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UN ANNO DI GOVERNO BERLUSCONI – PARTE I

Come già abbiamo fatto per l’esecutivo guidato da Prodi, tracciamo un bilancio di quanto ha fatto o non ha fatto il Governo Berlusconi nel suo primo anno di vita. Una prima serie di schede, ciascuna dedicata a un tema, cercando di mettere in luce, in forma sintetica, i provvedimenti, i loro effetti nel tempo e le occasioni mancate. Nei prossimi giorni nuove schede per fornire un panorama quanto più completo su tutte le materie dell’azione di governo.

PENSIONI, di Agar Brugiavini
PRIVATIZZAZIONI, di Carlo Scarpa
SCUOLA, di Daniele Checchi e Tullio Jappelli
UNIVERSITÀ, di Daniele Checchi e Tullio Jappelli
MERCATI FINANZIARI, di Marco Onado
GIUSTIZIA, di Carlo Guarnieri
IMMIGRAZIONE, di Maurizio Ambrosini
EDILIZIA ABITATIVA, di Raffaele Lungarella

UN ANNO DI GOVERNO: PENSIONI

 

I PROVVEDIMENTI

È stato fatto ben poco in tema di pensioni.
Un primo provvedimento è stato l’abolizione del divieto di cumulo. Rimuove il divieto, quindi rende possibile, il cumulo tra pensione e reddito da lavoro sia per le pensioni di anzianità calcolate con il sistema di calcolo retributivo (per coloro che avevano almeno 18 anni di anzianità contributiva al 31 dicembre 1995) sia per le pensioni cosiddette di vecchiaia calcolate con il sistema di calcolo contributivo (per coloro che hanno un’anzianità contributiva che parte dal 1° gennaio 1996).
Una proposta emersa nel 2008 (del ministro Brunetta) è quella relativa all’elevazione dell’età pensionabile per le donne nel pubblico impiego. Secondo i promotori, il governo risponde così a una direttiva della Commissione europea. La proposta prevede, nel settore pubblico, la parificazione dei requisiti di accesso alla pensione di vecchiaia tra uomo e donna, elevando per le donne l’età a 65 anni entro il 2018.
Importante ricordare un provvedimento che, seppure di poca entità in cifra assoluta, risulta inquietante per l’introduzione del principio delle “eccezioni”: è la sospensione del metodo contributivo per i dipendenti della Camera.

GLI EFFETTI

Difficile valutare gli effetti della rimozione del divieto di cumulo, poiché molto dipende dalle risposte individuali a questo incentivo. L’intenzione del legislatore era quella di favorire la permanenza nel lavoro per coloro che avessero maturato i requisiti per il pensionamento. Ma da un lato non è facile stabilire se questi lavoratori avrebbero comunque continuato a lavorare, dall’altro la rimozione del divieto ha un costo stimato di 500 milioni di euro.
L’eventuale equiparazione dell’età di pensionamento per le donne nel settore pubblico ha l’effetto di bloccare alcune generazioni di lavoratrici che, non raggiungendo i requisiti di anzianità basati sugli anni di contributi, sarebbero uscite con i requisiti di vecchiaia (a 62 anni). Il provvedimento non produce risparmi rilevanti se confrontato con interventi alternativi.
La sospensione del metodo contributivo per i dipendenti della Camera introduce il pericoloso principio della eccezione di trattamento di alcune categorie di lavoratori. Queste eccezioni rischiano di minare alla base il metodo contributivo, l’unico compatibile con la sostenibilità finanziaria del sistema.

OCCASIONI MANCATE

Si poteva accelerare lÂ’introduzione del metodo contributivo applicandolo a tutti i lavoratori. Questo avrebbe portato a risparmi apprezzabili.
Si poteva reintrodurre la finestra con età flessibili di uscita rimossa dagli interventi del 2007 (scaloni e scalini), indifferenziata per genere, aumentando i valori delle età e portandole a 61-67 anni invece degli originali 57-65. Questi provvedimenti avrebbero garantito risparmi di lungo periodo necessari a contrastare l’aumento del disavanzo, che si registra in fase di crisi, e quindi favorire un rientro del debito che è invece destinato a crescere.

