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Categoria: Scuola, università e ricerca Pagina 64 di 72

L’accademia che piace a Confindustria

Un documento comune delle associazioni imprenditoriali propone una strategia di riforma dell’università italiana. Se è indubbio che gli atenei debbano essere valutati da un organismo indipendente composto da scienziati di fama internazionale, meno chiaro è perché debbano partecipare alla valutazione esperti del mondo produttivo. Le aziende traggono i principali vantaggi assumendo buoni ricercatori in grado di sviluppare innovazioni di processo e di prodotto. Mentre troppa attenzione agli interessi tecnologici di breve periodo, fa male alle imprese stesse.

Se il ministro sale in cattedra

A Mussi basterebbe una riforma a costo zero per rendere più trasparente e concorrenziale il reclutamento dei docenti nelle università italiane: dovrebbe introdurre l’obbligo che i bandi per posti di professore siano aperti a tutti, senza alcuna specificazione riguardo alla tipologia del candidato. Sarebbe un primo passo verso l’internazionalizzazione e l’adozione del principio di eccellenza anche nei nostri atenei. E permetterebbe il rientro di molti “cervelli in fuga”. Le procedure attuali, soprattutto l’idoneità nazionale, contrastano con questi obiettivi.

Un’università allo stremo

E’ coralmente accettato che l’Università italiana è allo stremo. Al di là di sporadiche voci a difesa dettate da interessi di bottega, gli osservatori indipendenti – a cominciare dal Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi – concordano sul decadimento della nostra accademia. Nelle graduatorie internazionali non vi è traccia delle università italiane: scomparse. Non ve ne è alcuna tra le principali dieci al mondo; ma neanche tra le principali dieci in Europa

Quale ministro per l’Università

Nel lungo periodo, l’università e la ricerca sono fondamentali per la crescita del paese, ma negli ultimi decenni hanno conosciuto un inesorabile declino. L’Italia ha bisogno dunque di un taglio netto con il passato, e di un ministro competente e aperto alle migliori esperienze internazionali. Deve essere capace di modificare la struttura degli incentivi, in modo da premiare chi produce ricerca di alto livello. E di abbandonare la retorica dell’università gratuita. Tutte qualità che difficilmente si trovano in un ministro scelto con il manuale Cencelli.

Un Iit impegnativo

Per fare il punto sull’attività e gli obiettivi dell’Istituto Italiano di Tecnologia, lo scorso 28 aprile abbiamo sottoposto ai vertici dell’Istituto una scheda di sintesi degli impegni presi nel corso degli ultimi due anni. Ospitiamo oggi l’intervento di replica del Presidente
dell’IIT Vittorio Grilli; altre notizie sono disponibili sul sito www.iit.it  nei due comunicati stampa del 3 e del 9 maggio

SE UN ALIENO ATTERRASSE SULL’ACCADEMIA ITALIANA

Una seria riforma dell’università assegnerebbe allo Stato solo un ruolo di indirizzo e di regolazione degli strumenti per l’accertamento dei requisiti necessari per entrare nel mondo del lavoro. Lo stanziamento di fondi adeguati per la ricerca, l’innovazione e lo sviluppo, dovrebbe essere seguito da una verifica dei risultati ottenuti. Abolito il valore legale del titolo, andrebbe favorita la concorrenza fra atenei così come la collaborazione con il mondo industriale. Ma per fare tutto questo serve, forse, un marziano.

La scuola e l’università dei programmi elettorali

Il programma della Casa delle libertà tratta il tema dell’istruzione con superficialità. L’unico riferimento di spesa è un probabile rifinanziamento del buono scuola della Finanziaria 2005. L’Unione porta a sedici anni l’obbligo scolastico e attribuisce al potenziamento dell’istruzione e della formazione compiti vari: dal rafforzamento del potenziale di competitività del paese, al miglioramento dell’inclusione sociale, allo sviluppo del Mezzogiorno. Ma accredita la discutibile tesi che i mali del sistema universitario italiano siano dovuti alla mancanza di fondi.

Perché il dibattito politico prescinde dai dati

La ricerca empirica italiana fatica a raggiungere gli standard internazionali. Sono lacune che dovrebbero preoccupare perché l’assenza di un’informazione statistica adeguata spinge il dibattito politico ed economico nel nostro paese verso un inutile confronto ideologico. Anche su questioni per le quali i dati, e non le posizioni di principio, dovrebbero aiutare a trovare le risposte. Basta guardare alle discussioni sulle riforme che di recente hanno interessato la scuola e il mercato del lavoro. Alcune ipotesi sul perché di questa situazione.

