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UN ANNO DI GOVERNO: FISCO

 

I PROVVEDIMENTI

Dal suo insediamento a oggi il governo è intervenuto massicciamente in campo fiscale; A questo attivisimo non si è accompagnata una diminuzione della pressione fiscale.
Dopo lÂ’abolizione dellÂ’Ici- prima casa e la detassazione di straordinari e premi di produzione, allo scopo di dare seguito alle promesse elettorali di riduzione delle imposte, il governo ha introdotto nuove forme di prelievo (la cosiddetta “Robin tax”) per esigenze di gettito – il finanziamento della “manovra triennale”.
È stata poi la volta delle misure “anticrisi”, del novembre 2008 e del gennaio 2009, con una molteplicità di interventi in campo fiscale, di vario segno: entrambi i decreti sono infatti a saldo pressoché nullo e le minori entrate e maggiori spese previste sono finanziate in larghissima parte con aumenti di imposte. E di varia natura: a volte nuovi, a volte riedizioni del passato, temporanei o permanenti, rivolti a diversi soggetti (famiglie o imprese) e con obiettivi diversi. Si possono citare, in un elenco certo non esaustivo:

  • la deduzione del 10 per cento dellÂ’Irap dallÂ’imponibile Ires e Irpef: uno sgravio fiscale, a carattere permanente, rivolto prevalentemente alle imprese, attuato allo scopo principale di prevenire o ritardare un intervento sanzionatorio da parte della Corte costituzionale in materia;
  • la detrazione del 20 per cento dallÂ’Irpef per lÂ’acquisto di alcuni beni durevoli, come frigoriferi, mobili e computer: un incentivo fiscale temporaneo, che ha affiancato i bonus per lÂ’acquisto di autovetture, allo scopo di aiutare i settori economici maggiormente in crisi;
  • il concordato preventivo per i distretti: una riedizione, con qualche modifica, di un incentivo già tentato, ma senza concreta attuazione, dal passato governo di centrodestra
  • gli incentivi fiscali alle riorganizzazioni aziendali, come le fusioni e scissioni: riedizione, con modifiche, di un incentivo di carattere temporaneo alle imprese;
  • le imposte sostitutive connesse a riallineamenti contabili da parte delle società e delle imprese: un aumento di prelievo di natura “volontaria”, che consentirà alle aziende, pagando di più oggi, di pagare meno in futuro, con simmetrici effetti sul bilancio dello Stato;
  • la “porno tax”: riedizione di un tentativo, in passato abortito, di prelevare imposte più elevate sui redditi generati da vendita di materiale pornografico, esteso ora anche a chi guadagna abusando della credulità popolare tramite trasmissioni televisive o numeri telefonici a pagamento.

Infine, alcuni provvedimenti si sono resi necessari per fronteggiare l’emergenza del terremoto in Abruzzo. Per non “mettere le mani nelle tasche dei cittadini”, come hanno ripetutamente rassicurato Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti, si è fatto ricorso, dal lato delle entrate, a imposte sui giochi, da cui ci si attende un ammontare complessivamente pari a 1,5 miliardi fra il 2009 e il 2011, in grado di fornire, da solo, quasi il 75 per cento della copertura delle spese previste per il medesimo triennio. Si tratta di imposte a carattere regressivo e “sugli stupidi”, come ebbe occasione di definirle Einuadi, proprio perché basate su aspettative irrazionali, dal punto di vista probabilistico, di vincita.
Tra gli interventi fiscali del governo andrebbero poi sottolineati i nuovi orientamenti nel campo delle azioni di contrasto allÂ’evasione: hanno smantellato un insieme di importanti provvedimenti di prevenzione messi a punto dal governo precedente a favore di riedizioni aggiornate del redditometro e di altre forme di accertamento sintetico. Hanno anche ampiamente rivisto, riducendole, le sanzioni in caso di mancato o ritardato pagamento delle imposte.