UN ANNO DI GOVERNO: IMMIGRAZIONE

 

PROVVEDIMENTI

Una volta vinte le elezioni e insediato al ministero degli Interni Roberto Maroni, esponente di quella Lega Nord che da sempre ha fatto del contrasto allÂ’immigrazione un cavallo di battaglia, il governo Berlusconi si è messo allÂ’opera: con un linguaggio in cui ricorre il binomio immigrazione (clandestina) – insicurezza dei cittadini, e con una serie di interventi volti a comunicare allÂ’opinione pubblica lÂ’idea di un sostanziale inasprimento dellÂ’atteggiamento nei confronti degli stranieri  immigrati.
Uno dei primi atti del nuovo governo, di notevole impatto simbolico, è aver definito “emergenza” la questione rom nelle aree metropolitane, con conseguente nomina dei prefetti a commissari, utilizzando le disposizioni legislative sulle grandi calamità naturali. Il loro primo compito è stato quello di procedere all’identificazione degli abitanti, e in particolare dei minori, degli insediamenti autorizzati e spontanei, anche mediante il prelievo delle impronte digitali. Di fatto, i prelievi delle impronte sono stati pochissimi. Mentre sono proseguiti i consueti sgomberi di alcuni insediamenti abusivi, e gli altrettanto consueti riallestimenti a poca distanza.

La seconda iniziativa è l’introduzione dell’aggravante di clandestinità, in caso di condanna penale, insieme alla definizione dell’immigrazione irregolare come reato, peraltro punibile, dopo una lunga negoziazione politica, soltanto con un’ammenda.
Va poi ricordato l’accordo con la Libia di Gheddafi, fino a poco prima considerato un fiancheggiatore del terrorismo internazionale. Il governo ha annesso grande importanza alla collaborazione della Libia nella sorveglianza della frontiera marittima più calda, quella del canale di Sicilia, anche mediante l’internamento di migranti e rifugiati in campi di detenzione sottratti al controllo internazionale.
Arriviamo così al cosiddetto “pacchetto sicurezza”, che sta per concludere lÂ’iter parlamentare. Anche in questo caso, è la Lega Nord a dettare la linea governativa sullÂ’argomento, nonostante qualche distinguo fra i parlamentari del Pdl. Dovrebbe alla fine cadere la possibilità di denuncia da parte del personale medico per gli immigrati irregolari che ricorrono alle cure delle strutture pubbliche, mentre sembra destinata a essere reintrodotta, insieme alle ronde di privati cittadini, la possibilità di trattenimento fino a 18 mesi nei centri di permanenza temporanea, ribattezzati Cie, centri di identificazione ed espulsione. In questi giorni si discute anche di un altro aspetto, da tempo segnalato da alcuni giuristi: lÂ’obbligo di esibire il permesso di soggiorno per lÂ’accesso ai servizi sociali e agli atti dello stato civile (modifica dellÂ’articolo 6 Tu immigrazione) preclude allÂ’irregolare lÂ’accesso anche ai servizi essenziali, come la scuola, contraddicendo altre norme del Testo unico sull’immigrazione, nonché le convenzioni internazionali in materia di protezione del minore. E il “combinato disposto” del reato di immigrazione clandestina e degli articoli 361 e 362 del codice penale (obbligo di denuncia da parte di tutti i pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio) renderà comunque impossibile lÂ’accesso a qualsiasi servizio, persino i trasporti, ove lÂ’irregolare possa entrare in contatto con un pubblico ufficiale.
Una serie di norme della legislazione vigente (la legge quadro del 1998, già modificata con la cosiddetta Bossi-Fini) sono dunque emendate a senso unico, penalizzante per gli immigrati, senza nessun cambiamento nel segno dell’integrazione. Un esempio emblematico è il cosiddetto “permesso di soggiorno a punti”: punti che gli immigrati possono solo perdere, mai guadagnare, per quanto bene si possano comportare.

