GIOVEDì 20 AGOSTO 2026

Lavoce.info

QUANDO L’AMBIENTE GIOCA IN CASA

L’approccio di Italia e Francia alle politiche ambientali non potrebbe essere più diverso. Almeno per quanta riguarda l’edilizia: Oltralpe diventa uno tra i possibili strumenti in grado di facilitare il raggiungimento degli obiettivi di crescita eco-compatibile in un’ottica di sostenibilità di lungo periodo. Da noi, invece, il Piano casa è pensato come una misura di sostegno immediato alla crescita del Pil, mentre le questioni di efficienza energetica e ambientale vengono derubricate a corollario. Le tragedie come l’Abruzzo e Messina dovrebbero far riflettere.

SE LA RIPRESA PUNTA SUL VERDE

Con la crisi cresce l’interesse per i cosiddetti lavori verdi, legati allo sviluppo di energie alternative. Non mancano le opinioni critiche, ma dal settore potrebbe derivare un aumento sia della produttività che dell’occupazione. E dunque i green jobs potrebbero permettere di riassorbire parte della crisi occupazionale che colpisce settori più tradizionali dell’economia. In ogni caso, hanno un valore intrinseco di tutela ambientale che ha un suo peso economico. E potrebbero consentire, indirettamente, una redistribuzione di risorse a favore delle generazioni future.

UN NUOVO GIRO DI GIOSTRA PER LA PASSIVITY RULE

In meno di tre anni, la regola di passività nella disciplina dell’Opa è stata cambiata tre volte. Il governo ha infatti appena approvato un nuovo decreto legislativo che la reintroduce come norma generale. La scelta di oggi è più ragionevole di quella del 2008, quando la regola era stata abolita a seguito della crisi finanziaria e con la benedizione della Consob. Soprattutto perché si premia l’autonomia statutaria. Ma qual è il prezzo che si paga per un regolamentatore che appare ondivago e indeciso?

CHI PENSA ALLA PENSIONE

Stati Uniti e Regno Unito sono i due paesi con la previdenza privata più sviluppata. Eppure, all’indomani dello scoppio della crisi finanziaria, si sono impegnati a rafforzare il settore, anche operando forzature di tipo paternalistico. Il tutto preceduto, però, da una prolungata riflessione sulle modalità di funzionamento del sistema e sui correttivi che possano renderlo davvero credibile agli occhi dei lavoratori. Anche in Italia si ipotizza la riproposizione del silenzio-assenso. Ma prima occorre pensare alle precondizioni necessarie al suo successo.

L’UNIONE EUROPEA DOPO IL REFERENDUM IRLANDESE

Il sì dell’Irlanda al nuovo Trattato di Lisbona non risolve tutti i problemi. Gli euroscettici possono in alcuni casi diventare forze di governo e dunque i paesi che credono nell’Unione devono procedere nelle scelte concrete con gli strumenti della cooperazione rafforzata. Ci sono poi i seri pericoli di disintegrazione posti dalla crisi economica e finanziaria. E la necessità di parlare con una voce unica sulle grandi questioni mondiali. Serve un esercizio della funzione d’iniziativa, politica e legislativa, che il Trattato assegna in esclusiva al presidente della Commissione.