GLI EFFETTI

Èdifficile, se non impossibile, valutare gli effetti economici sui comportamenti dei contribuenti e  gli effetti distributivi di questa miriade di difformi interventi. Nell’insieme, l’impressione è negativa, non solo perché si aumenta la pressione fiscale complessiva nonostante la congiuntura economica sfavorevole, ma soprattutto perché gli interventi non sembrano “mirati” e adeguati neppure dal punto di vista micro o settoriale, né per affrontare la crisi, né per migliorare la struttura e razionalità del nostro sistema tributario.
LÂ’abolizione Ici prima casa, oltre ad avere effetti redistributivi negativi, pone problemi allÂ’attuazione di un federalismo responsabile, che come è noto dalla letteratura e dalle esperienze internazionali ha come cardine proprio lÂ’imposta immobiliare, anche sulla prima casa. La “Robin tax” non esprime un sistema organico e coerente di tassazione degli extraprofitti come era la Dit, con lo scopo di detassare il rendimento normale, in caso di finanziamento con capitale proprio, ma è una sorta di tassazione arbitraria di alcuni settori produttivi dove si “riteneva” più facile poter prelevare gettito: lÂ’imperfetto è doveroso, perché questi settori – petrolifero, bancario e assicurativo – hanno poi particolarmente sofferto la caduta del prezzo del petrolio e la crisi finanziaria e, nel caso delle banche, sono anche stati oggetto di successivi interventi di sostegno.
Col senno di poi, anche la detassazione degli straordinari, introdotta sullÂ’onda del successo elettorale, si è presto rivelata anacronistica. Detassazione degli straordinari e dei premi di produzione (questÂ’ultima ancora in vigore) aprono inoltre un vulnus nella struttura dellÂ’Irpef alterandone equità ed efficienza, in quanto tassano in modo agevolato un particolare segmento della sua base imponibile – il reddito complessivo del contribuente – e si prestano ad abusi. Il più recente intervento sullÂ’Irap, un intervento di struttura, è quantitativamente ben poco rilevante ed è impensabile attribuire a esso effetti economici di rilievo, ad esempio sulla riduzione del costo del lavoro. Gli incentivi allÂ’acquisto di beni durevoli presentano alcune complessità di attuazione e, se si esclude un qualche effetto sul mercato dellÂ’auto, è difficile ritenere che abbiano un impatto di rilevo sulla domanda.
Si potrebbe continuare, ma nel complesso si tratta comunque di interventi frammentari, mai ispirati a un disegno o a un percorso coerente di riforma, per lo più rivolti a rispondere a specifiche esigenze, a volte confidando sul solo effetto annuncio. Continuano poi a riemergere incentivi che da temporanei tendono nel tempo a diventare permanenti e a cui se ne affiancano di nuovi, che pur nascendo temporanei, rischieranno a loro volta, con modifiche e interruzioni, di divenire permanenti. Nonostante ciò, non ne vengono a posteriori mai monitorati o resi noti i relativi effetti, e la loro importanza, rispetto ai costi che comportano in termini di mancato gettito. Il fisco, intanto, si riempie di eccezioni, diventa meno comprensibile e certo per il contribuente e perde le sue caratteristiche originarie di equità ed efficienza. 
Non è questo il fisco che servirebbe in periodi di crisi.

UN ANNO DI GOVERNO: POLITICHE PER LE FAMIGLIE

I PROVVEDIMENTI

Gli interventi a sostegno delle famiglie adottati nell’ultimo anno sono stati di carattere principalmente monetario, attraverso le leggi n. 133/08 e n. 2/09.
Il Bonus famiglia, di 200-1.000 euro per famiglia, è destinato a lavoratori dipendenti e pensionati che hanno un reddito compreso fra 15mila e 22mila.
I destinatari sono famiglie che possiedono esclusivamente redditi da lavoro dipendente e da pensione. Si tratta di uno strumento una tantum che include gli stranieri residenti, ma sembra escludere i single che non sono titolari di reddito da pensione. Gli importi del bonus variano fra le diverse tipologie familiari in modo coerente con la linea di povertà ufficiale per il 2007.
La Social card ha invece erogazione mensile, non una tantum. L’importo è circa tre volte il “bonus incapienti”’ del passato governo: circa un euro e 33 centesimi al giorno contro i circa 42 centesimi. I destinatari sono famiglie povere che hanno almeno un bambino con meno di tre anni, e in alcuni casi particolari anche individui poveri con almeno 65 anni. Ne sono esclusi gli stranieri anche se regolarmente iscritti all’anagrafe. Anche se gli importi sono modesti, non è chiara la discriminazione sull’età dei bambini. La soglia di reddito tiene correttamente conto della composizione del nucleo familiare, poiché è misurata in base al reddito equivalente Isee.
Il Fondo di credito per i nuovi nati ha l’obiettivo di concedere alle famiglie che abbiano un figlio (nato o adottato) nel 2009, 2010, 2011 un prestito di 5mila euro per far fronte alle spese per le “più tipiche esigenze del bambino nei suoi primi anni di vita”. Il debito potrà essere assolto a un tasso d’interesse di 4 per cento in cinque anni (articolo 4 del decreto legge n. 185 del 29/11/2008 e legge di conversione n.2 del 28/01/2009). Tuttavia, il Fondo manca ancora di decreto attuativo.