EFFETTI

Gli sbarchi sulle nostre coste sono proseguiti, arrivando a quota 30mila alla fine del 2008, con un notevole incremento rispetto agli scorsi anni. La deterrenza attraverso la “cattiveria”, per citare il ministro Maroni, non sembra aver sortito i risultati attesi. Il governo è stato altresì costretto a fare marcia indietro sulla trasformazione del centro di accoglienza di Lampedusa in centro di identificazione ed espulsione.
Le espulsioni realizzate sono state poco più di 6mila (fine ottobre 2008), e non potrebbero essere molte di più. In tutta Italia, i posti nei centri di identificazione ed espulsione sono meno di 1.200. L’insistenza sui diciotto mesi di trattenimento è fuorviante: non si farebbe altro che intasare, con pochi malcapitati, i pochi posti disponibili. Con l’ultimo decreto flussi sono state presentate domande per 740mila immigrati, normalmente già di fatto presenti e occupati in Italia. Il tasso di espulsione si aggira quindi, ad essere ottimisti, intorno all’1 per cento dei casi. (1)
Il fondo per le politiche di integrazione degli immigrati è stato quasi azzerato, trasferendo le risorse alle politiche di controllo. Sono rimasti 5 milioni di euro, contro i 300 della Spagna e i 750 della Germania
La questione rom è praticamente scomparsa dalle cronache, ma resta irrisolta. I censimenti hanno comunque permesso di smontare le cifre più fantasiose. In provincia di Milano si parlava di 20mila rom nei “campi”, di cui 10mila in città. Di fatto, non arrivano a 800. Le misure di integrazione, addotte di fronte alle istituzioni europee come giustificazione per i censimenti, finora non si sono viste.
Nel paese si è diffuso un clima di ostilità nei confronti degli immigrati, sfociato in fatti di violenza e in uno stillicidio di episodi comunque inquietanti.
A Nord, a livello locale, sono proliferate normative volte a togliere la possibilità di iscrizione anagrafica a persone indigenti, il cui bersaglio sono principalmente rom e immigrati. In alcune città, come a Brescia con il bonus-bebé, si è tentato di varare disposizioni che concedono determinati benefici soltanto ai cittadini italiani. A Milano si è cercato di impedire l’iscrizione alle scuole materne dei bambini i cui genitori non hanno un permesso di soggiorno. Ora, sono entrati nel mirino anche gli esercizi che producono e vendono kebab, con un successo presso i consumatori che probabilmente non è estraneo alle proposte restrittive. (2)
L’immagine internazionale dell’Italia è stata scossa dai ripetuti attriti con le istituzioni europee, le organizzazioni di tutela dei diritti umani e la stampa indipendente sul trattamento di rom e immigrati. Peraltro, critiche e proteste vengono recuperate dalla comunicazione governativa come prove della linea di fermezza finalmente adottata, e la difesa dei diritti umani è screditata come “buonismo”.
Il governo non è però intervenuto sulla molla principale dell’immigrazione irregolare, ossia le grandi opportunità di lavoro nero che il nostro mercato offre. Anzi, ha alleggerito ispezioni e controlli.
Ha proseguito sulla strada delle sanatorie mascherate attraverso i decreti-flussi. Se nel 2009 non autorizzerà nuovi flussi di ingresso, per la recessione, ha però promesso di regolarizzare un nutrito contingente, a di immigrati rimasti esclusi dal decreto flussi 2008, pare intorno alle 150mila unità. La discontinuità con il passato e la severità asserita vengono meno proprio sul punto decisivo.
Il governo è però riuscito fin qui nel suo intento principale: comunicare all’opinione pubblica l’idea di una maggiore tutela della sicurezza. Un risultato sul piano dell’immagine e della propaganda, non confermato dai fatti.

