La Riforma Moratti non nega la validita’ di principi generali, ribaditi dal piu’ recente dibattito pedagogico. Come l’integrazione fra insegnamento delle materie di base con quelle le attivita’ laboratoriali, la costruzione di relazioni continuative e stabili, la garanzia di una pluralita’ dei modelli cognitivi e di una molteplicita’ degli stili di insegnamento. Abbandona pero’ il tempo pieno non modularizzato e con l’insegnante unico introduce un modello organizzativo che ne impedisce la concreta attuazione.
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Il ministro Moratti cita in televisione ricerche internazionali per giustificare la riforma della scuola di base. Ma i risultati dei due studi comparativi sembrano invece mostrare che l’istruzione elementare in Italia ha funzionato e bene. I problemi nascono, semmai, alle medie, anche se il sistema italiano produce comunque risultati piu’ omogenei rispetto alla media dei paesi Ocse. L’attenzione riformatrice avrebbe dovuto percio’ concentrarsi maggiormente sulla scuola media di primo grado. Mentre il ministero ha preferito partire dal basso.
Che cosa ha garantito finora il buon livello medio dell’insegnamento nella scuola italiana di primo grado? Non certo gli incentivi economici agli insegnanti. Piu’ influenza hanno avuto l’esame finale e soprattutto l’etica professionale di maestri e professori. Invece di rafforzare meccanismi di controllo reciproco allargando la responsabilita’ gestionale al team dei docenti, la riforma Moratti punta al rafforzamento del ruolo direttivo da parte di un singolo insegnante. Si accentua cosi’ la possibilità di comportamenti opportunistici.
Il ritorno al concorso nazionale deriva dal giudizio negativo sul funzionamento dei concorsi locali che hanno portato a un eccesso di promozioni dei docenti interni e limitato la mobilità. Oltre a determinare la crisi finanziaria di numerosi atenei. Ma sarebbe stato sufficiente istituire procedure di controllo e legare a queste i finanziamenti. Conseguenza di questa scelta è il controllo diretto del ministero sulla spesa, con la rinuncia a delineare un corretto sistema di incentivi.
Non è lintroduzione di elementi di precarietà nella carriera dei docenti il punto critico del progetto di riforma dello stato giuridico. Piuttosto, la proposta non incide sul vero problema: come dare spazio ai ricercatori e ai professori più bravi. Non indica infatti regole o incentivi per indurre i dipartimenti e le facoltà a produrre buona ricerca e buona didattica. Così si rischia di perpetuare lattuale situazione di mediocrità. Con i fondi forse scarsi, ma sicuramente mal spesi.
Università e studi post laurea possono essere visti come beni internazionalmente commerciabili. LItalia non ha in questo momento alcun vantaggio comparato nella produzione di formazione avanzata. Che perciò dovrebbe essere importata dallestero, per esempio utilizzando i consorzi internazionali cui partecipano facoltà italiane. Più opportunità nella ricerca di punta, da rilanciare anche con la creazione di centri deccellenza. Potrebbero poi derivarne benefici anche per i programmi di dottorato italiani.
Limpegno preso a Lisbona di fare dellEuropa la più competitiva economia del mondo basata sulla conoscenza richiede un profondo ripensamento del sistema universitario. Da fondare su tre punti chiave. Una maggiore competitività tra università basata sulla reputazione, un autogoverno degli atenei in linea con gli obiettivi della società e una struttura di incentivi che sappia premiare limpegno dei docenti. In tutto ciò resta decisivo il ruolo del settore pubblico
Un sistema di incentivi finanziari è senzaltro necessario, ma non può essere sufficiente per contrastare le logiche autoreferenziali del sistema universitario italiano. La catena del potere e della responsabilità non può più far capo solo ai docenti, ma deve rappresentare lintera società che intorno allateneo si muove. In Italia molti temono una nomina puramente politica dei vertici universitari, ma dalle esperienze straniere si possono ricavare esempi molto interessanti ed efficaci, che potrebbero servirci di ispirazione.
Diventa sempre più ampio il divario tra dottorato italiano e estero. Troppi gli anni necessari nel nostro paese per conseguirlo e insufficiente il bagaglio di strumenti offerto agli studenti per svolgere ricerca avanzata. Per competere a livello internazionale, una soluzione possibile è proporre programmi modellati sugli standard stranieri, rinunciando ai finanziamenti ministeriali per cercarli nel settore privato. Ma serve coraggio, da parte delle università, dei dottorandi e delle imprese.
Alla maggiore autonomia concessa agli atenei non è corrisposto un adeguato rafforzamento delle competenze e delle capacità di indirizzo del centro del sistema. Se rimane immutato lattuale meccanismo di autogoverno delle università, basato sulla rappresentanza democratico-corporativa, intervenire su vincoli e incentivi non è sufficiente per ottenere una vera riforma. È necessario invece mettere in discussione gli assetti istituzionali, come dimostra anche lesperienza di altri paesi europei.