DEI PREFETTI NON SI SA NIENTE

Nella settimana passata è emerso. in tutta la sua evidenza, l’attrito tra il Ministro dell’Economia e alcune banche, quali Intesa SanPaolo e Unicredit, relativamente ai Tremonti Bonds. I T-bonds sono strumenti finanziari predisposti nei giorni più caldi della crisi finanziaria dal Ministero dell’Economia per far fronte alla mancanza di adeguata capitalizzazione delle banche italiane. Avere banche con una solida capitalizzazione è importante non solo per la stabilità del sistema bancario stesso, ma anche perché dal livello di capitalizzazione dipende la capacità delle banche di fornire credito a imprese e famiglie. È per tale ragione che anche in altri Paesi si sono predisposti strumenti finanziari simili ai T-bonds. Il costo di sottoscrizione dei T-bonds è dell’8.5%, con maggiorazioni in caso di rimborso ritardato. La gestazione dei T-bonds è stata piuttosto lunga e oggi, passata l’emergenza le banche italiane hanno scoperto che è possibile, data la nuova situazione di mercato, ricapitalizzarsi con altri strumenti meno onerosi dei T-bonds. Per tale ragione molte banche, incluse le due principali, Unicredit e Intesa, hanno deciso di non sottoscrivere i Tremonti bonds. Il Ministro si è molto risentito, ribattendo che tali strumenti non erano stati pensati per le banche, ma per le imprese, affinché esse non si trovassero nell’impossibilità di ottenere finanziamenti dal sistema bancario. Le banche hanno replicato che già adesso non vi è alcuna restrizione al credito per le imprese sane. Viene da domandarsi se sia compito del Ministro dell’Economia dire quale sia il livello ottimale di credito nell’economia italiana, ma lasciamo da parte questa questione per il momento. Ha ragione il Ministro o hanno ragione le banche? C’è o non c’è un significativo razionamento del credito a famiglie e imprese?
Nel decreto che istituiva i Tremonti bonds, il Ministro affidava ai prefetti il monitoraggio delle condizioni del credito verso famiglie e imprese. I prefetti dovevano essere delle cassette postali nelle quali imprenditori e cittadini potevano riversare le loro lamentele in caso di comportamenti “opportunistici” delle banche.
Chi meglio di loro può allora dirimere oggi la controversia tra banche e Ministro? Le cassette postali dei prefetti sono piene, quasi piene o desolatamente vuote? Oggi che le loro parole potrebbero portare chiarezza, dei prefetti (e dai prefetti) non si sa niente. Non pretendiamo “la parola che squadri da ogni lato”. Ci basterebbe solo qualche storta sillaba. Almeno per dissipare il dubbio che l’operazione prefetti fosse in realtà solo un dispetto verso la Banca d’Italia.

LA MINISTRA E IL GIOCO DELLE TRE PERCENTUALI

In un paese ci sono tre università, l’università Virtus, l’università Fortitudo e l’università Olimpia. Il governo finanzia le tre università con 10000 euro l’anno, in maniera più o meno proporzionale alle dimensioni, quindi:
 
5000 euro all’università Virtus
3000 euro all’università Fortitudo
2000 euro all’università Olimpia.
 
Un giorno la ministra decide di valorizzare il merito e decide che il 10 per cento del finanziamento sarà distribuito in base ad esso. Allora prende 1000 euro dai 10000 e li ripartisce di conseguenza.
I rimanenti 9000 euro continueranno ad essere distribuiti per dimensioni, quindi 4500 euro all’università Virtus, 2700 all’università Fortitudo e 1800 euro all’università Olimpia. Possiamo calcolare che in questa prima fase le tre università hanno perso 500, 300 e 200 euro rispettivamente che vanno a costituire il fondo meritocratico di 1000 euro.
A questo punto la ministra calcola dei coefficienti di merito Q per ciascuna università ed escono fuori i seguenti valori:
 
Q dell’università Virtus = 4
Q dell’università Fortitudo = 3.3
Q dell’università Olimpia = 2.7
 
La ministra prende i 1000 euro ed assegna ad ogni università una quota pari a 1000 per il suo Q e diviso per la somma di tutti gli Q. Avremo:
 
fondi meritocratici per l’università Virtus = 400
fondi meritocratici per l’università Fortitudo = 330
fondi meritocratici per l’università Olimpia = 270
 
Quindi l’università Virtus avrà perso 100 euro, la Fortitudo ne avrà guadagnati 30 e l’università Olimpia ne avrà guadagnati 70. Ora la ministra divide ciascun guadagno o perdita per il finanziamento dell’anno precedente e moltiplica il tutto per 100. Risulta che l’università Virtus ha perso il 2 per cento del suo finanziamento precedente, la Fortitudo ha guadagnato il l’1 per cento del suo finanziamento precedente e la Olimpia ha guadagnato il 3,5 per cento del suo finanziamento precedente. Quindi la stessa ministra va in conferenza stampa in pieno periodo di immatricolazioni, quando gli studenti stanno scegliendo le università e distribuisce la classifica di merito
 
1) università Olimpia +3,5 per cento
2) università Fortitudo +1 per cento
3) università Virtus -2 per cento
 
Confrontate questa classifica con quella dei coefficienti di merito Q che la
ministra stessa aveva calcolato.
GENIALE!!!

