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Categoria: Pensioni Pagina 26 di 39

IL LUNGO PERIODO SPAVENTA LE CASSE

Il mondo della previdenza professionale in Italia richiama sovente l’attenzione sulla tenuta del proprio sistema pensionistico. I requisiti per un buon sistema, sostenibilità finanziaria, equità e adeguatezza delle prestazioni, non possono dirsi raggiunti. C’è ancora molto da fare, in particolare sul primo punto.
Del requisito della sostenibilità finanziaria difettano le casse professionali privatizzate prima della riforma Dini (1), ancor più quegli enti che coniugano un finanziamento rischioso dal punto di vista demografico a pensioni poco eque sotto il profilo attuariale.
All’esame dello “storico” di variabili economiche strutturali [1] il grado di copertura della spesa per pensioni può apparire per talune categorie addirittura crescente. (2) Si dà il caso che forse non è tutto oro quello che luccica. Lo dimostrano due fattori : realtà previdenziali ancora molto giovani (buon rapporto iscritti/pensionati), a cui si aggiungono i risultati delle proiezioni attuariali (obbligatorie per legge) e di alcune analisi economiche mirate.
Ecco, quindi, che a meno di rendimenti patrimoniali nel tempo decisamente vantaggiosi o di modifiche in corso d’opera dell’architettura previdenziale, scarse diventano le probabilità che in futuro il grado di copertura della spesa pensionistica possa mantenersi superiore all’unità.

Un passato troppo recente

Appare strano – o forse no – che chi era tenuto a vigilare sulla stabilità finanziaria di questi enti ne abbia “nascosto” le fragilità strutturali dietro vincoli a maglie larghe. La riserva legale può limitarsi a coprire cinque annualità di pensione; invece per le proiezioni attuariali triennali basta una lettura dei successivi quindici anni.
Ma quindici anni sono un periodo troppo breve per riuscire a scuotere le fondamenta di argilla di alcune casse e sollecitare negli amministratori soluzioni più responsabili a favore delle categorie tutelate.
Ma non è mai troppo tardi: i ministeri vigilanti hanno di recente adottato una linea di maggior rigore, allungando le proiezioni e ancorandole a un periodo di tempo non inferiore a trent’anni. È il minimo ragionevole per chi deve mantenere promesse previdenziali con iscritti la cui carriera lavorativa difficilmente è inferiore a 30-35 anni. Siamo di fronte, vogliamo sperare, solo a un primo passo lungo questa direzione, perché nel compiere valutazioni sul futuro dei pensionati non è pensabile limitarsi a guardare appena oltre il palmo di naso.
Se il futuro delle casse non si prospetta particolarmente roseo, nonostante risultati gestionali di breve termine generalmente favorevoli, non è chiaro fino a che punto la norma che il legislatore ha partorito sia indirizzata a responsabilizzare le casse professionali di fronte ai propri aderenti. (3) A ben leggere, siamo di fronte a un compromesso politico che sminuisce in parte l’effetto riformatore. Un gioco delle parti, dove da un lato si estende il periodo delle proiezioni e dall’altro si riafferma e si rafforza l’autonomia normativa delle casse, premessa per riequilibrare il sistema spostando solo marginalmente la soglia di copertura.

Un futuro che nessuno vuol vedere

Onestamente non capiamo a chi giovi rinviare di continuo il momento delle decisioni definitive. Per questo motivo, forse, oltre che per rendere concreta la spinta riformatrice di cui il legislatore avrebbe dovuto farsi carico, è intervenuto di recente il Nucleo di valutazione della spesa previdenziale. Il Nucleo ha proposto vincoli ancora più stringenti in una soluzione che guardi concretamente al lungo periodo. Non a trent’anni di proiezioni, ma a cinquanta, secondo i tecnici del Welfare, dovrebbe corrispondere il periodo di previsione minimo per testare l’effettiva sostenibilità di un sistema pensionistico.
Quella del Nucleo non appare come una proposta rivoluzionaria: in altri paesi utilizzare previsioni a lunga gittata rappresenta la soluzione tecnica adeguata per effettuare scelte di policy vitali agli equilibri macroeconomici. Resta il fatto che l’azione del Nucleo ha amplificato per tutta risposta lo scetticismo (di facciata) nei confronti di previsioni “troppo” dilatate. Chi deve amministrare ne ritiene fuorvianti i risultati per l’elevato numero di variabili in gioco. Eppure, per quel che è dato vedere, l’instabilità del sistema di questi enti ha ormai raggiunto un codice di rischio elevato.
Con gli strumenti oggi a disposizione, è paradossale che continui a farsi strada l’idea che previsioni più lunghe restituiscano solo risultati più incerti.
L’intero ciclo di vita previdenziale di un individuo ha una durata notevole. Viene allora da chiedersi se cinquant’anni saranno solo un arco temporale raccomandato dal Nucleo o un vincolo assoluto da dover rispettare per rientrare nei parametri di stabilità. Aspettando una risposta ancora in embrione, quello che si desidera è una soluzione che abbia molto di tecnico e poco, ma davvero poco, di politico.