GLI EFFETTI

Per quanto riguarda il Bonus famiglia e Social card, il carattere una tantum del primo e l’esiguità degli importi (totali e per le singole famiglie destinatarie) della seconda fanno presupporre che gli effetti saranno modesti. Ma resta comunque necessario un attento monitoraggio delle due misure. Per quanto riguarda la Social card, poi, la sua efficacia andrà valutata anche in relazione ai possibili rapporti di integrazione o sostituzione con la carità privata, che rischia di contrarsi durante i periodi di recessione.
Nelle intenzioni del governo, i Fondi per i nuovi nati dovrebbero avere effetti sui livelli di fertilità. Tuttavia, la bassa fecondità in Italia è dovuta soprattutto al posticipo del primo figlio e alla riduzione dei figli di ordine successivo. Da numerosi studi di demografi ed economisti, emerge che i trasferimenti monetari dallo Stato non influenzano in modo sensibile le scelte relative alla fertilità: avere più soldi non spinge necessariamente le coppie a fare più figli, mentre può avere qualche effetto positivo disporre di un sistema di servizi migliore. (1)
Una di queste è la recente riforma della scuola con i tagli all’organico del corpo docente della scuola secondaria, prevalentemente femminile, e l’introduzione del maestro prevalente, che renderà difficile il mantenimento dell’orario a tempo pieno. Se il primo intervento riduce direttamente i livelli occupazionali femminili, il secondo può rappresentare un ostacolo all’occupazione delle mamme. Se consideriamo che molte donne in Italia lasciano il lavoro in seguito alla nascita dei figli, e se aggiungiamo che i servizi alla prima infanzia sono particolarmente carenti nel nostro paese, il tempo pieno nella scuola materna e primaria è uno dei pochi istituti a favore della conciliazione tra cura dei figli e lavoro. La divisione paritaria del lavoro familiare è inoltre più compatibile con un modello scolastico che vede i bambini impegnati a scuola a tempo pieno. Se questo tipo di orario scolastico si riduce, c’è bisogno di una persona che si occupi dei bambini e questo implica un ritorno al passato che non incentiva il trend attuale, seppur debole, verso una divisione dei ruoli più simmetrica.
Un altro intervento che ha influenze sul benessere della famiglia è la detassazione degli straordinari. Si tratta di una misura a favore dei lavoratori che fanno (e possono fare) gli straordinari. Avvantaggia quindi soprattutto gli uomini, mentre non favorisce donne con figli piccoli, giovani e anziani, proprio quando il grosso problema del mercato del lavoro italiano continua a essere costituito dai bassi tassi di occupazione. Anche questo intervento va nella direzione opposta a una riduzione delle disuguaglianza di genere nel mercato del lavoro.

OCCASIONI MANCATE

Il 2010 è alle porte e nonostante le innumerevoli pagine scritte, i libri bianchi, i convegni e le dichiarazioni dÂ’impegno nulla è stato fatto per favorire una maggiore conciliazione tra lavoro e famiglia. Addirittura sono state varate politiche, poi in parte rientrate, che hanno reso più difficile la partecipazione del mercato del lavoro alle donne. Ci riferiamo ai tagli all’organico del corpo docente e anche alla detassazione degli straordinari. Tanto che il tasso di partecipazione femminile non è aumentato neanche di un punto percentuale, lasciando lÂ’Italia in fondo alle classifiche rispetto al resto dei paesi europei. La maggior parte dei paesi vicini allÂ’Italia, incluse Germania e Spagna, hanno attuato interessanti politiche della famiglia. Non averlo fatto anche nel nostro paese, mantenendo bassa la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, comporta maggiori rischi occupazionali e di povertà per le famiglie, specie in una situazione di crisi come quella attuale.

(1) Vedi Del Boca D. e Rosina A. Famiglie sole Il Mulino 2009.

MONOETNICI A CASORIA

Secondo il Presidente del Consiglio l’Italia non è un Paese multietnico. Non è chiaro cosa voglia dire Silvio Berlusconi con questa affermazione. In Italia, secondo l’Istat, gli stranieri residenti sono circa 3,9 milioni su una popolazione totale di 60 milioni, quindi attorno al 6,5 per cento. Questa percentuale è inevitabilmente destinata a salire nei prossimi anni fino a raggiungere, secondo alcune proiezioni, il 10 per cento nel 2020. Uno su dieci stranieri residenti, ai quali si aggiungeranno gran parte degli italianissimi figli degli attuali stranieri. Ma la presenza di etnie diverse la osserva già ora chi accompagna i propri figli a scuola o semplicemente sente da loro racconti sui compagni di classe dai nomi come Jair, Biniam, Selma. La osserva chi va a correre al parco durante il weekend e vede partite in cui squadre composte da peruviani, filippini e italiani sfidano altre squadre composte da brasiliani, marocchini e italiani. La osserva chi ha parenti anziani assistiti da badanti lituane o donne eritree che fanno le pulizie in casa. La osserva chi rientra a casa la sera nelle carrozze stipate della metropolitana o chi guida per le strade delle nostre città e si vede chiedere lÂ’elemosina ad ogni semaforo. Insomma, la multietnicità dell’Italia si vede dappertutto. Ovunque, tranne forse alle feste di compleanno delle diciottenni di Casoria.

UN ANNO DI GOVERNO: GIUSTIZIA

 