OCCASIONI MANCATE

Il governo non ha neppure voluto affrontare temi come quello del diritto di voto o di un accesso più rapido alla cittadinanza, neppure per i figli degli immigrati, nati e cresciuti in Italia. Nulla neppure per facilitare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, evitando il riprodursi del fenomeno dell’immigrazione giuridicamente irregolare, ma utilizzata ampiamente nel mercato del lavoro. Come è stato laconicamente comunicato, questi temi non rientrano nel programma di governo.

(1) Grazie alle domande del decreto flussi, il ministero degli Interni dispone di nome, cognome, indirizzo degli immigrati irregolari occupati, nonché dei loro datori di lavoro. Per arrestarli, non avrebbe bisogno né di medici collaborativi, né di altre dubbie strategie. Avrebbe solo due problemi: 1) dove rinchiuderli, da chi farli sorvegliare, come trovare le risorse per rimpatriarli; 2) fare i conti con i datori di lavoro, in buona parte famiglie con carichi assistenziali.
(2) Diversamente da Lucca, la norma proposta in Lombardia non si riferisce esplicitamente ai kebab o al cibo etnico, ma i proponenti nelle loro dichiarazioni non hanno mancato di sottolineare quale sia lÂ’effettivo bersaglio dei divieti.

IL FEDERALISMO SECONDO TREMONTI

Approvata definitivamente la legge delega sul federalismo fiscale, resta ora la partita della sua attuazione. Ed è tutta da giocare perché i principi contenuti nella delega sono molto generali e possono dar luogo a esiti assai differenziati. Come correttamente ci ricorda il ministero dell’Economia, la completa riscrittura della struttura della spesa e delle entrate pubbliche auspicata dalla legge manca ancora sia dei supporti fondamentali di conoscenza sia delle scelte politiche che ne caratterizzeranno il mix finale fra autonomia e solidarietà nazionale.

MA QUANTO HA RESO VENDERE GLI IMMOBILI PUBBLICI?

Si è conclusa a febbraio la vicenda di Scip. Non è immediato tirare le fila di tutta l’operazione e in particolare capire quali siano stati i suoi costi effettivi. Per questo sarebbe bene che a consuntivo fossero resi pubblici i dati completi sulle entrate e uscite della società in questi anni. In ogni caso, il costo più importante è quello reputazionale per lo Stato italiano associato all’insuccesso di Scip2. La morale è che da operazioni finanziarie sul patrimonio non c’è da attendersi molto in termini di riduzione del debito pubblico.

LE CONSEGUENZE DELL’IMMOBILISMO

Finalmente abbiamo la Relazione unificata sull’economia e la finanza. Era un documento atteso e importante per capire come è evoluta la strategia di politica economica del governo dopo l’aggravarsi della crisi e per avere un quadro più preciso sullo stato dei conti pubblici. Certifica le conseguenze dell’immobilismo di fronte alla crisi. La spesa pubblica aumenta accentuando il suo squilibrio a favore di pensioni e dipendenti pubblici, mentre disavanzo e debito peggiorano in modo consistente. E le stime potrebbero essere troppo ottimistiche sul lato delle entrate.

UNA NUOVA POVERTA’ ASSOLUTA

L’Istat ha disegnato una nuova metodologia di calcolo della povertà assoluta. Non si tratta di un concetto di sopravvivenza, di carenza di risorse tale da mettere in pericolo serio la vita stessa, ma di un concetto di “minimo accettabile”. Con due ipotesi di partenza: i bisogni primari sono omogenei su tutto il territorio nazionale, mentre i costi sono variabili nelle diverse aree. A definire la condizione non è dunque una soglia unica, ma tante soglie quante sono sono le combinazioni tra tipologia familiare, ripartizione geografica e dimensione del comune di residenza.

