Sul Corriere della Sera del 16 ottobre Giovanni Sartori stigmatizza gli economisti per non aver saputo prevedere nè evitare questa crisi, e ne trae la conclusione che lÂ’economia è "un sapere «pratico» che consiglia male e che prevede altrettanto male, produce guai o comunque ci lascia nei guai". Certo, è difficile negare che nellÂ’insieme il prestigio degli economisti esca abbastanza malconcio da questa crisi. Ma è vero che tutti gli economisti siano stati così ciechi come dice Sartori? Basta leggere per esempio gli scritti di un grande economista come Robert Shiller sulla bolla immobiliare per rendersi conto che non è così. E non pochi avevano sottolineato l’eccessivo lassismo della politica monetaria fino al 2005 e i conflitti di interessi nelle società di rating e nelle banche, che hanno avuto parte non piccola nella genesi di questa crisi.
Ma – si dirà – queste sono state posizioni minoritarie. Se così non fosse, perché avremmo avuto la crisi? Innanzitutto, una frase del genere presuppone che gli economisti siano sempre ascoltati e influenti: a noi piacerebbe che fosse così, ma non è vero. Ma facciamo pure lÂ’ipotesi eroica che gli economisti siano sempre ascoltati e che quindi la terribile crisi attuale sia colpa della loro miopia. Allora, caro Sartori, quando le cose vanno bene dovremmo darne merito agli economisti: quante crisi sono state evitate o attutite perché gli economisti – per esempio, quelli al lavoro nelle banche centrali – le hanno previste e debellate sul nascere? Si ricorda per caso della sventata crisi finanziaria dopo la crisi di LTCM nel 1998? E di come sono state attutite le conseguenze del crollo di borsa del settore hi-tech tra la fine del 2000 e lÂ’inizio del 2001, nonché quelle dello shock dell’11 settembre 2001? E si tratta solo di alcuni esempi recenti – la lista si allungherebbe fino alla noia se iniziassimo dalla fine della seconda guerra mondiale… Dovremmo allora portare gli economisti in trionfo per la maggior parte del tempo?
Ovviamente no. Innanzitutto perché è ingenuo pensare che, sia nelle scelte giuste che in quelle sbagliate, noi economisti abbiamo il ruolo determinante immaginato da Sartori, soprattutto a confronto con quello dei politici. E poi perchè siamo ben consci che il nostro "sapere pratico" è molto imperfetto e che di errori ne facciamo tanti, sia nella comprensione che nella previsione del comportamento di un sistema molto complesso, risultante dall’interazione di milioni di persone, il cui comportamento individuale è a sua volta solo parzialmente chiaro non solo a noi economisti ma anche a psicologi e medici. Al pari degli studiosi di meteorologia, che a volte non riescono a prevedere la formazione e la direzione di cicloni e tornadi, anche noi facciamo errori. Ma non ci risulta che nessuno abbia chiesto l’abolizione delle stazioni meteorologiche dopo un errore di previsione sul percorso di un devastante tornado.
EÂ’ unÂ’occasione triste.
Ho conosciuto Riccardo per gran parte della mia vita di adulto. Abbiamo studiato assieme al MIT. Non posso dire di averlo conosciuto intimamente: era più una conoscenza di lavoro, perché lavoravamo nello stesso campo. Non riesco nemmeno a ricordare quante volte ci siamo incontrati nei vari convegni e, anche se non abbiamo probabilmente mai parlato per più di 45 minuti consecutivi, percepivo ugualmente che genere di persona fosse: una compagnia ideale, brillante, divertente, interessante. Era anche una persona molto pacata e discreta, quindi ci si metteva un po’ a capire che egli intuiva, prima degli altri, nuove soluzioni in campo economico. Mi ci vollero anni per comprendere che il famoso paper del 1984 mi aveva dischiuso prospettive totalmente inedite della geografia economica. E mi accorgo che quei miei lavori, che oggigiorno riscuotono maggior interesse, sono proprio quelli ispirati alle idee di Riccardo. Devo molto della mia reputazione accademica alle sue intuizioni, che gli permisero di aprire un campo nuovo.
Aveva il dono di saper vedere ciò che non era evidente. All’epoca, aveva cominciato a lavorare su alcune regioni e su base geografica . Può darsi che qualcun altro avesse già iniziato ad occuparsi del caso italiano, ma non era un argomento di moda, non era considerato importante; eppure in seguito divenne enormemente importante. Poi, con l’andar degli anni gran parte del suo lavoro si concentrò sulle molteplici dimensioni della globalizzazione. Gli ultimi suoi paper, che ho letto, evidenziano come vi siano molteplici canali ricorrenti, che si rinforzano a vicenda.
Ora, se mi guardo indietro, mi accorgo che studiavamo gli stessi argomenti – e spesso era lui il primo a farlo. Era vivamente interessato al processo di interazione economica delle nazioni – quello visibile e quello invisibile – grazie al quale alcune economie nazionali evolvono in un modo che sarebbe impossibile senza quella specifica interazione.Â
Una carriera straordinaria.