Il liceo, un’ottima scelta

L’istruzione tecnica non corrisponde più ai nuovi modelli organizzativi delle imprese, perché destinata a formare figure professionali rigide. Oggi, invece, si richiedono lavoratori che abbiano maggiore flessibilità e autonomia, qualità acquisibili soltanto attraverso un’educazione di tipo liceale. Non a caso, gli Stati Uniti, dove la diffusione contestuale dell’Ict e delle pratiche di lavoro flessibili ha consentito significativi incrementi di produttività e occupazione, privilegiano i sussidi all’educazione generalista. Al contrario di Germania e Italia.

Un punto critico nella valutazione

La diffusione dei risultati del primo ciclo di valutazione della produzione scientifica condotta dal Civr sul triennio 2001-03 rappresenta una novità di grande rilievo per la ricerca italiana.

Come ben documentato dai commenti di Fabio Schiantarelli e Tullio Jappelli apparsi su lavoce.info, il processo di valutazione è stato articolato e complesso, riguardando oltre 17mila prodotti di ricerca valutati da oltre 150 esperti che si sono avvalsi del giudizio di 6.600 referee esterni. Questo enorme sforzo ha portato come prodotto finale a delle graduatorie dei vari atenei italiani, distintamente per ciascuna area di ricerca, a seconda del giudizio attribuito alla loro produzione scientifica.

Questione di metodologia

Nelle dichiarazioni del ministro Moratti la valutazione del Civr dovrebbe fornire la base per assegnare una parte rilevante delle risorse pubbliche (il 30 per cento del Fondo di funzionamento ordinario del Miur) secondo criteri di qualità della ricerca. Ovviamente, l’effettiva attuazione di questi indirizzi è condizionata all’esito delle prossime elezioni, sebbene in questi giorni si siano moltiplicate le richieste perché il finanziamento degli atenei, e la ripartizione delle risorse tra le loro strutture interne, sia condizionato, seppur parzialmente, ai risultati del Civr.
È comprensibile che questo esercizio di valutazione abbia suscitato un ampio dibattito sull’appropriatezza della metodologia utilizzata. In particolare, nell’ambito dell’area delle scienze economiche, si sono registrate delle profonde divergenze circa i criteri adottati e i rischi di discriminazione delle aree disciplinari meno rappresentate a livello internazionale. Rispetto a queste questioni centrali, che mettono in discussione l’intero impianto della valutazione, vogliamo qui soffermarci su un aspetto tecnico apparentemente marginale, che tuttavia può condizionare in modo radicale la lettura dei risultati diffusi dal Civr.

