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CARLO SCARPA RISPONDE AI LETTORI SUL PONTE DI MESSINA

Cari lettori,

vedo che la mia descrizione della Stretto di Messina SpA ha suscitato reazioni, e non mi sorprende. Chiudevo il mio pezzo con un appello (per favore fate sparire questi costi, in un modo o nell’altro), appello che spero sia ascoltato da qualcuno, e chiarisco (quello che si può chiarire) sulla questione principale che non ho toccato e che però nel dibattito emerge, ovvero quella delle penali.

Alcuni in Parlamento hanno votato a favore del mantenimento della SpA al fine di mantenere a galla il progetto del Ponte, altri – almeno dicono, e credo sia vero fino a prova contraria – per ragioni "tecniche". Quali?
A suo tempo si diceva che, se il Ponte non fosse poi stato costruito, si sarebbe dovuta pagare a Impregilo (impresa che ha vinto la gara per effettuare l’opera) una penale colossale, sulla quale per altro nessuno a suo tempo fu più preciso (il contratto, pur essendo un contratto pubblico, non mi risulta sia mai stato reso noto, alla faccia della trasparenza).
Oggi il Ministro di Pietro quantifica in circa 270 milioni questa penale che però secondo lui – e qui forse il Ministro avrà anche ragione, ma
non è purtroppo molto chiaro – pare dovrebbe pagarsi solo in alcuni casi; per i dettagli, purtroppo non sempre chiarissimi, rinvio al sito
del Ministro (http://www.antoniodipietro.it/)
Ad esempio, a suo tempo si diceva che la penale sarebbe stata legata alla non effettuazione del progetto, e non è chiaro perchè la soluzione "tecnica" da lui proposta risolva il problema; forse si pensa che il rinvio sine die del progetto non sia impugnabile da parte dell’impresa?
Purtroppo, non avendo i documenti in mano, non so valutare tale proposta.
In ogni caso, se – come propone Di Pietro – la Stretto di Messina SpA fosse ridotta da subito a 5 dipendenti con un amministratore unico a stipendio zero, e se fosse alla fine assorbita da Anas, almeno la follia di questa società fantasma sarebbe eliminata. Già scrivevo nel mio pezzo che tale soluzione "ci può stare".
Se, poi, questo basti a non fare il Ponte evitando di pagare le penali all’impresa che ha vinto la gara… mi pare strano, ma come dicevo solo chi ha tutte le carte in mano lo può dire.
Cordiali saluti

Carlo Scarpa

L’EUROPA ALLA GUERRA DEL RENMINBI*

La Cina avrebbe molto da guadagnare da una rivalutazione della sua moneta perché finirebbe per favorire una crescita più equilibrata. Ma una terapia d’urto non rientra nella strategia del paese e d’altra parte la lobby degli esportatori è molto influente. Dagli Stati Uniti arriva uno scenario ad alto rischio, soprattutto perché punta al coinvolgimento nella disputa delle organizzazioni internazionali. E per permettere a queste di svolgere il loro ruolo di arbitri legittimi, gli europei dovrebbero cedere seggi e voti a beneficio delle nuove potenze.

QUOTE ROSA A PIAZZA AFFARI

Sono davvero pochissime le donne nei consigli di amministrazione delle società italiane. E così si riduce per definizione l’ambito di risorse e di talento a cui il paese può attingere per il proprio sviluppo. Se si vuole contribuire a risolvere il problema della mancanza di ricambio della classe dirigente, in politica come negli affari, bisogna dunque guardare anche alle questioni di genere. Magari seguendo l’esempio della Norvegia. Che la presenza femminile ai posti di comando l’ha imposta per legge, ottenendo risultati più che soddisfacenti.

GLI STRANI MECCANISMI REDISTRIBUTIVI DELLA FINANZIARIA

L’intervento a sostegno delle famiglie previsto nella Finanziaria si concentra esclusivamente sulla casa. Senza occuparsi invece della razionalizzazione degli aiuti al costo dei figli o dei servizi sociali ed educativi. Questo governo, come quelli precedenti, continua a utilizzare la leva fiscale per effettuare una distribuzione tra famiglie, dimenticando che nel nostro sistema fiscale lÂ’imposta è a base individuale. E prendere a criterio di una prova dei mezzi il reddito familiare può produrre iniquità e redistribuzioni inverse.

STRETTO DI MESSINA, LARGO DI MANICA

Ha senso mantenere in attività  la Stretto di Messina spa? E’ un’impresa interamente in mano pubblica, costituita per promuovere e coordinare la costruzione del famoso Ponte. Ovvero di un progetto che è stato accantonato. Ma anche se si volesse riprenderlo, questa società  non sarebbe necessaria perché non è operativa, e la progettazione e costruzione del Ponte sono in mano ad altre imprese. In compenso, secondo il bilancio 2006, tra dipendenti, amministratori, affitti e varie altre voci l’intero carrozzone costa circa 21milioni di euro l’anno.

