessi, come insegna la letteratura organizzativa e manageriale e ci suggeriscono autorevoli istituzioni internazionali (OECD 1996, 1997, 2004 e 2005).
All’art. 9 si precisa che: a) la valutazione dei dirigenti è collegata agli indicatori di performance relativi all’ambito organizzativo di diretta responsabilità; b) la valutazione del personale è connessa al raggiungimento di specifici obiettivi di gruppo e/o individuali.
All’art. 10 si chiarisce che il piano e il rapporto di performance consentono, in relazione alle risorse disponibili, la valutazione della performance dell’amministrazione e non solo del personale dirigenziale e non.
All’art. 13, commi 4 e 5, scorrendo i compiti della Commissione, si rileva facilmente come molti di essi siano ascrivibili alla dimensione organizzativa piuttosto che a quella individuale (es. qualità dei servizi pubblici, benchmarking, ecc.).
4. Non è vero che il sistema di valutazione è troppo centralizzato e monolitico. Al contrario il sistema disegnato è flessibile e decentrato. Il modello non è univoco, ciò che è univoco sono i requisiti metodologici minimi. La differenza non è banale e un esempio può chiarirlo. Ogni amministrazione, coerentemente al proprio contesto interno ed esterno, definirà obiettivi suoi propri e specifici. Tali obiettivi però dovranno soddisfare dei requisiti minimi (se ne dovrà motivare la rilevanza, pertinenza, misurabilità, raggiungibilità, ecc.). Gli attori che parteciperanno alla definizione degli obiettivi, alla valutazione delle performance, ecc., sono interni alle singole amministrazioni e non centralizzati. Ciò che sarà centralizzato sarà la definizione dei requisiti minimi – che sarà competenza della commissione centrale – per garantire una valutazione corretta e la massima trasparenza esterna. Cosa c’è di centralizzato e monolitico in tutto ciò? Si può argomentare, al contrario, che sia un buon bilanciamento tra necessità di governance del sistema e autonomia delle singole amministrazioni.
Quanto alle soluzioni proposte dagli Autori, si può facilmente dimostrare che esse già sono contenute nel decreto:
Enfasi su uffici e non individui, e adeguati sistemi di misurazione. Oltre a quanto già argomentato, appare molto limitativo e anche un po’ anacronistico individuare nei (soli) sistemi di contabilità industriale la soluzione per la misurazione delle performance delle pubbliche amministrazioni. Infatti, quest’ultima ha una natura multi-dimensionale (una citazione per tutti: il modello del valore pubblico di Moore). La riforma va ben oltre la mera introduzione della contabilità industriale, ma comporta la definizione di un sistema multidimensionale di misurazione delle performance (non solo input ma anche output e outcome in una logica di balanced scorecard).
Indirizzare il lavoro della Commissione verso la costruzione di sistemi di misurazione che permettano di comparare le performance collettive. All’art. 13, comma 4, tra i compiti della Commissione è previsto già il ruolo di accompagnare la costruzione di sistemi di misurazione che permettano di comparare le performance a livello sia organizzativo che individuale (benchmarking) per aiutare ciascuna amministrazione a ridefinire il proprio modello organizzativo.
Legare l’incentivazione non ad una gratifica annuale ma al percorso di carriera. Forse è sfuggito, ma nell’ambito del decreto, la valutazione non è solo legata alla premialità economica ma anche al percorso di carriera (art. 24). Inoltre, la valutazione individuale positiva può dar luogo a incarichi specifici (art. 25). Non è illusorio quindi pensare che l’abbinamento di queste disposizioni abbia un impatto sulla motivazione, a breve e a lungo termine. Al contrario, pensare che la motivazione del personale possa essere spinta unicamente da prospettive di lungo termine sembra quanto meno anacronistico e rispecchia una visione della PA d’antan.
In conclusione, desideriamo ringraziare gli Autori, dal momento che ci hanno consentito di chiarire e comunicare meglio logiche e aspetti di una riforma che, essendo complessa, può risultare non pienamente intelligibile ad una prima e non approfondita lettura. Certo, se i loro spunti ci fossero giunti nell’ambito delle varie occasioni di consultazione sui contenuti del decreto – alle quali peraltro uno di loro è stato personalmente ma vanamente invitato a partecipare – sarebbero stati apprezzati meglio e prima.

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