Sabina de Rocca

(1) Decreto legislativo n. 509/94.
(2) Il riferimento è alle statistiche del Nucleo di valutazione della spesa previdenziale.
(3) Articolo 1, comma 763, legge 27 dicembre 2006, n. 298.

LA RISPOSTA AI COMMENTI

Innanzitutto grazie a tutti per i commenti all’articolo. Vorrei cercare di riflettere molto brevemente su alcune delle osservazioni fatte: 

Cosa fanno gli anziani con le loro pensioni?

In effetti una considerevole parte dei redditi dei genitori, in Italia così come in altri paesi Europei, viene trasferito ai figli. L’indagine SHARE ha rilevato che in Italia, durante il 2003, circa il 7% dei figli che non vivono con i genitori ha ricevuto da questi un aiuto economico pari, in media, all’11% del reddito lordo equivalente della famiglia di origine. Tuttavia rispetto al resto d’Europa in Italia  i genitori aiutano i propri figli soprattutto attraverso una prolungatissima convivenza mentre, una volta che questi escono di casa,  ricevono rarissimi trasferimenti ma di grossi importi (generalmente nel momento di un divorzio, della nascita di un figlio o per l’acquisto della casa). Nel resto d’Europa i figli escono prima di casa e ricevono aiuti di importo inferiore, ma più frequenti. Le "controindicazioni" del modello italiano sono ben note, le più rilevanti: ritardo nella autonomia abitativa dei figli e un tasso di fecondità realizzato inferiore a quello desiderato. Oltretutto dare ai padri perché essi diano ai figli non sembra un meccanismo né economicamente efficiente né tanto meno un buon volano di mobilità sociale.

Occhiali e classi sociali

Innanzitutto un punto da chiarire: non sostengo affatto che bisogna togliere agli anziani per dare ai giovani, il problema è che in Italia avviene il contrario. Quando si finanzia un "alleggerimento" dei requisiti per la pensione di anzianità attraverso l’aumento delle aliquote contributive dei parasubordinati o con una mancata riduzione del debito pubblico, di fatto si toglie ai giovani per dare agli anziani. Uno dei (tanti) motivi per cui il welfare italiano è sottosviluppato è che una parte enorme del nostro budget è usato per pagare gli interessi sul debito pubblico che ci hanno lasciato in eredità le generazioni precedenti. Se di fronte a problemi sociali rilevanti – ad esempio un tasso di povertà minorile tra i più alti del mondo Occidentale – il Paese viene bloccato per mesi sulla discussione circa il limite di 58 anni d’età per la pensione di anzianità, forse non sono i miei occhiali i soli ad essere appannati. Infine un dato sulla "lotta di classe", uno degli studi sociologici più autorevoli in materia, a cura di Antonio Schizzerotto, ha evidenziato che nel secolo scorso non sono sostanzialmente mutate le disuguaglianze tra classi sociali, sono diminuite quelle legate al genere e sono aumentate quelle connesse alle generazioni. Che ci piaccia o meno le migliori condizioni economiche della generazione dei nostri padri sono derivate soprattutto da uno "scivolamento" verso l’alto della struttura occupazione della economia italiana.

Chi paga la pensione a chi

Il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo ha di fatto rotto il meccanismo per cui i figli pagavano la pensione ai genitori. Ognuno si paga la sua di pensione, il problema è che in questa fase di passaggio c’è chi sta pagando sia la pensione dei genitori sia la propria. Non è un delitto quindi chiedere che a questi malcapitati venga almeno dedicata un po’ più di attenzione di quanta fin qui dimostrata da chi determina le politiche sociali del Paese.