LA RISPOSTA AI COMMENTI

Ringrazio anzitutto per l’attenzione. L’articolo per sua natura è un testo breve, e non può affrontare la questione se non superficialmente, e con diverse lacune. I due commenti ne indicano giustamente alcune. Prima di rispondere nel merito desidero però ribadire l’oggetto fondamentale del mio intervento: le condizioni economiche e politiche attuali sono tali che -a mio parere- ha scarso senso, in termini economici, continuare a puntare su una strategia che voglia garantire un posto fisso ad ognuno, dove con posto fisso intendo un’occupazione nella stessa azienda o anche solo nello stesso settore produttivo. In particolare, non intendevo indicare i dettagli di specifiche misure di politica economica (come il reddito minimo garantito o la provenienza dei fondi con cui finanziarlo), ma suggerire l’obiettivo che la politica dovrebbe darsi, per dibattere sugli strumenti in maniera più ordinata.
Sui numeri: iniziamo con quanto l’Italia già spende. Dovremmo anzitutto distinguere tra reddito minimo e sussidio di disoccupazione. La prima è una misura residuale, che vuole impedire che chiunque abbia un reddito inferiore una certa soglia. Per la povertà l’Italia spende 11€ pro-capite, dunque letteralmente non ci sono cifre di cui parlare.
I trattamenti di disoccupazione hanno invece lo scopo di sostenere temporaneamente il reddito dei lavoratori, nel passaggio da un’occupazione ad un’altra. Per ciò l’Italia spende circa lo 0.5% del PIL, contro una media europea dell’1.8%; mentre per le politiche per il lavoro complessivamente l’1.3% contro il 2.2% europeo (dati Eurostat). Senza bisogno di paragoni con la solita Danimarca, è di tutta evidenza che i 3 punti di PIL in più che dedichiamo alla spesa per pensioni in qualche maniera ci impediscono di fare tante altre cose (così come la grossa spesa per interessi sul debito pubblico). Non sono tra quelli che credono dovremmo sempre imitare l’estero, ma proporre uno scambio tra quanto si può risparmiare in previdenza, e quanto in più si può dedicare al Welfare State mi sembra un’idea ragionevole.
Oltre i livelli di spesa, dovremmo parlare anche di come spendiamo: da un lato, come detto nel testo, il sostegno al reddito riguarda attualmente solo categorie di privilegiati (coloro che accedono alla Cassa Integrazione, semplificando un pò). D’altro lato, questi fondi sono concessi senza alcuna condizione a chi li riceve (in teoria ci sarebbe il divieto di rifiutare un’offerta di lavoro “congrua”, ma di fatto non c’è sanzione). Inserendo l’obbligo di partecipare ad attività di formazione e reimpiego, non solo favoriremmo la capacità del sistema di adattarsi continuamente agli sviluppi economici e sociali, ma introdurremmo limiti temporali alla durata del beneficio (pari al massimo alla durata dei programmi) ed eviteremmo disincentivi al lavoro, dunque complessivamente risparmiando risorse.
Desidero concludere notando che alcune misure possono intanto essere introdotte, in misura minore a quanto idealmente auspicabile, come prima risposta a situazioni insostenibili. Considerando ad esempio il numero di lavoratori veramente “precari” (gli iscritti alla Gestione Separata dell’INPS, a parte professionisti, amministratori e sindaci di società, membri di collegi e commissioni), è stato presentato in Senato un emendamento alla Legge Finanziaria che quantifica il costo di un sussidio di disoccupazione pari a 300€ al mese per 6 mesi, per un costo complessivo inferiore (sotto ipotesi pessimistiche) agli 800 milioni di euro l’anno. Una cifra non impressionante: più o meno quanto le Regioni nel periodo 2001-2006 hanno accumulato in fondi europei non spesi (Fondo Sociale Europeo).
Insomma, a volte l’inazione politica deriva da non condivisione degli obiettivi, e non da mancanza di mezzi. Ad esempio, alcuni partiti legittamente aspirano all’abolizione completa della flessibilità del lavoro, come fine ultimo. Così facendo finiscono però per agire, per le concrete condizioni di vita dei lavoratori flessibili, molto meno di quanto sarebbe possibile.
Per quanto attiene le differenze regionali, non c’è dubbio la questione merita un approfondimento. Non posso qui discutere delle cause del sottosviluppo del Sud, e non ne avrei le competenze. Per quanto riguarda l’occupazione, noto solo che l’analisi a volte deve astrarre da fattori pur rilevanti, ma non oggetto di indagine al momento (ad esempio, il mio ragionamento astrae anche dalle differenze di genere, certo non meno rilevanti per il mercato del lavoro).
Per quanto riguarda la contrattazione, ribadisco solo che si tratta di scegliere tra una strategia che punti a sopravvivere riducendo i costi (che io considero fallimentare di fronte ai giganti emergenti, ma si tratta di una scommessa), e una che invece punti a competere favorendo l’accumulazione capitalistica e l’innovazione tecnologica.
Anche per questo condivido l’osservazione finale: se le imprese usano permanentemente contratti temporanei, evidentemente non cercano flessibilità, ma bassi costi (a parte la libertà di licenziare e il ricatto che ne deriva). Qui però entriamo nel problema degli abusi delle forme contrattuali flessibili, che va distinto da quello sull’esistenza della flessibilità, quella vera. A tal proposito, noto solo che alcune imprese sostanzialmente sopravvivono nel mercato (e fanno profitti) solo grazie a tali abusi: vale dunque l’ultima osservazione del mio testo, sull’opportunità di liberarsene, ma anche una necessaria prudenza nei modi e nei tempi, trattandosi pur sempre di posti di lavoro (di bassa qualità, ma posti di lavoro).