I DUBBI RISPARMI DELLO SPOSTAMENTO DEL G8

La scorsa settimana il Governo ha deciso di spostare la sede del G8 di giugno dallÂ’isola della Maddalena allÂ’Aquila. Il Presidente del Consiglio ha motivato la sua scelta con il fatto che il trasferimento “permetterà di risparmiare soldi, che potranno essere usati per la ricostruzione” delle aree terremotate. Tale spiegazione desta qualche perplessità. Abbiamo chiesto i dati sui costi del G8 alla protezione civile, ma dopo ripetute insistenze abbiamo ricevuto soltanto le due tabelle allegate.  Speriamo che nei prossimi giorni vogliano darci informazioni adeguate per una valutazione dei costi della riunione e del suo spostamento a l’Aquila. Per il momento è comunque possibile svolgere le seguenti considerazioni. Ipotizziamo, per assurdo, che fino ad oggi in Sardegna non sia ancora stato speso un euro. Perché la scelta dellÂ’Aquila dovrebbe consentire risparmi di risorse? Nel capoluogo abruzzese ci sono esigenze edilizie e/o logistiche più limitate rispetto alla Sardegna? Ma, va da sé, mancando meno di due mesi allÂ’evento, una parte significativa dei lavori previsti in Sardegna è già stata avviata. Berlusconi ha assicurato che tutte le opere in cantiere saranno concluse. Quindi, perché vi siano dei risparmi, è necessario che allÂ’Aquila si spenda meno della differenza fra quanto previsto inizialmente per la Maddalena e lÂ’ammontare delle risorse da destinare alle opere già in fase di realizzazione. Ipotizzando, prudenzialmente, che sia in corso di esecuzione il 40% degli interventi previsti, rimarrebbe a disposizione il restante 60%. Poiché, come si può evincere anche dalle disposizioni contenute nel decreto approvato dal Governo il 23 aprile, i lavori che saranno effettuati in Abruzzo comporteranno un maggiore esborso a causa dellÂ’urgenza, e supponendo di utilizzare tutte le risorse stanziate per la Sardegna, si potranno realizzare meno della metà delle opere inizialmente previste. Ma perché vi possano essere degli effettivi risparmi, gli interventi che verranno attuati dovranno essere ancor più essenziali. Quindi, delle due lÂ’una: o i risparmi non ci saranno oppure la cifra inizialmente stanziata era in buona parte ingiustificata. Si può da ultimo sottolineare che, se lÂ’obiettivo principale era quello del contenimento dei costi, la strategia più efficace sarebbe stata quella di tagliare una parte delle opere superflue previste in Sardegna e non ancora completate. Quella dei risparmi è forse una motivazione di copertura per altre, più sostanziose, questioni: per esempio ragioni di sicurezza che il Governo non vuol lasciar trapelare? O semplice desiderio di spettacolarizzare ancora di più il dramma dellÂ’Abruzzo?

IL CONTO DELLE PERDITE A EST*

I debiti denominati in valuta straniera dei paesi dell’Europa centrale e orientale ammontano a 250 miliardi di dollari. Quello che era stato presentato come un affare, si rivela oggi una dura lezione per le imprese e le famiglie che hanno fatto ricorso a quei prestiti. Il totale delle perdite è di circa 60 miliardi di dollari. Ma quali sono le conseguenze per le finanze pubbliche? E per la valutazione del rischio di default di Stati sovrani? Si allargano gli spread sui credit default swap. Anche se non tutti i paesi sono uguali. Delle ricadute della crisi nelle diverse aree dell’economia globale si parlerà al Festival dell’Economia di Trento, dal 29 maggio al 31 giugno.

ELEZIONI EUROPEE: PER CHI VOTO?

EU Profiler è uno strumento on-line che permette all’utilizzatore di confrontare le proprie posizioni sui vari problemi della politica con i programmi dei diversi partiti che si presentano alle elezioni per il Parlamento europeo del 7 giugno e di verificare il proprio posizionamento su un asse destra/sinistra, oltre al “grado” di europeismo, rispetto a tutte le forze politiche europee. Un “gioco” utile e intelligente. Il programma è stato sviluppato da un consorzio guidato dallo European University Institute di Firenze.

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