IL RIMPATRIO

Vaga nellÂ’aere un canto dolce e nuovo,
o una novella che sa un poÂ’ dÂ’antico.
E’ un patrio sentimento ciò che provo,
è la lusinga d’un abbraccio amico.

 Giunge alle orecchie mie la sua chiamata.
Oh,  gentil voce che mi rende schiavo !
Corro al confin della mia Patria amata
che un dì lasciai e da  lontan miravo.

Lascio questÂ’ Eden, pur se addolorato,
per ritornar nelle materne mani
di chi temea finissi dilaniato
dai lunghi artigli di tributi insani,

 di chi in quest’ora, fatti bene i conti,
ha sotterrato tale sentimento
ed al ritorno mio appresta i ponti
su cui di me cadrà il cinque per cento.

 Ma non è d’uopo che di ciò mi lagni,
chiama la Patria e non voÂ’ far tardi.
Altri trecento mi saran compagni,
ieri spartani oggi euromiliardi,

 nell’elargire  i nostri sacrifici
ad uno Stato dalle casse stanche,
e a tante imprese in cerca dÂ’artifici,
abbandonate, dicon, dalle banche.

 Oh, qual sublime e qual fatale evento
questo mio slancio e questo eroico affanno !
Non finirà in quest’ora, già me lo sento,
vorrò provarlo ancor…tra qualche anno.  

