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Tag: università Pagina 13 di 17

Il Punto

Con la Brexit, la Ue dovrebbe ripensare le sue strutture. Ma non lo farà. Per ignavia. Può però almeno riformare il bilancio comunitario (ormai basato largamente sull’euro) per rendere più facile spendere e allocare risorse in politiche che davvero interessano i cittadini piuttosto che riflettere equilibri di potere.
Istruzioni per l’uso ai giovani che scelgono se e come fare l’università. Una laurea serve. I laureati italiani trovano lavoro più facilmente e guadagnano mediamente il 20 per cento in più rispetto a chi si ferma al diploma. Ma non tutte le lauree sono uguali. Gli studi scientifici fruttano redditi maggiori di quelli umanistici.
Mezzo milione in più nel 2015: adesso sono 4,6 milioni (7,6 per cento della popolazione) gli individui in povertà assoluta. L’aumento riguarda in particolare le giovani coppie con due bambini e gli stranieri. Gli strumenti di welfare non bastano per farvi fronte ed è iniziato solo ora e con poche risorse l’iter legislativo per un reddito minimo. Dati Eurostat e Ocse alla mano, vediamo anche quanto è il costo dell’accoglienza dei profughi nella Ue. In assoluto la Germania è al primo posto, l’Italia al quarto. Ampi squilibri nella spesa giornaliera per rifugiato: da 69,5 euro in Olanda a 35 in Italia, 18,4 in Germania e solo 6,7 nel Regno Unito (comunque troppi a giudicare dall’esito del referendum di giugno!).
Mentre la Corte di giustizia europea sancisce la costituzionalità del bail-in, in Italia si continua a discutere di come mettere in sicurezza le banche a rischio usando fondi pubblici. Se lo si fa, il risultato è quello di premiare gli azionisti. Si potrebbe invece far pagare loro questo vantaggio emettendo diritti, in occasione degli aumenti di capitale, a forte sconto sul prezzo del momento. Cedibili sul mercato.
L’evidenza di un indebito trattamento fiscale di favore ha indotto la Commissione Ue a sanzionare grandi club del calcio spagnolo per aver ricevuto “aiuti di stato”. Gli italiani finora l’hanno fatta franca. Ma tra decreti salva-calcio e salvataggi di alcune squadre dal fallimento, non siamo da meno.

Convegno de lavoce.info
Il convegno annuale riservato agli amici de lavoce avrà come titolo “Le riforme fatte e quelle da fare“. Si terrà la mattina di mercoledì 14 settembre all’Università Bocconi di Milano, secondo il programma. Vi aspettiamo per incontrarvi di persona, dopo tante interazioni digitali!
La prima parte dell’incontro è riservata alla redazione de lavoce e ai nostri sostenitori più affezionati, chi ci ha finanziato con almeno 100 euro nell’ultimo anno o cumulativamente negli ultimi tre anni (chi non l’ha fatto, è ancora in tempo per compiere la donazione).