È necessario richiamare brevemente i punti essenziali della procedura seguita.
Le linee guida dettate dal Civr richiedevano che ogni struttura, intesa come singolo ateneo o centro di ricerca, selezionasse un numero di contributi (articoli, capitoli in libri, eccetera), prodotti durante il periodo 2001-2003, pari al 50 per cento del numero di ricercatori a tempo pieno afferenti a quella struttura nella media del triennio. Ciascun contributo è valutato da un panel di area (ad esempio, “scienze economiche e statistiche”) secondo la scala “eccellente”, “buono”, “accettabile”, o “limitato”. A partire da queste valutazioni, il Civr ha poi ricavato un indicatore sintetico della qualità della ricerca per ogni struttura in ciascuna area mediante una media pesata che assegna il peso 1 a “eccellente”, 0,8 a “buono”, 0,6 ad “accettabile” e 0,2 a “limitato”. Si è quindi creata una graduatoria delle strutture in base a questo indicatore distintamente per ciascuna area di ricerca.
È chiaro che il valore assunto da questo indicatore sintetico varia al variare del numero dei contributi presentati (tranne, ovviamente, nel caso limite di una struttura che abbia solo prodotti di un unico livello di qualità). Quindi, il numero dei contributi valutati dovrebbe essere proporzionale a un indicatore di produzione potenziale misurato, ad esempio, dal numero di ricercatori afferenti a una particolare struttura in quella specifica area. Questo è il punto critico. Il legame fra contributi presentati e numero di ricercatori è stato fissato nelle linee guida del Civr con riferimento all’intera struttura e non alla specifica area oggetto di valutazione. È quindi accaduto che nelle singole aree molti atenei siano stati valutati su un numero di contributi superiore/inferiore al 50 per cento dei ricercatori di quell’area.
Con quali effetti? È ovviamente impossibile stabilire quali pubblicazioni avrebbero presentato, e a quali pubblicazioni avrebbero rinunciato, gli atenei che si sono rispettivamente posizionati al di sotto o al di sopra della regola del 50 per cento. Tuttavia, per comprendere la rilevanza del problema può essere utile ricorrere a qualche ipotesi ragionevole. Sebbene i criteri specifici utilizzati dai panel non fossero noti al momento della presentazione dei contributi, è verosimile ritenere che gli atenei fossero in grado di selezionare nell’ambito della propria produzione scientifica i contributi migliori, quelli “eccellenti” o “buoni”. Si può quindi assumere che se a un ateneo fosse stato richiesto di sottoporre più contributi rispetto a quelli effettivamente presentati, li avrebbe integrati con pubblicazioni di qualità certamente non superiore. Specularmente, un ateneo che avesse dovuto ridurre il numero di contributi presentati, avrebbe ritirato quelli di qualità più bassa.
La tabella 1 mostra i risultati di questo esercizio limitatamente all’area di scienze economiche e statistiche e alle strutture di “medie dimensioni” secondo la classificazione del Civr. Ovviamente, date le ipotesi qui adottate, gli atenei che hanno presentato al Civr relativamente pochi contributi (quelli “sotto la regola del 50 per cento”) tendono a scendere in graduatoria, mentre quelli effettivamente valutati su un numero di pubblicazioni superiore a quanto indicato dalla regola del 50 per cento risalgono posizioni. Il riordinamento che ne risulta non è affatto marginale, con alcuni salti di posizione particolarmente ampi (Venezia, Pisa e Palermo verso il basso; Lecce, Cassino e Padova verso l’alto).
Rimediare all’errore commesso in questo ciclo di valutazione è estremamente difficile. Qualsiasi criterio alternativo utilizzato per correggere il ranking sarebbe oggetto di legittime opposizioni da parte delle università perdenti. È quindi auspicabile che nei prossimi cicli di valutazione si ponga maggiore attenzione a questi dettagli tecnici, ad esempio verificando, sia in fase di presentazione che di valutazione, la corrispondenza fra numerosità dei contributi e numerosità dei ricercatori.

Struttura

Classifica modificata

Classifica originaria

Guadagni/perdite di posizione

Prodotti presentati in eccesso (+)/
difetto (-)

Univ. PADOVA

1

5

4

0

Univ. SALERNO

2

2

0

-1

Univ. PAVIA

3

4

1

-2

Univ. MODENA e REGGIO EMILIA

4

1

-3

-6

Univ. CHIETI-PESCARA

5

6

1

-2

Univ. LECCE

6

23

17

6

Univ. URBINO

7

7

0

0

Univ. BERGAMO

8

10

2

1

Univ. PIEMONTE ORIENTALE

9

8

-1

0

Univ. MILANO-BICOCCA

10

9

-1

0

Univ. MILANO

11

12

1

0

Univ. TRENTO

12

11

-1

0

Univ. VENEZIA

13

3

-10

-14

Univ. ROMA TRE

14

13

-1

-1

Univ. TRIESTE

15

14

-1

-3

Univ. CALABRIA

16

17

1

0

Univ. UDINE

17

16

-1

0

Univ. BRESCIA

18

18

0

0

Univ. CASSINO

19

27

8

4

Univ. CAGLIARI

20

19

-1

0

Univ. PARMA

21

20

-1

0

Univ. CATANIA

22

22

0

1

Univ. PISA

23

15

-8

-5

Univ. Politecnica MARCHE

24

24

0

0

Univ. VERONA

25

25

0

-1

Univ. ROMA TOR VERGATA

26

28

2

0

Univ. PERUGIA

27

26

-1

-2

Univ. PALERMO

28

21

-7

-9

Univ. MESSINA

29

29

0

-4

Univ. GENOVA

30

30

0

0

Univ. NAPOLI PARTHENOPE

31

31

0

0

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