IL COMMENTO DI GUZZETTA SULLO SCUDO FISCALE

Sul merito dello scudo fiscale si è detto molto e lavoce.info ha fornito, come sempre, utilissimi elementi di conoscenza.
Ma il merito, ahimé, è solo una parte, molto grave, certo, del problema. Altrettanto, se non più grave, è la narrazione che lo accompagna.
Porcherie in Italia se ne sono fatte tante. Sia con le azioni che con le omissioni. Sia da governi di centro-destra (soprattutto azioni) sia da governi di centro-sinistra (soprattutto omissioni). E mi interessa poco, in questo momento, fare graduazioni di responsabilità. Non perché non siano importanti, ma perché penso che ognuno le possa fare per sé, da cittadino. E molti le abbiano già fatte.
Né mi interessa applicarmi ad una riflessione sullo spirito degli italiani (Vittime? Complici? Ignavi? Furbetti?  Semplicemente “adattivi” alle condizioni date?). Lo spirito italiano è piuttosto complesso per interpretazioni monocausali e unidirezionali (come dimostra, tra gli altri, il saggio di Guido Crainz, Autobiografia di una repubblica).
La logica di una lettura semplicemente partigiana (da destra o da sinistra) di quanto accade, ci consegna solo un fiume di recriminazioni reciproche. Buone per la polemica politica quotidiana e per quando si andrà a votare.
Ma c’è qualcosa che trascende le pur importantissime posizioni partigiane. C’è qualcosa che ci coinvolge, come si dice, in modo bi-partisan. Che riguarda ben più del rosicchiamento di qualche voto di qua o di là, della casacca che portiamo.
Che attiene al tono della nostra convivenza civile.
Ciò che mi interessa adesso è parlare del futuro e di cosa, qui e ora, la “politica dello scudo” consegna al nostro futuro.
Qualunque cosa si pensi, oggi, ci sono degli sconfitti certi dello scudo. Sconfitti che stanno, tanto per essere chiari, sia a destra che a sinistra.
E gli sconfitti sono i cittadini-contribuenti leali al fisco. Siano essi lavoratori dipendenti (che non possono evadere) o lavoratori autonomi (che possono e non lo fanno, e ce ne sono tantissimi, come quel gommista di Messina di cui conservo gelosamente la ricevuta di 5, dico 5, euro).
La sconfitta è innanzitutto culturale. Perché oggi, in Italia, si chiede a questi contribuenti qualcosa di più della semplice lealtà fiscale. Si chiede qualcosa di più della semplice responsabilità di essere cittadini responsabili, di temperamento civile.
Oggi si chiede loro di sopportare una duplice umiliazione.
La prima umiliazione è quella di sentirsi degli utili idioti, irrisi dal cinismo di frasi come “tanto tutti lo fanno”, “tanto tutti hanno il proprio scheletro nell’armadio” (e quand’anche fosse? Non ci sarà anche una questione di misura, di scala?), “se non lo fanno, non è perché siano particolarmente virtuosi, ma, semplicemente, perché non se lo possono permettere”. “Sono fondamentalmente dei fessi, perché si sono scelti un lavoro che riduce il margine per comportamenti da furbi, perché hanno sbagliato commercialista o, la cosa più grave, perché continuano a raccontarsi che esistono virtù normali, come pagare le tasse”. Insomma chi è causa del suo mal pianga se stesso.
La seconda umiliazione riguarda la narrazione che accompagna l’adozione dello scudo. Coerentemente col menzionato cinismo, l’argomento più o meno è: “non siamo stati in grado di pizzicarli prima, almeno cerchiamo di racimolare quanto si può”. E poco importa se non si è fatto abbastanza, se nulla lascia preludere che si farà di più nel futuro, se quello che si fa oggi non ha nulla a che vedere (sul piano del rigore) con quanto altri paesi (Stati Uniti e Regno Unito) fanno e se alcuni profili del provvedimento  oltre che discutibili nel merito, sono anche dubbi in punto di legittimità. Quel che importa è che si salvi il salvabile (sic!).
Ora queste argomentazioni sono umilianti perché narrano di un paese disperato, sull’orlo del fallimento, costretto a rivolgersi ai peggiori cittadini per chiedere loro aiuto. Come un imprenditore costretto a ricorrere agli strozzini per pagare i propri debiti.
E l’umiliazione sta proprio in questo: che i cittadini leali col fisco sono, per il tramite dello Stato che li rappresenta, costretti a rivolgersi a chi leale non è stato, a chi manca di qualsiasi responsabilità sociale, a chi ha concorso palesemente (sottraendo risorse al fisco e alla collettività o, peggio, riciclando proventi criminali) a determinare la situazione che ci costringe a chiedere disperatamente, proprio a lui, un aiuto estremo.
Oltre il danno, insomma, la beffa.
Ora, nel paese sgangherato in cui siamo, tutto può trovare una giustificazione. Persino lo scudo fiscale. Evviva la Realpolitik.
Ma una cosa non è tollerabile. Non è tollerabile che la narrazione di questa porcheria consegni alla coscienza nazionale, all’etica pubblica, al futuro di questo paese, l’idea che tutto ciò sia normale. E che da domani, i contribuenti leali, dovranno per giunta ritenersi soddisfatti che i propri rappresentanti hanno salvato il salvabile.
Faccio una proposta che non ha nulla di provocatorio o ironico. Ma che, nelle condizioni date, è un atto di onestà intellettuale e civile verso il paese.
Vorrei che qualcuno di coloro collocati ai vertici istituzionali del mio paese avesse il coraggio di presentarsi ai suoi concittadini, magari, stavolta sì, a reti unificate, e facesse questo semplice e drammatico discorso:

“Scusateci, siamo disperati, l’Italia è alla frutta. Per non portare i libri in tribunale, siamo ridotti a blandire i peggiori cittadini (evasori, criminali, opportunisti) chiedendo il 5 % per le loro malefatte e per la loro impunità. Ci vergogniamo, ma non possiamo fare altrimenti. Non è il mondo alla rovescia. No, siamo noi italiani ad essere in una condizione disperata. Grazie, cari contribuenti, di non averci ancora mandati al diavolo!”.

QUESTO PATTO NON SCOPPIA DI SALUTE

Il Governo ha finalmente proposto alle Regioni il nuovo Patto per la salute per il 2010-2011. Il documento è un mero aggiornamento di quello del 2006 e non tiene conto della mutata situazione economico-sociale né della legge sul federalismo fiscale. Ci sono molti adempimenti che hanno l’obiettivo di tagliare la spesa pubblica. Ma manca una strategia di politica per la salute. E non si affrontano seriamente neanche i problemi di efficienza, a partire dalla spesa farmaceutica, responsabile di buona parte dei disavanzi delle Regioni con squilibri di bilancio.

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