Il Punto

La vittoria del sì alla Brexit porta la Gran Bretagna verso il Regno Disunito (Scotexit sarà il prossimo passo?) e il sistema finanziario entra in un tunnel. Come se non bastasse, altri rischi incombono. Ben vengano dunque gli stress test sulle grandi banche europee. La novità è che i risultati dei test non porteranno a bollini blu o rossi per le banche ma rimarranno nel back office delle autorità di vigilanza che potrebbero applicarli in modo differenziato tra paesi. Un grande problema dietro ai risultati del referendum inglese così incerto è il timore a fronte del flusso inarrestabile di profughi. L’Onu ne ha contati 65,3 milioni in tutto il mondo, di cui solo 1 milione è entrato nella Ue nel 2015. Pochi rispetto al totale. Molti per un’Unione che non ha una strategia condivisa nell’affrontare il problema. È luogo comune che con l’immigrazione aumenti la violenza. Ma nuovi dati dicono che, per il ventiquattresimo anno consecutivo, gli omicidi sono in calo fino al loro minimo storico nel nostro paese. E – ancora in barba agli stereotipi – la diminuzione è più marcata al Sud.
“Cara Enel, se fai soldi con la banda larga devi distribuirli anche ai tuoi utenti elettrici”. È questo in sostanza ciò che l’Autorità per l’energia è orientata a dire all’ex monopolista che ha deciso di fare una rete tlc in sinergia con quella elettrica. Una mossa che cambia gli assetti di mercato e anche il quadro di regole.
Che ne è dei patti per il Sud fondati sul Masterplan presentato dal governo sette mesi fa? Dovrebbero definire in ciascuna area territoriale gli interventi prioritari e trainanti per lo sviluppo. In realtà ripresentano progetti senza criteri di razionalità economica e non prevedono risorse aggiuntive. Un film già visto.
Passato l’esame di maturità di questi giorni, molti studenti cercano percorsi universitari che diano competenze subito spendibili in un lavoro, come chiedono molte imprese. Ma l’acquisizione di una preparazione generale rimane un’assicurazione contro la rapida e imprevedibile evoluzione delle tecnologie.

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Destinate e fate destinare il 5 per mille dell’Irpef a questo sito in quanto “associazione di promozione sociale”: Associazione La Voce, Via Bellezza 15 – 20136 Milano, codice fiscale 97320670157. Grazie!

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Il convegno annuale riservato agli amici de lavoce avrà come titolo “Le riforme fatte e quelle da fare”. Si terrà la mattina di mercoledì 14 settembre a Milano. SAVE THE DATE, dunque, vi aspettiamo!
La partecipazione alla prima parte dell’incontro, a porte chiuse, è riservata alla redazione de lavoce.info e a chi ci ha finanziato con almeno 100 euro o raggiunge cumulativamente 100 euro di donazione negli ultimi tre anni. Chi non l’ha fatto, è ancora in tempo per compiere la donazione!

Ma l’università non deve insegnare un lavoro

Sono in molti a chiedere a scuola e università percorsi di studio più professionalizzanti. Ma il progressivo accorciamento del ciclo di vita di tecnologie e conoscenza rende presto obsolete competenze così costruite. Gli interessi di aziende e lavoratori e la soluzione della formazione continua.

Abbandoni universitari: una luce fioca in fondo al tunnel

Cala leggermente il numero degli studenti che non concludono l’università. Ma i nostri atenei devono fare ancora molto per ridurre gli abbandoni e la distanza tra durata prevista ed effettiva dei corsi di studio. Esodo verso Nord, fasce deboli e investimento in istruzione terziaria “rischioso”.

Il Punto

Dopo fiumi di parole, ecco finalmente un’analisi statistica del voto al referendum no-triv. Domanda: si è votato sulla sostanza dei quesiti o per dare un sì/no al governo? Risposta (dai dati comunali): la maggioranza di chi è andato ai seggi ha voluto bocciare Renzi. Un sondaggetto da 400 milioni di euro.
In crescita gli immatricolati alle 11 università telematiche. Spesso studenti usciti dalle superiori con voti bassi o quarantenni. Che pagano rette salate per un corpo docente non tra i più brillanti. Un decreto avvantaggia questi atenei così come sono, invece di farli competere alla pari con quelli tradizionali.
Forse è la volta buona per una seria valutazione dei progetti delle opere pubbliche. Riconsiderando anche scelte già fatte. È una novità dell’allegato Infrastrutture al Def 2016. Sfuggono però al calcolo costi-benefici i grandi lavori ferroviari e quelli programmati per la mobilità sostenibile.
Anche se tutti lo fanno, è troppo presto per valutare l’impatto dell’eventuale Brexit su Italia ed Europa. Di sicuro si può dire che le interdipendenze (import-export, investimenti e interessi multinazionali, mobilità studentesca) non mancano e sono cresciute nel tempo.

