GIOVEDì 14 MAGGIO 2026

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Il dottorato migliore non è made in Italy

Università e studi post laurea possono essere visti come beni internazionalmente commerciabili. L’Italia non ha in questo momento alcun vantaggio comparato nella produzione di formazione avanzata. Che perciò dovrebbe essere “importata” dall’estero, per esempio utilizzando i consorzi internazionali cui partecipano facoltà italiane. Più opportunità nella ricerca di punta, da rilanciare anche con la creazione di centri d’eccellenza. Potrebbero poi derivarne benefici anche per i programmi di dottorato italiani.

La riforma necessaria *

L’impegno preso a Lisbona di fare dell’Europa la più competitiva economia del mondo basata sulla conoscenza richiede un profondo ripensamento del sistema universitario. Da fondare su tre punti chiave. Una maggiore competitività tra università basata sulla reputazione, un autogoverno degli atenei in linea con gli obiettivi della società e una struttura di incentivi che sappia premiare l’impegno dei docenti. In tutto ciò resta decisivo il ruolo del settore pubblico

L’importanza di produrre hardware

Se si escludono le tecnologie della comunicazione, il ritardo dell’Italia negli investimenti in It è ancora più grave di quello che appare. Non solo perché si dà scarsa importanza alla ricerca e sviluppo, ma anche perché il nostro paese ha da tempo abbandonato la produzione di beni ad alto contenuto tecnologico. Invece, il nostro declino economico può essere superato solo rafforzando questa filiera produttiva. Tra la produzione e l’utilizzo di It esiste infatti una complementarietà troppo spesso trascurata.

Sommario 29 Gennaio

Non solo nel Regno Unito. In tutta Europa si cerca di riformare l’università. E’ il modo giusto per interpretare l’impegno a rilanciare la ricerca preso dai Governi europei a Lisbona nel 2000. Da noi, invece, si torna indietro. Il disegno di legge sulla riforma dello stato giuridico dell’università presentato dal Ministro Moratti reintroduce i concorsi nazionali. Ma non affronta i problemi di fondo, quelli dellÂ’assenza di regole o di incentivi tali da indurre i dipartimenti e le facoltà a produrre buona ricerca e buona didattica. Né si entra nel merito delle regole di governance dell’università. Ed è chiaro che senza incentivi efficaci e senza una riforma della governance, qualunque riforma sarà facilmente aggirata.

La Corte dei Conti – censurata da TG1 e TG2 – sottolinea l’eccessiva discrezionalità di cui gode il Ministro Tremonti nella gestione del bilancio pubblico, confermando il giudizio da tempo espresso a riguardo da lavoce.info. Riproponiamo alcuni interventi su questi temi.

Lezioni dall’estero

Un sistema di incentivi finanziari è senz’altro necessario, ma non può essere sufficiente per contrastare le logiche autoreferenziali del sistema universitario italiano. La catena del potere e della responsabilità non può più far capo solo ai docenti, ma deve rappresentare l’intera società che intorno all’ateneo si muove. In Italia molti temono una nomina puramente politica dei vertici universitari, ma dalle esperienze straniere si possono ricavare esempi molto interessanti ed efficaci, che potrebbero servirci di ispirazione.

Un mercato per le licenze

In una segnalazione inviata ai presidenti delle Camere e al Governo l’Antitrust denuncia l’esistenza di poca concorrenza nel mercato dei taxi. Nuove licenze potrebbero essere assegnate tramite aste. Lavoce aveva già affrontato questi temi, riproponiamo qui gli interventi di Andrea Boitani, Angela Bergantino e Massimo Bordignon.

Milano senza fondi

La vicenda dei 192 milioni promessi dal presidente del Consiglio al sindaco e mai arrivati, è emblematica della voglia di ritorno a un passato senza regole. Sotto la Madonnina, tutti si chiedono solo perché i soldi non arrivano. Nessuno si domanda se sia giusto che i trasferimenti agli enti locali vengano decisi sulla base della pura discrezionalità politica. Che è dannosa e inefficiente. E produce risultati inattesi. È inutile infatti premiare con ulteriori risorse una città che comunque ti voterà. Meglio riservarle per luoghi dove la competizione elettorale è aperta. Come Roma.

L’analisi finanziaria si è fermata a Parma

Sulla base delle informazioni disponibili su Parmalat non era forse possibile immaginare una situazione così grave. Ma alcuni segnali inequivocabili sullo stato di salute dell’azienda erano emersi da tempo. Sono stati ignorati o non correttamente valutati da parte dell’intera comunità finanziaria internazionale. Occorre perciò rivedere alcuni processi di analisi e controllo del rischio. E riflettere maggiormente su meccanismi di funzionamento dei mercati finanziari, troppo spesso autoreferenziali.

Il liberismo intemperante

Chiedere lumi sulla compravendita di azioni esercitata dal presidente di una società quotata in Borsa non è una violazione della privacy. Rendere pubbliche queste operazioni è un dovere del manager, in Italia per un principio di autoregolamentazione, negli Stati Uniti per norma di legge. Serve infatti a ristabilire la parità informativa tra i diversi attori del mercato. Chi fa informazione dovrebbe cercare di far crescere la scarsa cultura finanziaria del nostro paese. E soprattutto rifiutare la cultura del non rispetto delle regole.

La falsa privatizzazione dell’Aem

Con la vendita di un’altra quota di azioni, il Comune di Milano scenderebbe al di sotto del 51 per cento nella ex municipalizzata. Il prezzo fissato per l’operazione è sostanzialmente corretto. Eppure in molti gridano allo scandalo e lo stesso Palazzo Marino teme la perdita del controllo dell’azienda, tanto da riproporre una qualche forma di golden share. Una pessima idea, che riduce il valore dell’impresa e che ritarda una privatizzazione “vera”. Ma anche il segno della difficoltà delle amministrazioni pubbliche ad accettare i più semplici principi del mercato.

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