LA RISPOSTA AI COMMENTI

Innanzitutto grazie a tutti per i commenti all’articolo. Vorrei cercare di riflettere molto brevemente su alcune delle osservazioni fatte: 

Cosa fanno gli anziani con le loro pensioni?

In effetti una considerevole parte dei redditi dei genitori, in Italia così come in altri paesi Europei, viene trasferito ai figli. L’indagine SHARE ha rilevato che in Italia, durante il 2003, circa il 7% dei figli che non vivono con i genitori ha ricevuto da questi un aiuto economico pari, in media, all’11% del reddito lordo equivalente della famiglia di origine. Tuttavia rispetto al resto d’Europa in Italia  i genitori aiutano i propri figli soprattutto attraverso una prolungatissima convivenza mentre, una volta che questi escono di casa,  ricevono rarissimi trasferimenti ma di grossi importi (generalmente nel momento di un divorzio, della nascita di un figlio o per l’acquisto della casa). Nel resto d’Europa i figli escono prima di casa e ricevono aiuti di importo inferiore, ma più frequenti. Le "controindicazioni" del modello italiano sono ben note, le più rilevanti: ritardo nella autonomia abitativa dei figli e un tasso di fecondità realizzato inferiore a quello desiderato. Oltretutto dare ai padri perché essi diano ai figli non sembra un meccanismo né economicamente efficiente né tanto meno un buon volano di mobilità sociale.

Occhiali e classi sociali

Innanzitutto un punto da chiarire: non sostengo affatto che bisogna togliere agli anziani per dare ai giovani, il problema è che in Italia avviene il contrario. Quando si finanzia un "alleggerimento" dei requisiti per la pensione di anzianità attraverso l’aumento delle aliquote contributive dei parasubordinati o con una mancata riduzione del debito pubblico, di fatto si toglie ai giovani per dare agli anziani. Uno dei (tanti) motivi per cui il welfare italiano è sottosviluppato è che una parte enorme del nostro budget è usato per pagare gli interessi sul debito pubblico che ci hanno lasciato in eredità le generazioni precedenti. Se di fronte a problemi sociali rilevanti – ad esempio un tasso di povertà minorile tra i più alti del mondo Occidentale – il Paese viene bloccato per mesi sulla discussione circa il limite di 58 anni d’età per la pensione di anzianità, forse non sono i miei occhiali i soli ad essere appannati. Infine un dato sulla "lotta di classe", uno degli studi sociologici più autorevoli in materia, a cura di Antonio Schizzerotto, ha evidenziato che nel secolo scorso non sono sostanzialmente mutate le disuguaglianze tra classi sociali, sono diminuite quelle legate al genere e sono aumentate quelle connesse alle generazioni. Che ci piaccia o meno le migliori condizioni economiche della generazione dei nostri padri sono derivate soprattutto da uno "scivolamento" verso l’alto della struttura occupazione della economia italiana.

Chi paga la pensione a chi

Il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo ha di fatto rotto il meccanismo per cui i figli pagavano la pensione ai genitori. Ognuno si paga la sua di pensione, il problema è che in questa fase di passaggio c’è chi sta pagando sia la pensione dei genitori sia la propria. Non è un delitto quindi chiedere che a questi malcapitati venga almeno dedicata un po’ più di attenzione di quanta fin qui dimostrata da chi determina le politiche sociali del Paese.