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Quelle relazioni difficili tra università e impresa

Le collaborazioni tra industria e università sono difficili da sviluppare, almeno in Italia. Ma danno risultati di grande valore tecnologico. A ostacolarle è anche l’incapacità del nostro paese di attrarre le star della ricerca, perché la reputazione è un fattore chiave. Uno studio sui brevetti.

Ciò che Erasmus dà ai giovani

L’incidente dell’autobus in cui hanno perso la vita 13 studentesse ha suscitato una forte emotività nel pubblico e ha messo il programma Erasmus sotto i riflettori dei media. È bene parlarne, evidenziando anche come l’esperienza all’estero migliori le prospettive dei giovani.

Perché gli studenti si spostano da Sud a Nord

Nell’anno accademico 2014-15 oltre 55mila universitari hanno scelto un ateneo localizzato in una regione diversa da quella di residenza. E si tratta in larghissima parte di studenti del Sud. Per la qualità delle università del centro-Nord, certo, ma anche per molti altri motivi legati al contesto.

Sempre meno matricole nell’università italiana

Le immatricolazioni negli atenei italiani sono in calo. Non è una buona notizia per un paese che ha già un basso numero di laureati. Il fenomeno ha varie cause e non è uniforme in tutte le zone del paese. Ma ha riflessi rilevanti sul bacino di domanda delle università. E sul loro finanziamento.

Cos’è cambiato con la riforma Gelmini

 