I PROVVEDIMENTI

In materia di giustizia il primo anno del governo Berlusconi uscito dalle elezioni del 2008 non si è caratterizzato per particolare attivismo. Al di là delle dichiarazioni, i provvedimenti varati sono di portata abbastanza ridotta. Spicca ovviamente lÂ’approvazione a tamburo battente – il Ddl varato dal Consiglio dei ministri il 27 giugno 2008 viene definitivamente approvato il 23 luglio – del cosiddetto lodo Alfano, che sospende i procedimenti penali contro le alte cariche dello Stato e soprattutto nei confronti del premier. Per il resto, lÂ’attività si è concentrata sulla sicurezza, in un settore di prevalente competenza del ministro dellÂ’Interno, con il varo in aprile della legge n. 38/2009, che contiene svariate disposizioni destinate a rafforzare la repressione penale in questo settore.
In Parlamento sono però in esame diversi provvedimenti. In campo penale va segnalato quello inteso a evitare la divulgazione abusiva di intercettazioni che, a detta dei critici, renderebbe troppo difficile per il magistrato poterle disporre, con ricadute negative per l’efficacia delle indagini. Del resto, il governo non ha fatto mistero di voler limitare la libertà d’azione di cui oggi dispone il pubblico ministero, anche riducendone l’influenza sulla polizia giudiziaria.
Forse più impegnative sono le misure in discussione in campo civile. È in dirittura d’arrivo un provvedimento destinato, nelle intenzioni del governo, a ridurre i tempi della giustizia civile. Un risultato che sarebbe ottenuto con snellimenti procedurali, semplificazioni dei riti e soprattutto l’introduzione di un filtro per i ricorsi in Cassazione: il loro numero enorme è infatti una delle cause dei tempi lunghi della nostra giustizia. Dopo polemiche e decisioni contraddittorie, in Parlamento sembra essere emerso un consenso che dovrebbe concretizzarsi nei prossimi giorni.
Nonostante le aspettative e gli annunci, poco questo governo ha fatto, almeno finora, in tema di ordinamento giudiziario. Vi è stato solo, la scorsa estate, un provvedimento che ha introdotto incentivi economici per i magistrati disponibili a trasferirsi negli uffici giudiziari meno graditi. Nulla invece in tema di separazione delle carriere, nonostante il premier avesse preannunziato la trasformazione dei nostri pubblici ministeri in “avvocati dell’accusa”. Nulla neanche in tema di riforma della composizione e del ruolo del Csm, nonostante le critiche spesso aspre che l’attuale maggioranza ha espresso nei confronti di quest’organo.

GLI EFFETTI

La portata limitata di quanto fatto finora rende molto difficile valutare gli effetti delle politiche giudiziarie del governo Berlusconi. Dei provvedimenti approvati di recente o ancora in gestazione poco si può dire, almeno dal punto di vista delle conseguenze concrete: il discorso sull’immagine è, invece, un po’ diverso. L’unico provvedimento veramente efficace è stato il lodo Alfano che ha congelato i procedimenti penali contro il presidente del Consiglio, liberandolo dalle preoccupazioni che avevano “guastato” buona parte della sua precedente esperienza di governo. La patata bollente è stata ora scaricata sulla Corte costituzionale, chiamata a decidere della costituzionalità del lodo. È comunque probabile che anche in caso di giudizio sfavorevole, la forte maggioranza parlamentare permetterà al governo di escogitare qualche altro strumento per bloccare o ostacolare i procedimenti contro il premier.
Quanto all’altro provvedimento che il tempo permette di valutare – le misure per colmare i vuoti di organico nelle sedi disagiate – non sembra aver prodotto gli effetti sperati, dato che di recente il governo ha presentato in Parlamento norme per rendere più facili i trasferimenti d’ufficio verso quelle sedi.

LE OCCASIONI MANCATE

Nella sostanza il governo ha seguito una linea relativamente prudente: non ha affrontato il tema della riforma dell’ordinamento giudiziario (dopo la tanto contestata riforma varata, e poi corretta, nelle legislature precedenti) e una volta portato a casa il lodo Alfano, ha lasciato che gli altri provvedimenti seguissero lentamente il corso parlamentare. Quindi, a eccezione del lodo, ha rinunciato alla politica dei “cento giorni”, ad approfittare della netta vittoria elettorale per far passare le misure più controverse (o più incisive).
In realtà, il governo – e lo stesso ministro della Giustizia – sembra in questa fase aver investito soprattutto sul tema “sicurezza” e, in pratica, sull’inasprimento della repressione penale, come dimostra anche l’ulteriore provvedimento sulla “sicurezza pubblica” in corso di approvazione. È probabile che si tratti di un investimento redditizio in termini di consenso, almeno per un po’. A questo si è accompagnato un diverso stile ministeriale. Contrariamente al suo predecessore nei governi Berlusconi – Roberto Castelli – il ministro Alfano tende a non alimentare polemiche con la magistratura, a smorzarle quando emergono e a evitare comunque forti contrapposizioni. Bisognerà vedere se questa tattica più elastica di quelle sperimentate nel passato, gli permetterà di realizzare quello che appare il suo programma di fondo: un ridimensionamento, moderato ma non insignificante, dei poteri della nostra magistratura.

TANTI TITULI, SERO RIFORME

Il governo Berlusconi si è insediato da un anno. E’ dunque tempo di un primo bilancio di quanto fatto e non fatto. Proponiamo ai lettori una serie di schede che coprono tutte le aree che hanno una rilevante implicazione sull’andamento dell’ economia italiana. Hanno un denominatore comune: l’attivismo del governo, che ha permesso di conquistare spesso i titoli di apertura dei giornali. Ma le misure effettivamente varate si contano sulle dita di una mano. E nessuna di queste può definirsi una riforma. Anche di fronte alla crisi, si è scelta la linea dell’immobilismo. Parafrasando un famoso allenatore di calcio: “tanti tituli, sero riforme”.