TRE RIVOLUZIONI CONTRO LA PRECARIETA’

Per uscire dal dualismo del mercato del lavoro sono necessarie tre rivoluzioni: abbandonare l’idea che il posto fisso possa continuare a essere la normalità, istituire un reddito minimo garantito a tutti i cittadini e tutelare la contrattazione collettiva come base contrattuale. L’Italia si prepara a decenni di rilevanti cambiamenti strutturali, in quel che produciamo e in come e dove lo produciamo. Controproducente illudersi che la flessibilità del salario permetta di sopravvivere alla produzione di merci a basso contenuto tecnologico.

LA RETE E LE REGOLE DELLA LEGGE

La retromarcia e le molte precisazioni che il governo ha diffuso dopo l’iniziale presentazione del disegno di legge sulla riforma dell’editoria confermano come sia estremamente arduo provare a regolare una materia quella dei molti prodotti e siti della rete. E come sia raccomandabile una linea estremamente cautelativa nell’estendere al mondo variegato e in continua mutazione di Internet quei controlli e garanzie attuate nel più tradizionale mondo dell’informazione.

SCALFARI E LA FALANGE MACEDONE

Caro Boeri,
ho incassato la vostra risposta collettiva. Francamente non sapevo che foste tanti a lavoce.info e me ne congratulo, tanto più che non tutti marciano in falange macedone. Approfondire i vostri testi consultando lavoce è un’impresa impossibile se estesa su cinque anni; impossibile per me che data l’età mi affatico rapidamente e per chiunque abbia anche altri impegni obbligatori. Perciò ti credo sulla parola: avrete sicuramente fatto il vostro lavoro critico anche nel quinquennio berlusconiano che, spero me ne darai atto è stato dal punto di vista economico e finanziario assai più nefasto dei diciotto mesi prodiani.
Ho comunque voluto fare un sondaggio e l’ho fatto soltanto su di te, che sei il  più intelligente e aperto di tutto il gruppo. Ho scorso i tuoi titoli su lavoce ho scartato gli articoli che parlavano di altro, immigrazione etc, e mi sono concentrato sui testi finanziari. Gran parte parlano di pensioni che è un argomento certamente importante ma ben delimitato. Ho ritrovato in quelle pagine la nostra polemica di allora e credo, a rileggerla oggi, che tu avessi parzialmente ragione. Avevi ragione certamente sul problema che la permanenza al lavoro degli anziani non penalizza necessariamente i giovani (ma Giavazzi se l’è presa  con Fabiani che toglie lavoro ad un più giovane eventuale); ma insisto sull’idea che l’assistenza è una cosa e la previdenza è un’altra.
Comunque è acqua passata.
Vengo ai tuoi articoli durante il quinquennio berlusconiano. Ne ho trovati non più di tre o quattro: le critiche alla Finanziaria 2003, le critiche alla finanziaria 2004, le critiche al Dpf 2004/5. Altro non ho trovato. Le critiche erano severe quanto basta. L’anima è salva. Il martellamento non c’è stato. Nei diciotto mesi prodiani tu avrai scritto a dir poco 30 articoli contro la politica economica e finanziaria di questo governo. Lo squilibrio è palese.
Questa è una lettera privata nel senso che non esce su Repubblica. Sarebbe carino se uscisse sulla Voce. Se ho trascurato qualche altro tuo articolo perché non l’ho visto me lo puoi segnalare.

Un caro saluto

 

"Caro Scalfari,

i conteggi non vanno fatti solo sugli articoli di Tito Boeri, ma su quelli dell’intera redazione. Possono cambiare, infatti, le funzioni assegnate ai singoli redattori. Alcuni degli economisti che, durante il Governo Berlusconi, si erano occupati di conti pubblici, non hanno più scritto di questo tema con il Governo Prodi in carica, in virtù di incarichi istituzionali nel nuovo Governo. E’ una scelta redazionale che avevamo applicato ad altri redattori durante il Governo Berlusconi. Questo ha fatto sì che Boeri dovesse occuparsi di più di conti pubblici in questa legislatura. Una misura più accurata delle posizioni espresse sul sito viene dai sommari che riassumono i contenuti di
ciascun aggiornamento del sito. Nei primi 17 mesi di Governo Prodi ci sono stati 105 aggiornamenti con sommari in 26 casi critici nei confronti del Governo. Dunque uno su quattro. In un periodo di tempo comparabile con il Governo Berlusconi (i 17 mesi da fine settembre 2004 a fine febbraio 2006) ci sono stati 90 aggiornamenti, di cui 28 critici. Quindi in più del 30 per cento dei casi.
Sarebbe stato meglio forse fare queste verifiche prima di accusarci ingiustamente di parzialità. Ci fa piacere, comunque, la grande attenzione che Lei dimostra nei confronti del nostro lavoro e speriamo in futuro di potere essere anche di maggiore aiuto al suo lavoro.

La Redazione de lavoce.info

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