Ringrazio gli autori per i commenti ricevuti al mio articolo. Devo dire, però, che alcuni dei commenti hanno un po’ frainteso il senso dell’articolo. Cerco allora di spiegare meglio il mio punto di vista. Indubbiamente, la legge Gelmini non è la panacea di tutti i mali, né la migliore delle riforme possibili. Non ho detto questo. Ho detto solo che rispetto ai concorsi locali che c’erano prima, la Gelmini ha introdotto almeno una valutazione di massima e la verifica di uno standard minimo per l’accesso alla carriera di professore universitario. Gli scambi di favori fra baroni erano all’ordine del giorno prima della Gelmini: “Io faccio associato/ordinario tuo figlio/nipote/allievo e tu il mio”. Molte persone che con i concorsi locali avrebbero vinto a man bassa, con la riforma Gelmini non hanno ottenuto le abilitazioni o non hanno neppure fatto domanda.
È altresì vero che ci sono state differenze non trascurabili fra i diversi settori scientifico-disciplinari. Alcuni settori, rifiutando l’uso di metri di valutazione oggettivi e trasparenti, hanno applicato criteri discrezionali e perciò discutibili, promuovendo non tanto (o non sempre) sempre i più bravi, ma quelli più vicini alla commissione, come è nella tradizione di tutti i concorsi universitari italiani. Soprattutto i settori non bibliometrici hanno mantenuto una eccessiva discrezionalità che non sempre ha premiato i migliori. Ma se si va a chiedere ai giovani di questi settori cosa ne pensano, come presi dalla sindrome di Stoccolma, continuano a dire che occorre mantenere la discrezionalità di valutazione delle commissioni e, sinceramente, a chi scrive cadono le braccia. Viene il dubbio che il sistema sia irriformabile.
Altri settori ancora hanno abbassato troppo l’asticella, promuovendo una percentuale troppo alta e facendo così un grave torto ai più bravi in quel settore che sono stati penalizzati dalla conseguente svalutazione del titolo di abilitazione.
Un problema della riforma è che anziché imporre tutto dall’alto, sta cercando di favorire un processo di learning by doing che per i professori universitari sembra difficile e che rischia di far fallire la riforma come è stato per altre riforme importanti che sono state introdotte senza adeguata discussione e introiezione da parte di chi la doveva attuare. Perciò vi sono ancora tante incomprensioni, talvolta anche dei propri stessi interessi da parte di alcuni attori, come i più giovani e bravi dei settori non bibliometrici di cui si è detto sopra. C’è poi un tentativo di neutralizzare la riforma laddove sottrae potere ai baroni.
Insomma, ci sono tanti aspetti della legge GeImini che richiedono un tagliando. ll tema dell’articolo, però, non era “quanto è bella (o brutta) la riforma Gelmini”. Sembra che non si possa che parlare del tema “riforma sì/riforma no”. Non si può parlare invece di come migliorare la riforma. Ripeto: lo schema della riforma è molto migliorativo rispetto al passato, ma occorre anche apportare dei correttivi. Uno di questi correttivi è capire meglio chi decide quale fra gli abilitati di un dipartimento debba avere la precedenza, in specie in un regime di risorse scarse. La legge Gelmini non ha affrontato questo tema in modo adeguato.
Non ho neppure discusso di sistemi alternativi o di incentivi a scegliere personale dall’esterno. Questo è un altro discorso che non affronto in questo articolo.
Il problema che ponevo è: a parità di esterni chiamati, chi e come bisogna scegliere fra gli abilitati interni ad un dipartimento che vanno pure premiati per il lavoro fatto e non vanno necessariamente messi in competizione con degli esterni? Su questo sono pienamente d’accordo. È bene che una struttura premi chi lavora di più e meglio al proprio interno consentendo loro un necessario passaggio di carriera. Se non fosse così, verrebbe meno l’incentivo a lavorare per quella struttura.
Non ho discusso neppure di incentivi. Potrà essere naturale che decidano gli ordinari, i più anziani, come accade dappertutto. Tuttavia, altrove, nei paesi anglosassoni, pur non mancando le ingiustizie, che in questo mondo non mancano mai, il sistema premia in media i migliori più del nostro. Sarà anche grazie agli incentivi che nel nostro sistema mancano e sono d’accordo su questo con Alberto Rotondi.
Tuttavia, siccome gli incentivi non ci sono ancora e finché le risorse sono e saranno scarse e immagino che il quadro degli incentivi non cambierà per molto tempo ancora, che facciamo? Consentiamo agli anziani di fare quello che vogliono? Cioè di scegliere parenti/amici/allievi meno meritevoli perché a loro conviene fare così? Finché non ci sono le risorse e gli incentivi, riconosciamo il diritto all’abuso? Ecco, questo è il punto dell’articolo. Nel frattempo, finché mancheranno incentivi economici a scegliere i migliori, occorre introdurre criteri oggettivi, trasparenti, misurabili per costringere i più anziani, visto che gli incentivi gli fanno difetto, a scegliere i migliori e non chi fa a loro più piacere o più comodo, facendo perdere anni ed anni di carriera ai più bravi. Tutto qua.
Non entro approfonditamente nel merito dei criteri. Bisogna pensare bene a questo. Alcuni criteri sono però oggettivi e verificabili: il conseguimento di un’abilitazione di prima fascia per una promozione di seconda fascia, il numero complessivo delle abilitazioni, la quantità e continuità della produzione scientifica di un certo livello (magari totale di articoli in riviste di classe A normalizzate per le riviste totali di classe A di quel settore, poiché alcuni settori hanno dichiarato di classe A tutte le loro riviste di settore), fabbisogno della facoltà per il personale appartenente a quel determinato settore, anzianità di servizio del docente etc etc. Ci sono tanti criteri oggettivi che si possono adottare e che limiterebbero facilmente gli abusi attuali. Il punto non è definire i criteri, che spesso sono concorrenti, non discordanti e portano dritto sempre alle stesse persone, ma rendete tali criteri cogenti!
Mi auguro, infine, che il problema sollevato scompaia con le abilitazioni a sportello, che limiteranno l’affollamento, la definizione di asticelle sempre più giuste (non dico più alte) e l’eliminazione dei punti organico e la loro sostituzione con altri strumenti di definizione delle risorse disponibili. In futuro, dovrebbe essere possibile ad un dipartimento di promuovere automaticamente uno studioso meritevole che abbia acquisito un’abilitazione nazionale senza doverlo fare aspettare ingiustamente.

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