UN ANNO DI GOVERNO BERLUSCONI – PARTE I

Come già abbiamo fatto per l’esecutivo guidato da Prodi, tracciamo un bilancio di quanto ha fatto o non ha fatto il Governo Berlusconi nel suo primo anno di vita. Una prima serie di schede, ciascuna dedicata a un tema, cercando di mettere in luce, in forma sintetica, i provvedimenti, i loro effetti nel tempo e le occasioni mancate. Nei prossimi giorni nuove schede per fornire un panorama quanto più completo su tutte le materie dell’azione di governo.

PENSIONI, di Agar Brugiavini
PRIVATIZZAZIONI, di Carlo Scarpa
SCUOLA, di Daniele Checchi e Tullio Jappelli
UNIVERSITÀ, di Daniele Checchi e Tullio Jappelli
MERCATI FINANZIARI, di Marco Onado
GIUSTIZIA, di Carlo Guarnieri
IMMIGRAZIONE, di Maurizio Ambrosini
EDILIZIA ABITATIVA, di Raffaele Lungarella

UN ANNO DI GOVERNO: PRIVATIZZAZIONI

 

I PROVVEDIMENTI

Privatizzazioni? Argomento fuori moda un po’ in tutto il mondo, in questo periodo, e l’Italia non fa eccezione.
L’unica operazione "rilevante" è quella di Alitalia. È vera privatizzazione? In un certo senso, no; l’impresa è fallita, non è stata venduta. In un altro senso, sì; alcuni asset di Alitalia sono infatti passati dallo Stato (attraverso il commissario straordinario Augusto Fantozzi) ai privati. Lo Stato ha incassato 1,05 miliardi di euro per cedere (omettiamo i dettagli e gli oggetti di minore importanza) 64 aeromobili, tutti i diritti di atterraggio e decollo e il marchio. Purtroppo il saldo è negativo, stante una massa debitoria, tuttora a carico dello Stato, molto superiore a quanto incassato.

GLI EFFETTI

La situazione della "Nuova Alitalia – Cai" è ancora in divenire. Nata come cordata italiana, AirFrance ha ora una quota che quasi le garantisce il controllo. I conti faticano a quadrare, ma anche questo non sorprende considerato il momento di mercato. Anche le lamentele per la qualità del servizio segnano una certa continuità con il passato.
Decollata in mezzo alla più profonda crisi dell’economia occidentale da 70 anni a questa parte, e con una nuova concorrenza da parte delle Fs, questa nuova impresa aspetta la ripresa dell’economia e dei traffici aerei.
I commenti sulla vicenda sono stati tanti e non possiamo che rinviare a quanto già scritto su questo sito.
Si noti che la compensazione di obbligazionisti e azionisti è ancora una partita aperta. È evidente che entrambe le categorie perderanno una parte rilevante di quanto investito, ma il quantum è ancora in fase di definizione.

OCCASIONI MANCATE

Quanto ad altre possibili privatizzazioni, resta aperta la questione di Tirrenia, per la quale a novembre si era cercato di passare alle Regioni interessate le diverse società del gruppo: Caremar alla Campania, Toremar alla Toscana, eccetera. Ma la situazione di Tirrenia è tale che, nonostante l’offerta fosse a titolo gratuito, nessuna Regione ha "abboccato" e la società resta ancora in mano dello Stato.
Nel frattempo, a quanto pare, la Commissione parlamentare ha confermato che "gran parte dell’attività della società Tirrenia di navigazione spa può essere svolta come libera attività imprenditoriale, secondo condizioni di mercato" e che "le sovvenzioni a carico del bilancio dello Stato rappresentano una quota rilevante delle entrate del gruppo Tirrenia e i costi operativi risultano mediamente più elevati rispetto a quelli delle società private del settore".
In attesa che si capisca come conciliare il necessario miglioramento dell’efficienza con il desiderio (che trapela sistematicamente) di non scontentare troppo i lavoratori, la privatizzazione resta nell’agenda, ma in concreto ancora nulla è successo.
Il Dpef 2009-2013 aveva poi preannunciato altre cessioni, dalle Poste alla Zecca a Fincantieri. Dato il momento dei mercati finanziari, vendere oggi significherebbe faticare a trovare un acquirente e verosimilmente accettare prezzi ridicolmente bassi. Quando sarà passata la tempesta, si vedranno le vere intenzioni del governo che oggi – qualunque esse fossero – non hanno potuto trovare attuazione.

UN ANNO DI GOVERNO: IMMIGRAZIONE

 

PROVVEDIMENTI

Una volta vinte le elezioni e insediato al ministero degli Interni Roberto Maroni, esponente di quella Lega Nord che da sempre ha fatto del contrasto allÂ’immigrazione un cavallo di battaglia, il governo Berlusconi si è messo allÂ’opera: con un linguaggio in cui ricorre il binomio immigrazione (clandestina) – insicurezza dei cittadini, e con una serie di interventi volti a comunicare allÂ’opinione pubblica lÂ’idea di un sostanziale inasprimento dellÂ’atteggiamento nei confronti degli stranieri  immigrati.
Uno dei primi atti del nuovo governo, di notevole impatto simbolico, è aver definito “emergenza” la questione rom nelle aree metropolitane, con conseguente nomina dei prefetti a commissari, utilizzando le disposizioni legislative sulle grandi calamità naturali. Il loro primo compito è stato quello di procedere all’identificazione degli abitanti, e in particolare dei minori, degli insediamenti autorizzati e spontanei, anche mediante il prelievo delle impronte digitali. Di fatto, i prelievi delle impronte sono stati pochissimi. Mentre sono proseguiti i consueti sgomberi di alcuni insediamenti abusivi, e gli altrettanto consueti riallestimenti a poca distanza.