PROMESSE DA MARINAIO

La riforma previdenziale del 1995 è afflitta da molti errori e lacune. Ma ha anche meriti, come la correttezza del metodo con cui sono stati definiti i requisiti anagrafici per l’accesso alla pensione. Un metodo da preservare perché assicurava coerenza nel periodo transitorio e flessibilità a regime. Invece, le nuove regole previste dall’accordo di luglio non hanno alcun senso in ambiente contributivo dove i coefficienti hanno esattamente il compito di assicurare l’indifferenza delle età di pensione. La garanzia della copertura minima del 60 per cento.

FONDI PENSIONE IN EQUILIBRIO TRA RISCHIO E PRUDENZA

Il quadro normativo e una condotta prudente dei gestori hanno consentito ai fondi pensione italiani di non essere coinvolti nella distribuzione di prodotti, come i mutui subprime americani, che hanno invece penalizzato molti investitori istituzionali sui mercati internazionali. Ma nel lungo periodo occorre conseguire il rendimento necessario a garantire una rendita pensionistica di livello adeguato. L’introduzione del progetto esemplificativo permetterà agli aderenti di disporre di informazioni di base sull’andamento del loro investimento previdenziale.

NON SOLO LE PENSIONI DIVIDONO LE GENERAZIONI

Negli ultimi trent’anni una situazione socio-economica molto favorevole e i particolari assetti del welfare italiano hanno contribuito a migliorare notevolmente la posizione economica relativa della parte più anziana della popolazione. Nel frattempo i destini economici delle famiglie più giovani sono andati sempre più deteriorandosi. Senz’altro è il risultato di una condizione del mercato del lavoro oggi radicalmente diversa rispetto alla fine degli anni Settanta. Ma il sistema dovrebbe tenere conto anche delle alterne fortune delle generazioni.

Quelle economie di scala che fanno bene ai mercati

I fondi pensione agiscono normalmente in una prospettiva di lungo periodo. Sono quindi considerati i migliori candidati per l’afflusso di grandi risorse sul mercato con investimenti non puramente legati a logiche speculative. E la proposta di accorpare quelli con più bassi tassi di adesione può avere effetti positivi anche in questo campo. Generando operatori più forti e più ricchi, non solo interessati a utilizzare gli strumenti che l’ordinamento mette a disposizione, ma in grado di divenire loro stessi fonte di autoregolamentazione.

Indipendenti sono le Autorità o i numeri?

La relazione Covip documenta come circa 900mila lavoratori abbiamo espressamente deciso di destinare almeno parte del Tfr ai fondi pensione nel semestre in cui erano chiamati a farlo. Con un tasso di adesione di circa il 21 per cento. Ma il dato deludente si è trasformato in un successo nella presentazione del presidente, quando sono apparsi nuovi numeri, volti artatamente a portare il tasso di adesione assai vicino alla soglia del 40 per cento. Che tutti ci auguriamo sia raggiunta quanto prima. Ma i potenziali aderenti devono poter contare su di un’Autorità di vigilanza efficiente e non subalterna né a chi deve essere vigilato, né al potere politico.

Chi paga la pensione degli australiani

Nel sistema pensionistico australiano la presenza privata è molto estesa. La pensione di anzianità è pagata dal governo federale indipendentemente dalla durata della vita lavorativa, ma solo se al di sotto di certi parametri massimi di reddito e di patrimonio. La “superannuation”, invece, è un conto individuale i cui contributi sono obbligatori per il datore di lavoro e volontari per il dipendente, e gestiti da fondi pensioni di vario tipo. Ha avuto una grande importanza nello sviluppo del mercato finanziario del paese, in particolare di quello azionario.

Previdenza complementare: un decollo senza i giovani

Sono deludenti i dati sull’adesione ai fondi pensione contrattuali dopo la scadenza della scelta sulla destinazione del Trattamento di fine rapporto. Di fatto ben pochi giovani, coloro che più avranno bisogno della previdenza complementare, hanno potuto aderirvi. Due correttivi, senza modifiche normative, possono però rimediare a questo paradosso: aprire i fondi contrattuali e incentivare le adesioni collettive ai fondi pensione aperti.

Previdenza integrativa: un successo. Ma le piccole imprese?

La campagna di adesioni alla previdenza complementare registra un eccellente risultato nel comparto delle imprese medio grandi, i cui lavoratori hanno dato prova di nutrire la massima fiducia nel sistema. Al contempo si registra una preoccupante arretratezza nelle piccole imprese nelle quali è peraltro impiegata la maggioranza dei lavoratori dipendenti italiani. Nei prossimi mesi i policy makers dovranno elaborare proposte che consentano alla previdenza privata di allargare la propria offerta, attraverso strumenti e soluzioni innovative che ne accrescano visibilità e affidabilità.

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