Nei miei discorsi, talvolta, faccio riferimento (e non so neanche se tale accenno venga sempre capito) a quel gruppo di economisti internazionali, che negli anni ’80-90 lavoravano sui temi dei rendimenti crescenti e che tentavano di essere sempre un passo avanti agli altri. Bene, di quel gruppo di economisti della mia generazione, sempre gli stessi ad incontrarsi ai convegni, Riccardo Faini è stato il primo ad andarsene. E’ una perdita molto dolorosa.
(traduzione di Daniela Crocco)
 * Questo intervento è uno stralcio tra tto dal libro “Riccardo Faini. Un economista al servizio delle istituzioni” edito da il Mulino e curato da Alessandra Del Boca. Il testo è anche un estratto della Fifth Luca d’Agliano Lecture, presentata da Paul Krugman a Torino, il 7 giugno 2007
Per Sergio Marchionne, sul Sole 24 Ore del 17 ottobre, è inaccettabile che “siano le imprese e i loro lavoratori“ a pagare il costo della crisi. Questo è un problema. Ci sono tre tipi di agenti economici: le imprese, i lavoratori, e coloro che non lavorano. Se il conto non possono pagarlo né le prime né i secondi, rimangono i disoccupati, i pensionati, le casalinghe, e i bambini. Dubito che sia questo che intendeva Marchionne.
In realtà , c’è un altro agente: il solito, vecchio Pantalone, cioè lo Stato. E, infatti, Marchionne avanza la “legittima richiesta” di un pacchetto di aiuti di almeno 40 miliardi di euro, naturalmente per l’industria dell’auto europea. Facciamo due conti: ci sono 217 milioni di lavoratori nell’Unione Europea, di cui circa 12 milioni nell’auto. Se tutti i settori avanzassero la stessa “legittima richiesta”, il conto salirebbe a 720 miliardi. Togliamo pure le banche, che hanno già avuto; questo lascia diciamo 600 miliardi, circa i 2/5 del PIL italiano.
Il problema, ovviamente, è che Pantalone non esiste: prima o poi la spesa pubblica va finanziata con tasse, e le tasse le pagano proprio i lavoratori e le imprese. Ma Marchionne chiede anche una detassazione dei lavoratori. Qualcosa non quadra.
Come era da prevedere, uno delle conseguenze più gravi della crisi attuale è che ha messo miracolosamente tutti dÂ’accordo sugli aiuti alle imprese. Si può capire che politici di destra e di sinistra, a cominciare dal Presidente del Consiglio, cavalchino questa tigre; ma per la Confindustria è un gioco molto rischioso. Si ha un bel dire che gli aiuti devono essere provvisori, che lo Stato deve ritirarsi appena sarà passata la buriana. Sappiamo tutti che non sarà così. E far credere che con gli aiuti pubblici vincono tutti – la politica che compra voti e consensi, le imprese, i lavoratori, e i nostri figli – è irresponsabile.
Il piano europeo per uscire dalla crisi va nella giusta direzione. Ma potrebbe incontrare l’ostilità dell’opinione pubblica, per le ingenti risorse pubbliche dirottate verso un sistema bancario che negli ultimi dieci anni ha realizzato enormi profitti. Tre proposte a vantaggio dei cittadini europei: aumentare la concorrenza nel sistema bancario per ridurre i costi e migliorare i servizi. Prevedere un programma di aiuto per famiglie in difficoltà con le rate del mutuo. E riduzioni fiscali per i redditi più bassi. Servirebbe anche a rendere la recessione meno duratura.
Ieri il Primo Ministro, spaventato dalla possibilità che il calo di corsi azionari abbia effetti sugli assetti proprietari delle imprese italiane, ha avanzato la proposta di adottare misure per proteggere acquisizioni ostili. "Molte aziende italiane" – ha detto il premier "hanno oggi una quotazione che non corrisponde assolutamente al loro giusto valore. Quindi credo che sono delle ottime occasioni per chi, disponendo di capitali e penso a certi fondi sovrani, volesse proporre delle Opa ostili". Provvedimenti anti-OPA avranno un solo effetto: scoraggiare lÂ’afflusso di capitale fresco nel mercato azionario. Ci sono almeno due motivi per cui questa non è una buona idea. Primo, ostacolare lÂ’ingresso di capitale nei mercati adesso è come chiudere i rubinetti idrici al culmine di una siccità . Con la prospettiva di una stretta creditizia alle porte, bisogna piuttosto incentivare tutti i possibili canali di reperimento di fondi da parte delle imprese, incluso il capitale di rischio. Secondo, il problema principale del mercato per il controllo societario italiano è la sua scarsa contendibilità . La struttura di controllo delle imprese italiane è pietrificata: se si escludono le privatizzazioni, il peso relativo dei soggetti controllanti (persone fisiche, società finanziarie, soggetti esteri ecc.) è rimasto pressoché immutato negli ultimi trentÂ’anni. In particolare, il ruolo del controllo familiare è sempre dominante. Un ingresso di nuovo capitale finanziario e manageriale porterebbe solo benefici: i fondi esteri sono oggi più che mai un’opportunità per i risparmiatori, gli investitori e le imprese italiane. E allora perché questo allarme contro le OPA ostili?  A vedere con ostilità le OPA straniere sono i dirigenti delle società che potrebbero perdere il loro posto, le loro laute remunerazioni e i loro benefit e chi, utilizzando leva finanziaria e scatole cinesi, mantiene il controllo di unÂ’impresa rischiando poco di tasca sua. In nome della difesa dellÂ’italianità sono già stati combinati abbastanza pasticci: basta, please!