La seconda iniziativa è l’introduzione dell’aggravante di clandestinità, in caso di condanna penale, insieme alla definizione dell’immigrazione irregolare come reato, peraltro punibile, dopo una lunga negoziazione politica, soltanto con un’ammenda.
Va poi ricordato l’accordo con la Libia di Gheddafi, fino a poco prima considerato un fiancheggiatore del terrorismo internazionale. Il governo ha annesso grande importanza alla collaborazione della Libia nella sorveglianza della frontiera marittima più calda, quella del canale di Sicilia, anche mediante l’internamento di migranti e rifugiati in campi di detenzione sottratti al controllo internazionale.
Arriviamo così al cosiddetto “pacchetto sicurezza”, che sta per concludere lÂ’iter parlamentare. Anche in questo caso, è la Lega Nord a dettare la linea governativa sullÂ’argomento, nonostante qualche distinguo fra i parlamentari del Pdl. Dovrebbe alla fine cadere la possibilità di denuncia da parte del personale medico per gli immigrati irregolari che ricorrono alle cure delle strutture pubbliche, mentre sembra destinata a essere reintrodotta, insieme alle ronde di privati cittadini, la possibilità di trattenimento fino a 18 mesi nei centri di permanenza temporanea, ribattezzati Cie, centri di identificazione ed espulsione. In questi giorni si discute anche di un altro aspetto, da tempo segnalato da alcuni giuristi: lÂ’obbligo di esibire il permesso di soggiorno per lÂ’accesso ai servizi sociali e agli atti dello stato civile (modifica dellÂ’articolo 6 Tu immigrazione) preclude allÂ’irregolare lÂ’accesso anche ai servizi essenziali, come la scuola, contraddicendo altre norme del Testo unico sull’immigrazione, nonché le convenzioni internazionali in materia di protezione del minore. E il “combinato disposto” del reato di immigrazione clandestina e degli articoli 361 e 362 del codice penale (obbligo di denuncia da parte di tutti i pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio) renderà comunque impossibile lÂ’accesso a qualsiasi servizio, persino i trasporti, ove lÂ’irregolare possa entrare in contatto con un pubblico ufficiale.
Una serie di norme della legislazione vigente (la legge quadro del 1998, già modificata con la cosiddetta Bossi-Fini) sono dunque emendate a senso unico, penalizzante per gli immigrati, senza nessun cambiamento nel segno dell’integrazione. Un esempio emblematico è il cosiddetto “permesso di soggiorno a punti”: punti che gli immigrati possono solo perdere, mai guadagnare, per quanto bene si possano comportare.

EFFETTI

Gli sbarchi sulle nostre coste sono proseguiti, arrivando a quota 30mila alla fine del 2008, con un notevole incremento rispetto agli scorsi anni. La deterrenza attraverso la “cattiveria”, per citare il ministro Maroni, non sembra aver sortito i risultati attesi. Il governo è stato altresì costretto a fare marcia indietro sulla trasformazione del centro di accoglienza di Lampedusa in centro di identificazione ed espulsione.
Le espulsioni realizzate sono state poco più di 6mila (fine ottobre 2008), e non potrebbero essere molte di più. In tutta Italia, i posti nei centri di identificazione ed espulsione sono meno di 1.200. L’insistenza sui diciotto mesi di trattenimento è fuorviante: non si farebbe altro che intasare, con pochi malcapitati, i pochi posti disponibili. Con l’ultimo decreto flussi sono state presentate domande per 740mila immigrati, normalmente già di fatto presenti e occupati in Italia. Il tasso di espulsione si aggira quindi, ad essere ottimisti, intorno all’1 per cento dei casi. (1)
Il fondo per le politiche di integrazione degli immigrati è stato quasi azzerato, trasferendo le risorse alle politiche di controllo. Sono rimasti 5 milioni di euro, contro i 300 della Spagna e i 750 della Germania
La questione rom è praticamente scomparsa dalle cronache, ma resta irrisolta. I censimenti hanno comunque permesso di smontare le cifre più fantasiose. In provincia di Milano si parlava di 20mila rom nei “campi”, di cui 10mila in città. Di fatto, non arrivano a 800. Le misure di integrazione, addotte di fronte alle istituzioni europee come giustificazione per i censimenti, finora non si sono viste.
Nel paese si è diffuso un clima di ostilità nei confronti degli immigrati, sfociato in fatti di violenza e in uno stillicidio di episodi comunque inquietanti.
A Nord, a livello locale, sono proliferate normative volte a togliere la possibilità di iscrizione anagrafica a persone indigenti, il cui bersaglio sono principalmente rom e immigrati. In alcune città, come a Brescia con il bonus-bebé, si è tentato di varare disposizioni che concedono determinati benefici soltanto ai cittadini italiani. A Milano si è cercato di impedire l’iscrizione alle scuole materne dei bambini i cui genitori non hanno un permesso di soggiorno. Ora, sono entrati nel mirino anche gli esercizi che producono e vendono kebab, con un successo presso i consumatori che probabilmente non è estraneo alle proposte restrittive. (2)
L’immagine internazionale dell’Italia è stata scossa dai ripetuti attriti con le istituzioni europee, le organizzazioni di tutela dei diritti umani e la stampa indipendente sul trattamento di rom e immigrati. Peraltro, critiche e proteste vengono recuperate dalla comunicazione governativa come prove della linea di fermezza finalmente adottata, e la difesa dei diritti umani è screditata come “buonismo”.
Il governo non è però intervenuto sulla molla principale dell’immigrazione irregolare, ossia le grandi opportunità di lavoro nero che il nostro mercato offre. Anzi, ha alleggerito ispezioni e controlli.
Ha proseguito sulla strada delle sanatorie mascherate attraverso i decreti-flussi. Se nel 2009 non autorizzerà nuovi flussi di ingresso, per la recessione, ha però promesso di regolarizzare un nutrito contingente, a di immigrati rimasti esclusi dal decreto flussi 2008, pare intorno alle 150mila unità. La discontinuità con il passato e la severità asserita vengono meno proprio sul punto decisivo.
Il governo è però riuscito fin qui nel suo intento principale: comunicare all’opinione pubblica l’idea di una maggiore tutela della sicurezza. Un risultato sul piano dell’immagine e della propaganda, non confermato dai fatti.

