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Bibliometria o “peer review” per valutare la ricerca?

In attesa che il ministero precisi come gli esiti della valutazione della qualità della ricerca determineranno i nuovi criteri di assegnazione della quota premiale del fondo di finanziamento ordinario alle università, illustriamo i risultati di un confronto tra metodi di valutazione alternativi.

Studiare subito e pagare dopo

L’università italiana è destinata a ricevere meno fondi pubblici, mentre la nostra economia è caratterizzata da una scarsa mobilità sociale e da un tessuto produttivo che non premia la formazione e la ricerca. Un circolo vizioso da risolvere. Ma come ? Se la banca anticipa le tasse universitarie.

Una valutazione molto chiara *

L’esercizio di valutazione della qualità della ricerca 2004-2010 è certamente complesso. Ma i suoi risultati sono chiari. Tuttavia, per rispondere ad alcune questioni sollevate dopo la pubblicazione del rapporto, l’Anvur precisa alcuni punti che potrebbero suscitare confusione e fraintendimenti.

Come usare i dati Anvur negli atenei?

Ci sono molte utili informazioni sulla qualità della ricerca nei dati dell’Anvur, Agenzia nazionale di valutazione dell’università e della ricerca. Qui mettiamo a confronto i dati di facoltà, dipartimenti, centri di ricerca di Economia, Statistica e Management. Apriamo un confronto con i responsabili della ricerca.

Troppo educati per lavorare

Si parla di sovraistruzione quando un laureato svolge il lavoro di un diplomato. Ma quanti sono in Italia gli overeducated? E a che tipo di laurea appartengono? Essere in questa condizione costa: al singolo, ma anche alla società nel suo complesso. Cosa si potrebbe fare per superare il fenomeno.

Scuola, parola d’ordine: valutazione

La neoministro dell’Istruzione è chiamata ad affrontare subito questioni complesse come il reclutamento, la valutazione e la conseguente premialità nella scuola e nell’università. Sono temi spinosi, ma chi valuta e seleziona i percorsi formativi dei giovani non può sottrarsi a processi analoghi.

Il nepotismo accademico tra mito e realtà

Si è diffusa la convinzione che un qualsiasi legame di parentela all’interno di un’università sia da etichettare come forma di nepotismo. Tanto che per limitare il fenomeno è stata anche approvata una legge. Ma è una norma discriminatoria perché l’evidenza empirica non giustifica i pregiudizi.

Anche le selezioni hanno un costo

Preparare la domanda di ammissione a un master ha un costo notevole in termini di tempo e impegno. Ma anche di denaro: la cifra minima supera spesso i 400 euro. Una buona parte degli studenti non hanno le risorse necessarie per accedere alla competizione. Una soluzione interna al sistema educativo.

Ma i poveri studiano con i soldi dei poveri

Nel giudicare l’equità del trasferimento di risorse implicito nel finanziamento pubblico degli atenei va considerato che i benefici associati all’acquisizione della laurea sono per lo più individuali. E una parte preponderante dei contribuenti meno abbienti non ha figli iscritti all’università.

La risposta ai commenti

Ringrazio i molti lettori che hanno voluto condividere le loro osservazioni e i loro commenti. Come era forse prevedibile, si sono equamente suddivisi in commenti favorevoli e contrari, ma tutti presentano argomenti degni di ulteriore riflessione. Mi sembra però che la simpatia o l’antipatia per questa legge di riforma renda difficile a tutti rispondere serenamente al principale problema che avevo cercato di porre: una volta riconosciute le contraddizioni fra obiettivi (condivisi da molti) e strumenti/risorse (riconosciuti inadeguati dai più), quali le conseguenze del fallimento (ormai probabile) di questo tentativo di riformare l’università italiana? Il modo in cui si è sviluppato il dibattito politico e culturale, la prova di forza intorno a questo ddl il cui significato e la cui portata va ben al di là dei meriti e demeriti del ddl stesso, mi rendono pessimista su queste conseguenze; e in molti dei commenti ricevuti trovo conferma di ciò.
Facciamo un solo esempio dei molti aspetti contraddittori contenuti nel ddl e dei diversi modi in cui si può rispondere a queste contraddizioni. Il nuovo percorso previsto per il reclutamento (la cosiddetta tenure track) si ispira al sistema seguito dalle migliori università in Europa e nel mondo, ma manca una componente cruciale: l’obbligo per le università di accantonare i fondi per il tempo indeterminato da utilizzare dopo il periodo di prova. Come reagire a questa contraddizione?
Si può incalzare il governo (anche dopo l’eventuale approvazione del ddl) a prevedere quest’obbligo per realizzare un vero percorso di tenure track, con numerosi argomenti: che se veramente vogliamo allinearci ai migliori sistemi universitari occorre seguirne la logica che li ispira e non adottare soluzioni parziali che non riuscirebbero a rispondere a quella logica; che se veramente vogliamo favorire il merito e combattere il nepotismo questo è il sistema migliore, perché qualunque sistema concorsuale può fallire nel valutare le capacità e l’impegno nella ricerca e nella didattica di un candidato, mentre il vederlo alla prova per alcuni anni consente a tutti i colleghi di valutare se il “nuovo acquisto” rende il dipartimento più competitivo o meno. Insomma, si può dire: questo è il principio migliore, ma questo governo (o il prossimo che farà la riforma) deve applicarlo in modo coerente.
Oppure si può rispondere che la tenure track “è ben altro”, che questo dimostra che tutta la riforma è un bluff, che sarebbe bastato applicare seriamente la norma già esistente della conferma in ruolo (dimenticando che questa conferma non è mai stata negata a nessuno…). O addirittura rispondere che in questo modo si estende il precariato, si dà più potere ai baroni, ecc.
Ora, è sotto gli occhi di tutti un progressivo slittamento nel dibattito dalla prima risposta alla seconda e alla terza. E resto convinto che il clima culturale che si è creato (il mutamento nelle posizioni del PD, gli slogans delle proteste amplificati dai media e ormai assorbiti dall’opinione pubblica, il ripensamento di molti rettori) è tale per cui, se la riforma non passerà, sarà il terzo tipo di risposta a dominare. Se e quando il dibattito sulla riforma riprenderà, sarà pesantemente condizionato da questi mutamenti nei valori e negli orizzonti in cui si muovono alcuni dei protagonisti e degli opinion leaders.
Un altro tema evocato da alcuni commenti è il fatto che si sia trattato di un tentativo di riforma poco partecipato. Personalmente sono a favore della concertazione delle riforme importanti, ma si tratta di capire chi devono essere gli interlocutori. L’università è diventata una istituzione fondamentale per la crescita economica e lo sviluppo sociale e culturale di un paese e non può quindi essere governata principalmente da e nell’interesse di chi vi lavora. E’ facile banalizzare l’apertura dei cda agli esterni (che esiste da tempo in tutti i paesi avanzati) presentandola come una volontà di privatizzazione o di spartizione fra i partiti. Certo, questi sono rischi purtroppo sempre presenti (anche se le esperienze straniere mostrano che il vero rischio è il disinteresse e lo scarso impegno dei membri esterni), che bisognerà sempre cercare di combattere. Ma non possono essere usati come alibi da docenti o studenti per evitare di render conto a qualcuno che ha il compito di rappresentare interessi più generali, “altri” dai loro.

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