Se sono chiare le linee generali degli interventi decisi dai governi europei per contrastare la crisi finanziaria, poco ancora si sa sui dettagli del piano. Ma si tratta di dettagli molto importanti, che vanno dai criteri per decidere in quali banche iniettare capitale alla durata dell’implicita nazionalizzazione. Inoltre il piano non affronta un punto chiave: come affrontare l’eventuale salvataggio di grandi banche sovra-nazionali. Affrontare questo punto potrebbe darci finalmente l’occasione di creare un’autorità di vigilanza per l’area dell’euro, a cui affidare la tutela della stabilità di queste banche.
Ringrazio dei commenti alla mia proposta di estendere temporaneamente la garanzia statale ai prestiti interbancari. Prima di replicare, osservo che i governi europei sembrano essersi resi conto che il cuore della crisi di liquidità è nel mercato interbancario e che lì occorre intervenire. Coerentemente, stanno estendendo la garanzia statale ai depositi interbancari. Questo, unitamente alle altre misure adottate e alle variazioni intervenute nella politica di rifinanziamento della BCE, sta dando i primi risultati: le borse hanno reagito positivamente e i tassi dÂ’interesse sullÂ’interbancario hanno iniziato a ridursi. Siamo ancora lontani dal ritorno alla normalità , ma un primo passo è stato fatto.Â
Non mi soffermo su coloro che sono a favore della mia tesi, mentre provo a rispondere a chi solleva obiezioni. Tra questi, qualcuno osserva che occorre proteggere coloro che hanno contratto mutui con le banche. Sono d’accordo, tanto che in un mio articolo precedente non ho risparmiato critiche alla convenzione ABI – Governo sulla rinegoziazione dei mutui, che comporta una significativa limitazione della concorrenza a danno della clientela. L’intervento da me proposto per il mercato interbancario non è incompatibile con misure che rendano meno onerose le rate dei mutui per i debitori: ad esempio l’indicizzazione degli interessi al tasso di policy fissato dalla BCE piuttosto che all’Euribor, che è molto più volatile.
Altri ritengono che sia meglio abbandonare al loro destino le banche, che non meritano alcun sostegno. In questo caso non sono d’accordo: non perché abbia particolare simpatia per le banche, ma perché una crisi del sistema bancario ha costi sociali molto alti. Il fallimento di una grande banca o di una quota consistente del sistema bancario espone i risparmiatori a perdite rilevanti e le imprese alla riduzione delle fonti di finanziamento, con ricadute negative sull’attività produttiva e sull’occupazione. Inoltre, il dissesto di una istituzione rischia di trasmettersi al resto del sistema, tramite una crisi di fiducia e a causa della rete di esposizioni reciproche. Perciò è nell’interesse di tutti mantenere la fiducia nella solvibilità del sistema bancario. Inoltre, le operazioni di salvataggio non impediscono necessariamente che i manager responsabili di cattiva gestione vengano sanzionati.
Il costo standard è cruciale nella finanza federale per determinare i flussi perequativi. Attenzione a non impostare complessi e probabilmente inconcludenti sistemi di valutazione microanalitica degli standard fisici e monetari in gioco. Conviene realisticamente adottare, sull’esempio della sanità , un approccio macroeconomico, con un dato monetario nazionale, scelto in sede politica, e coefficienti correttivi territoriali di natura tecnica. L’auspicio è che si cominci a ragionare in questi termini anche per assistenza, istruzione e trasporto locale.
Il piano Paulson non funziona. Serve dunque un programma alternativo, che dirotti il denaro pubblico dal sostegno diretto di Wall Street o del cittadino comune a un pacchetto di investimenti in grado di rimettere in moto l’economia. Basato su una idea: permettere una ristrutturazione efficiente dei debiti. Lo Stato dovrebbe limitarsi a definire un quadro normativo che consenta alle famiglie di rinegoziare i mutui sulle case che hanno perso oltre il 20 per cento del loro valore. E alle banche insolventi di chiedere una speciale forma di bancarotta.
Alitalia insegna: anche in periferia soldi pubblici nelle società di diritto privato. L’aumento di capitale straordinario varato dalle province di Massa-Carrara e Lucca per evitare la bancarotta di Gaia, società a capitale pubblico che gestisce il servizio idrico, è un caso emblematico. Ai contribuenti lÂ’operazione costerà 20 milioni. Almeno due le lezioni che ne possiamo trarre: il settore è vulnerabile dal punto di vista finanziario ed è necessario definire regole contabili più rigorose. A maggior ragione quando a prendere le decisioni sono manager provenienti dalla politica. Perché potrebbero servirsi delle aziende per scaricare i problemi delle esangui casse comunali.