OCCASIONI MANCATE

Il governo non ha neppure voluto affrontare temi come quello del diritto di voto o di un accesso più rapido alla cittadinanza, neppure per i figli degli immigrati, nati e cresciuti in Italia. Nulla neppure per facilitare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, evitando il riprodursi del fenomeno dell’immigrazione giuridicamente irregolare, ma utilizzata ampiamente nel mercato del lavoro. Come è stato laconicamente comunicato, questi temi non rientrano nel programma di governo.

(1) Grazie alle domande del decreto flussi, il ministero degli Interni dispone di nome, cognome, indirizzo degli immigrati irregolari occupati, nonché dei loro datori di lavoro. Per arrestarli, non avrebbe bisogno né di medici collaborativi, né di altre dubbie strategie. Avrebbe solo due problemi: 1) dove rinchiuderli, da chi farli sorvegliare, come trovare le risorse per rimpatriarli; 2) fare i conti con i datori di lavoro, in buona parte famiglie con carichi assistenziali.
(2) Diversamente da Lucca, la norma proposta in Lombardia non si riferisce esplicitamente ai kebab o al cibo etnico, ma i proponenti nelle loro dichiarazioni non hanno mancato di sottolineare quale sia lÂ’effettivo bersaglio dei divieti.

UN ANNO DI GOVERNO: PENSIONI

 

I PROVVEDIMENTI

È stato fatto ben poco in tema di pensioni.
Un primo provvedimento è stato l’abolizione del divieto di cumulo. Rimuove il divieto, quindi rende possibile, il cumulo tra pensione e reddito da lavoro sia per le pensioni di anzianità calcolate con il sistema di calcolo retributivo (per coloro che avevano almeno 18 anni di anzianità contributiva al 31 dicembre 1995) sia per le pensioni cosiddette di vecchiaia calcolate con il sistema di calcolo contributivo (per coloro che hanno un’anzianità contributiva che parte dal 1° gennaio 1996).
Una proposta emersa nel 2008 (del ministro Brunetta) è quella relativa all’elevazione dell’età pensionabile per le donne nel pubblico impiego. Secondo i promotori, il governo risponde così a una direttiva della Commissione europea. La proposta prevede, nel settore pubblico, la parificazione dei requisiti di accesso alla pensione di vecchiaia tra uomo e donna, elevando per le donne l’età a 65 anni entro il 2018.
Importante ricordare un provvedimento che, seppure di poca entità in cifra assoluta, risulta inquietante per l’introduzione del principio delle “eccezioni”: è la sospensione del metodo contributivo per i dipendenti della Camera.

GLI EFFETTI

Difficile valutare gli effetti della rimozione del divieto di cumulo, poiché molto dipende dalle risposte individuali a questo incentivo. L’intenzione del legislatore era quella di favorire la permanenza nel lavoro per coloro che avessero maturato i requisiti per il pensionamento. Ma da un lato non è facile stabilire se questi lavoratori avrebbero comunque continuato a lavorare, dall’altro la rimozione del divieto ha un costo stimato di 500 milioni di euro.
L’eventuale equiparazione dell’età di pensionamento per le donne nel settore pubblico ha l’effetto di bloccare alcune generazioni di lavoratrici che, non raggiungendo i requisiti di anzianità basati sugli anni di contributi, sarebbero uscite con i requisiti di vecchiaia (a 62 anni). Il provvedimento non produce risparmi rilevanti se confrontato con interventi alternativi.
La sospensione del metodo contributivo per i dipendenti della Camera introduce il pericoloso principio della eccezione di trattamento di alcune categorie di lavoratori. Queste eccezioni rischiano di minare alla base il metodo contributivo, l’unico compatibile con la sostenibilità finanziaria del sistema.

