Qualche settimana fa il premier Matteo Renzi diceva che il Pil non è poi così importante e l’Istat ne certifica un nuovo calo dello 0,2 per cento su base trimestrale.
L’afflusso di manodopera straniera non ha ripercussioni esclusivamente sul mercato del lavoro, ma può anche influenzare le scelte in termini di intensità di capitale umano e fisico, livelli di automazione e specializzazione delle imprese manifatturiere italiane.
La Camera fa due affermazioni gravi: nel 2013 e 2014 avrebbe risparmiato 138,3 milioni e restituito allo Stato 38,3 milioni. Sono affermazioni fuorvianti, e fattualmente inesatte. O la Camera esibisce i documenti che le comprovano, o la Presidente Boldrini se ne dissocia ufficialmente.
Il dato negativo del Pil nel secondo trimestre conferma che l’Italia è in una recessione infinita. Le stime del Def, ancora una volta, erano troppo ottimistiche. Il tempo degli annunci in powerpoint del Governo è finito. Servono, e subito, le riforme economiche che ci riportino in linea con la seppur debole ripresa degli altri paesi europei.
E se invece del Pil si usassero i film come termometro dell’andamento dell’economia? Proviamo a confrontare le varie fasi del cinema italiano con la crescita del paese dal dopoguerra a oggi. Il risultato è interessante oltre che divertente. Proponiamo un gioco per le vacanze ai nostri lettori.
Letture utili quando si ha più tempo per prendere libri in mano. Thomas Piketty con il suo “Capital in the Twenty-First Century” ha l’enorme merito di avere documentato l’evoluzione delle disuguaglianza di reddito e di ricchezza e il loro perpetuarsi nel corso del tempo. Discutiamo del suo lavoro partendo da un interrogativo: è giusto misurare il rapporto tra capitale e reddito a partire dal valore degli immobili anziché dagli affitti? E cosa succede quando utilizziamo gli affitti?
La grande speranza per una Pa più efficiente e meno costosa si chiama “digitalizzazione”. E se le amministrazioni virtuose passassero le competenze acquisite in materia a quelle più restie al cambiamento? Forse un modo perché la moneta buona cacci quella cattiva c’è.

Tornerà il segno più, diceva l’ex premier Enrico Letta all’inizio di settembre 2013, parlando delle prospettive 2014. Prima di lui, anche gli altri primi ministri degli ultimi anni erano stati ottimisti per il futuro (nel caso di Silvio Berlusconi, anche per il presente, a dispetto dell’evidenza). Anche il l’attuale premier Matteo Renzi non ha fatto eccezione a questa regola: il Documento di Economia e Finanza del marzo 2014 prevedeva una crescita del Pil per il 2014 allo 0,8 per cento, anche sulla spinta del persistente ottimismo indicato dalle indagini Istat sulle aspettative delle famiglie delle imprese. Da allora si è verificato un rallentamento ulteriore dell’area euro e dell’economia tedesca in particolare, anche indotto dalle inquietudini geopolitiche, che non hanno certo migliorato le prospettive economiche.
La stima preliminare del Pil per il secondo trimestre 2014 ci dice che l’economia italiana proprio non riesce a ritrovare la strada della crescita. Ricapitoliamo i fatti. Prima c’è stata la recessione 2008-09, con sei trimestri consecutivi di crescita negativa. Poi, tra la seconda metà del 2009 e la prima metà del 2011, è arrivata una lenta e graduale ripresa che è riuscita a recuperare solo due dei sette punti di Pil persi nel 2008-09. Poi dalla seconda metà del 2011 il ritorno del segno meno. Da allora ad oggi, ci sono stati undici trimestri negativi e uno positivo (con uno striminzito +0,1 per cento nel quarto trimestre 2013). Con il secondo trimestre 2014, è arrivato un -0,2 per cento che riporta l’Italia in recessione. La perdita di Pil che si è aggiunta in questo periodo è di altri 4,5 punti percentuali, per un totale di 9 punti di Pil che mancano rispetto alla fine del 2007.
A questo punto, il sentiero per ottenere una crescita positiva per il 2014 è diventato molto stretto. Con una crescita zero nei prossimi due trimestri, dice l’Istat, la crescita 2014 sarà negativa per tre decimi di punto percentuale. Ma se anche l’economia italiana ritornasse a crescere nel secondo semestre 2014 (il bonus di 80 euro potrebbe gradualmente tradursi in maggiori consumi e i rischi geopolitici in Medio Oriente e in Ucraina potrebbero attenuarsi) è a questo punto improbabile che si riesca ad evitare un segno meno anche per il 2014, sia pure attenuato rispetto a quello registrato nei due anni precedenti.
I dati negativi dell’economia, se possibile, accrescono l’urgenza dell’azione sul fronte delle riforme ma anche dell’approvazione e rapida attuazione di misure che diano fiato alle imprese e alle famiglie, compresa una riforma fiscale troppo a lungo rinviata e che, per incoraggiare consumi e investimenti, deve essere percepita come sostenibile nel tempo. Nella speranza di essere ancora in tempo a evitare un umiliante commissariamento da parte dell’Europa.
Alcune pellicole restano indelebili nell’immaginario collettivo di un paese. Ma i nostri film hanno rispecchiato la situazione economica del dopoguerra? Un’analisi basata sul confronto tra cult movies e andamento di debito e Pil. E un gioco per l’estate.
Piketty riporta al centro del dibattito il tema della disuguaglianza. E di come questa si perpetua di generazione in generazione, con un capitalismo patrimoniale che si fonda sull’accumulazione, da parte di pochi, di rendite dovute a beni ereditati. Classe media in declino e freni alla crescita.
Nel suo ormai celebre ultimo libro Piketty sostiene che il rapporto tra capitale e reddito nazionale si avvicina ai livelli del XIX secolo. Ma la sua affermazione si basa solo sull’aumento dei prezzi degli immobili. Mentre sono gli affitti a contare per le dinamiche della disuguaglianza.
Come arrivare anche in Italia a un vero Stato digitale? L’obiettivo è far sì che il bagaglio di competenze digitali raggiunto dalle migliori amministrazioni si trasferisca anche a quelle che arrancano o fanno resistenza ai cambiamenti. I risparmi e gli incentivi per chi trasferisce e chi riceve.
Non sappiamo quale sarà il futuro di Carlo Cottarelli, dopo il suo attacco frontale alle scelte del Parlamento. Una vicenda che mette in luce un nodo irrisolto: il difficile rapporto tra tecnici e politici quando si affrontano tagli di spesa. Un dossier con molti suggerimenti.