OCCASIONI MANCATE

Si poteva accelerare lÂ’introduzione del metodo contributivo applicandolo a tutti i lavoratori. Questo avrebbe portato a risparmi apprezzabili.
Si poteva reintrodurre la finestra con età flessibili di uscita rimossa dagli interventi del 2007 (scaloni e scalini), indifferenziata per genere, aumentando i valori delle età e portandole a 61-67 anni invece degli originali 57-65. Questi provvedimenti avrebbero garantito risparmi di lungo periodo necessari a contrastare l’aumento del disavanzo, che si registra in fase di crisi, e quindi favorire un rientro del debito che è invece destinato a crescere.

UN ANNO DI GOVERNO: EDILIZIA ABITATIVA

 

I PROVVEDIMENTI

In questo suo primo anno di vita, non solo l’azione del governo nel settore dell’edilizia abitativa non ha permesso la posa di una sola prima pietra per la costruzione di una qualche nuova casa, ma il timbro tondo con la scritta “fatto”, che Berlusconi si procurò all’epoca del suo primo governo, non è stato neanche apposto su un qualche programma cartaceo. Di idee e di propositi ne sono stati annunciati e illustrati diversi e sono state poste anche le basi normative per la successiva predisposizione di piani e programmi. Di definitivo, però, è stato prodotto poco e niente è ancora giunto a una fase della procedura che faccia intravedere un avvio operativo di attività. I propositi del governo sono tutti all’insegna dell’urgenza di alimentare la domanda di lavoro, di merci e di servizi nel settore dell’edilizia abitativa, considerata un volano, per i suoi elevati effetti moltiplicativi, per uscire dalla crisi.
Volendo sintetizzare l’azione svolta dal governo in materia di politica per la casa, si può dire che, finora, non solo non si è fatto ma si è disfatto o si è tentato di disfare.
Da giungo dell’anno scorso il governo ha annunciato ben quattro iniziative nel settore dell’edilizia residenziale, tutte etichettate come piani casa, anche se la loro finalità non è l’aumento dell’offerta di alloggi per le famiglie più deboli, l’obiettivo dei piani del passato.
Il piano casa “padre” è quello proposto con l’articolo 11 del decreto legge 118 del 25 giugno 2008, con lo scopo di “incrementare il patrimonio immobiliare ad uso abitativo (…) promuovendo edilizia residenziale anche sociale”. Non è stato scelto un buon momento per accrescere l’offerta di alloggi di edilizia libera. Per ora, il piano è alla ricerca di finanziamenti: per raccogliere i pochi che sono stati finora messi a disposizione non si è trovato di meglio che annullare un programma di edilizia residenziale pubblica di immediata fattibilità, già finanziato con circa 550 milioni di euro dal precedente governo. Ora è in attesa dell’emanazione di un decreto del presidente del Consiglio dei ministri che lo deve rendere operativo, e della pronuncia della Corte Costituzionale, alla quale molte Regioni si sono rivolte, ritenendo le norme lesive della loro potestà legislativa in materia di edilizia residenziale pubblica.
Dal giudizio della Corte dipende anche la sorte del piano casa numero due, quello che in applicazione dell’articolo 13 dello stesso decreto legge 118/2008, darebbe il via alla svendita del patrimonio delle cosiddette case popolari, la cui proprietà, peraltro, è delle Regioni e dei comuni. Sulla pronuncia dei giudici costituzionali non ci sono dubbi: le nuove norme sono le stesse di quelle già bocciate due legislature fa, quando il presidente del Consiglio era lo stesso di oggi. Anche sui ricavi dell’alienazione di questo patrimonio si faceva affidamento per finanziarie il “piano padre”.

GLI EFFETTI

Gli ultimi due progetti, partoriti questa primavera, ancora meno degli altri possono essere etichettati come piani casa. Si tratta, di fatto, di due corpi di provvedimenti con i quali si spera di stimolare un flusso di investimenti privati nel settore dell’edilizia, residenziale e non, e contrastare così la drammatica congiuntura economica.
Sulla proposta di legiferare a livello statale sugli incrementi di volumetrie (tra il 20 e il 35 per cento) degli immobili esistenti, il governo ha dovuto arretrare e rinviare alle leggi che ogni Regione approverà in autonomia. Poiché a seguito di un accordo tra le Regioni ed il governo, sottoscritto nei primi giorni di aprile, quest’ultimo si è riservato l’esercizio di un potere sostitutivo nel caso di Regioni inadempienti, è molto probabile che entro i primi di luglio la materia sarà regolamentata da norme regionali. Sull’impatto economico delle volumetrie premiali la valutazione è complessa.
Quell’accordo prevedeva che entro dieci giorni dalla data della sua sottoscrizione, il governo avrebbe dovuto emanare un decreto legge per snellire e rendere più celere le procedure amministrative in materia di attività edilizia, con un ampliamento della lista degli interventi costruttivi per la cui realizzazione non sarà più richiesto un titolo abilitativo. Da allora di giorni ne sono passati circa quaranta, del decreto legge sono circolate le bozze di diverse versioni, ma finora nessuna è stata approvata dal Consiglio dei ministri.

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